"È difficile calcolare il tempo quando il tempo sembra inghiottito in un gorgo". Che ora è a Mariupol? L’orologio appeso a quel tronco d’albero fa effetto. Stacca sugli oggetti accumulati su quel tavolo – succhi di frutta, una tazza, un pettine viola, bicchieri, una bottiglia, un posacenere. Forse perché è in una posizione inconsueta. O forse perché ci parla di un fuso orario della disperazione, di quel tempo inghiottito nel gorgo della violenza della Storia. È un tempo che corre indietro? È un tempo fermo, un tempo bloccato. Intanto gli occhi di quell’uomo fissano il vuoto.
Dai, stupido orologio, rimettiti a funzionare, fai girare le tue lancette alla svelta, questo giorno non è mai esistito perché tu non l’hai mai misurato, ora io ti fisso e quelle tue stupide lancette fanno due giri completi e siamo già a domani….
Così scrive Antonio Tabucchi in un racconto che parla di orologi fermi all’ora di una catastrofe umana. Il titolo è semplice e impressionante, è la domanda che potrebbe farci l’uomo della fotografia: "Che ore sono da voi?".