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La sorella di un ufficiale del Reggimento Azov: “Il mio Bogdan è ancora lì sotto. ma se arriverà l’ordine uscirà. Ora temo di non rivederlo più”

Intervista a Sandra Krotevych: "Non ho garanzie che non sarà ucciso o torturato da uno Stato che, come si è visto, uccide la nostra gente"
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ODESSA - «Ho paura di non rivederlo più. Da sempre loro aspettavano di catturare i combattenti dell’Azov, che disprezzano e temono perché li considerano, sbagliando, degli assassini nazisti». Loro sono i soldati russi che presto potrebbero avere in mano suo fratello. Lei, che accetta con coraggio di parlare con Repubblica in questo momento delicato, è Sandra Krotevych, 33 anni, sorella del capitano Bogdan Krotevych, capo dello staff del Reggimento Azov.
 
Quando vi siete sentiti?
«Mi ha scritto alle 5 di stamattina, era ancora dentro l’Azovstal. Non so dove sia ora, il suo telefono è irraggiungibile».
 
Quanti sono ancora dentro?
«Sono informazioni confidenziali che non condivide con me».
 
Cosa vi siete detti?
«Mi ha scritto che non è ferito, ma ha problemi all’udito e la febbre. A quanto ho capito non era abbastanza per essere inserito nella lista delle prime …
ODESSA - «Ho paura di non rivederlo più. Da sempre loro aspettavano di catturare i combattenti dell’Azov, che disprezzano e temono perché li considerano, sbagliando, degli assassini nazisti». Loro sono i soldati russi che presto potrebbero avere in mano suo fratello. Lei, che accetta con coraggio di parlare con Repubblica in questo momento delicato, è Sandra Krotevych, 33 anni, sorella del capitano Bogdan Krotevych, capo dello staff del Reggimento Azov.
 
Quando vi siete sentiti?
«Mi ha scritto alle 5 di stamattina, era ancora dentro l’Azovstal. Non so dove sia ora, il suo telefono è irraggiungibile».
 
Quanti sono ancora dentro?
«Sono informazioni confidenziali che non condivide con me».
 
Cosa vi siete detti?
«Mi ha scritto che non è ferito, ma ha problemi all’udito e la febbre. A quanto ho capito non era abbastanza per essere inserito nella lista delle prime uscite. Avrebbe voluto essere evacuato o in Ucraina o in un Paese terzo, neutrale, che potesse fornire garanzie di salvezza». 
 
Invece li stanno portando nella Repubblica separatista di Donetsk. Lui potrebbe rifiutarsi?
«Non può, non è un civile. Se il nostro presidente, che è il Comandante supremo in capo, ordina l’evacuazione, Bogdan e gli altri obbediranno. Non mi risulta che ci siano stati casi di insubordinazione».
 
 
Sinora hanno evacuato solo i Marine o anche gli Azov?
«Non ho notizie certe, so però che stanno seguendo l’ordine delle priorità sanitarie, a prescindere dall’unità di appartenenza».
 
Come giudica l’accordo di evacuazione?
«Non posso essere soddisfatta quando grandi Paesi come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, che ci avevano assicurato protezione col Memorandum di Budapest del 1994 in conseguenza del quale l’Ucraina ha accettato di consegnare tutte le nostre armi nucleari alla Federazione Russa, non hanno potuto fare di più per salvare persone come mio fratello che a Mariupol hanno reso possibile l’impossibile. Ci sono Paesi terzi che dovevano prendersi la responsabilità e salvare la nostra gente, e non permettere l’orrore che hanno permesso. Anche se sono contenta per gli aiuti e le armi che ci forniscono». 
 
Lei come si sente?
«Sono spaventata, ho paura di non rivederlo più. Non ho garanzie che non sarà ucciso o torturato dallo Stato che, come si è visto, uccide la nostra gente. Spero che altri Stati aiutino il governo ucraino a fare pressione su Putin perché li lasci tornare a casa con uno scambio di prigionieri, come ha promesso di fare. Bogdan e i suoi commilitoni non hanno difeso solo Mariupol, ma l’intera Ucraina e il mondo. In tremila hanno fermato ventimila invasori che avevano a disposizione tutti i tipi di armi, dagli aerei alle navi».
 
Chi è suo fratello per lei?
«Un eroe. Ha protetto me, la mia famiglia, i miei amici. Per tutti gli ucraini i resistenti dell’Azovstal sono degli eroi. Spero davvero che il governo russo li rispetti come ha dichiarato di fare. E che Putin mantenga l’impegno di trattare i prigionieri secondo le convenzioni internazionali».