Elezioni in Libano, nel Paese sfiancato è il giorno della sfida degli indipendenti ai partiti-padroni
dalla nostra inviata Francesca Caferri , dalla nostra inviata Francesca CaferriBEIRUT - Marie ha le idee chiare: al voto per il rinnovo del Parlamento, che si svolge domani qui a Beirut e in tutto il Libano, non parteciperà. "A che cosa serve? - dice - sono tutti uguali. La casa è stata danneggiata e se ora siamo tornati dentro è soltanto grazie al nostro lavoro e ai nostri soldi. C'è chi sta molto peggio di noi e non è mai potuto tornare". La casa di Marie si trova a breve distanza dal porto dove, il 4 agosto del 2020, 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio esplosero, provocando la morte di 243 persone (l'ultimo decesso è solo di qualche giorno fa) la distruzione del cuore cristiano di Beirut, il quartiere storico di Ashrafieh, e danni in molte altre parti della città. Marie è cristiana, e nelle ultime elezioni aveva votato per la lista del presidente della Repubblica, Michel Aoun: "Ma stavolta no, è davvero troppo", dice andando via senza voler lasciare il cognome.
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BEIRUT - Marie ha le idee chiare: al voto per il rinnovo del Parlamento, che si svolge domani qui a Beirut e in tutto il Libano, non parteciperà. "A che cosa serve? - dice - sono tutti uguali. La casa è stata danneggiata e se ora siamo tornati dentro è soltanto grazie al nostro lavoro e ai nostri soldi. C'è chi sta molto peggio di noi e non è mai potuto tornare". La casa di Marie si trova a breve distanza dal porto dove, il 4 agosto del 2020, 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio esplosero, provocando la morte di 243 persone (l'ultimo decesso è solo di qualche giorno fa) la distruzione del cuore cristiano di Beirut, il quartiere storico di Ashrafieh, e danni in molte altre parti della città. Marie è cristiana, e nelle ultime elezioni aveva votato per la lista del presidente della Repubblica, Michel Aoun: "Ma stavolta no, è davvero troppo", dice andando via senza voler lasciare il cognome.
La rabbia di Marie è un sentimento piuttosto comune da queste parte: a più di un anno e mezzo da quella esplosione - la più potente deflagrazione non nucleare della Storia - nelle zone limitrofe al porto ci sono ancora decine di case distrutte, calcinacci, travi di metallo a terra. Chi ha ricostruito lo ha fatto soltanto contando sulle sue forze: o grazie all'aiuto dei politici. Come gli abitanti della casa blu su rue Gouraud, diventata un santuario di Nadim Gemayel, figlio dell'ex presidente assassinato Bashir, che si presenta alle elezioni in questo distretto. Per chi il 4 agosto 2020 ha perso tutto, come per altri milioni di libanesi, domani è il giorno in cui presentare il conto a una classe politica universalmente giudicata inetta e corrotta.
Per qualcuno il conto sarà più salato che per altri: è il caso del Movimento patriottico libero del presidente Aoun e di suo cognato Gebran Bassil, che in questa zona avevano una delle loro roccaforti, ma che domani pagheranno la loro alleanza con Hezbollah, il movimento armato sciita ritenuto responsabile di aver nascosto l'esplosivo nel porto senza alcuna misura di sicurezza. Quattro anni fa conquistarono quattro seggi su otto in questa area: stasera sapranno ne avranno ottenuto più di uno. Un risultato che avrà ripercussioni a livello nazionale e non solo: senza i deputati di Aoun e Bassil, Hezbollah faticherà a presentarsi ai libanesi e alla comunità internazionale come parte di un movimento che non risponde agli interessi dell'alleato iraniano ma lavora per tutti i libanesi, aggravando la loro posizione agli occhi di chi - Stati Uniti, buona parte dell'Unione europea, Gran Bretagna e Israele - li considera un gruppo terrorista.
Ma in ballo, domani non c'è solo questo: piuttosto il futuro di un Paese in ginocchio che avrebbe un disperato bisogno di una svolta. I dati non lasciano dubbi: in tre anni la lira libanese ha perso il 90% del suo valore, l'80% della popolazione, secondo le Nazioni Unite, vive sotto la soglia di povertà, l'emigrazione in un anno è cresciuta del 446%, sfiorando quota 80mila persone in un Paese con meno di sette milioni di abitanti.
Eppure i sondaggi dicono che la maggioranza dei 128 seggi del Parlamento resterà in mano ai partiti tradizionali, divisi su basi settarie. "La politica in Libano è come il calcio in Italia: si vota per lo stesso partito a cui appartiene da sempre la famiglia. Non contano programmi, proposte, cose fatte", sintetizza Karim Bitar. Una situazione aggravata dalla crisi. Migliaia di persone che non hanno i soldi per la benzina, domani saranno accompagnate ai seggi dai pullman dei partiti: sono previste anche ricompense in denaro. Ma anche Bitar, che è fra i più stimati esperti del sistema libanese, vede qualcosa di nuovo: "Per la prima volta, i partiti, compreso Hezbollah, hanno paura: e lo hanno dimostrato minacciando in ogni modo i candidati indipendenti, arrivando a picchiarli. Perché per la prima volta ci sono alternative: i candidati del cambiamento, figli della rivoluzione di piazza del 2019, sono molti e preparati. E se riusciranno a ottenere abbastanza seggi potranno almeno far entrare voci nuove in Parlamento".
Bitar ci spera: come gli intellettuali, i giornalisti, la società civile che mai come in questa campagna elettorale hanno provato ad allontanare il discorso dal settarismo, la piaga che da sempre affligge il Libano. Basterà? Troppo presto per dirlo. Ma guardando la baia di Beirut è impossibile distogliere lo sguardo dallo scheletro dei silos del grano esplosi nel 2020 e non chiedersi di che cosa altro ha bisogno questo Paese per cambiare.