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La Russia dice “no” al piano italiano ma poi prende tempo: “Lo esamineremo”

"Noi abbiamo delineato un percorso, è un lavoro embrionale, ci vorrà tempo", ha fatto sapere il ministro degli Esteri Luigi Di Maio
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LONDRA - La Russia dice no al piano di pace italiano, poi prende tempo. "È un puro flusso di coscienza slegato dalla realtà, i suoi autori sembrano essersi basati sulle menzogne dell'Ucraina", dice Dmitrij Medvedev, vicepresidente del Consiglio di sicurezza. Ma poco dopo il Cremlino frena: "Non abbiamo ancora visto il piano italiano, speriamo di riceverlo attraverso i canali diplomatici e di poterlo esaminare", afferma Dmitrij Peskov, il portavoce di Putin. Strano, perché il giorno prima il viceministro degli Esteri Rudenko aveva dichiarato: "Lo stiamo analizzando".

Misteri di Mosca, o meglio stravaganze di un sistema autocratico, in cui ognuno dice la sua ma a decidere è un uomo solo: lo zar. Alla cui corte Medvedev, che lo sostituì alla presidenza dal 2008 al 2012 quando la Costituzione limitava a due i mandati consecutivi, prima che Putin la riformasse per diventare presidente a vita, negli ultimi tempi ha …

LONDRA - La Russia dice no al piano di pace italiano, poi prende tempo. "È un puro flusso di coscienza slegato dalla realtà, i suoi autori sembrano essersi basati sulle menzogne dell'Ucraina", dice Dmitrij Medvedev, vicepresidente del Consiglio di sicurezza. Ma poco dopo il Cremlino frena: "Non abbiamo ancora visto il piano italiano, speriamo di riceverlo attraverso i canali diplomatici e di poterlo esaminare", afferma Dmitrij Peskov, il portavoce di Putin. Strano, perché il giorno prima il viceministro degli Esteri Rudenko aveva dichiarato: "Lo stiamo analizzando".

Misteri di Mosca, o meglio stravaganze di un sistema autocratico, in cui ognuno dice la sua ma a decidere è un uomo solo: lo zar. Alla cui corte Medvedev, che lo sostituì alla presidenza dal 2008 al 2012 quando la Costituzione limitava a due i mandati consecutivi, prima che Putin la riformasse per diventare presidente a vita, negli ultimi tempi ha assunto il ruolo del falco, forse per farsi notare o per compiacere il capo del Cremlino. "L'idea di un'autonomia della Crimea e del Donbass all'interno dell'Ucraina sarebbe causa di una guerra a pieno titolo" avverte l'ex presidente russo, dando l'impressione di bocciare l'iniziativa.

"Noi abbiamo delineato un percorso, è un lavoro embrionale, ci vorrà tempo", risponde da Roma il ministro degli Esteri Luigi Di Maio. "La condizione di fondo è che continueremo ad aiutare l'Ucraina in base al principio della legittima difesa, perché c'è un invaso e c'è un invasore: nessuno può illudersi di far pagare il prezzo della pace agli ucraini, di imporre loro la pace. Qualsiasi decisione sull'integrità territoriale dell'Ucraina spetta a Kiev. Poi sono il primo a dire che serve sempre più l'azione diplomatica. Oggi non ci sono ancora le condizioni per la pace, abbiamo di fronte una guerra lunga e logorante, ma quando sentiamo dire che il Donbass non sarà mai Ucraina, siamo su un altro livello. Se Medvedev fa queste dichiarazioni critiche sul piano di pace italiano, non dimostra di volere la pace".

Ieri non è stato soltanto Medvedev a segnalare un irrigidimento russo. "Chi vuole la nostra sconfitta, non conosce la storia", ha ammonito il ministro degli Esteri Lavrov, promettendo uno "stretto rapporto" con la Cina in risposta alla "dittatura liberale dell'Occidente". Nonostante l'assistenza della Nato a Kiev e la pressione delle sanzioni economiche su Mosca, "continueremo l'operazione speciale fino al completamento di tutti gli obiettivi", gli ha fatto eco il ministro della Difesa Shoigu. "Vediamo l'espansione della Nato in Finlandia e Svezia come una minaccia diretta alla nostra sicurezza", ha completato il quadro il segretario del Consiglio di sicurezza Patrushev, "e dovremo reagire".

A proposito di quest'ultimo punto emerge qualcosa di nuovo sul fronte occidentale. Stamane una delegazione finlandese e una svedese incontreranno il governo turco ad Ankara per discutere le richieste di adesione alla Nato di Stoccolma e Helsinki. Il presidente turco Erdogan, che finora si è opposto alla candidatura di Svezia e Finlandia, ha sentito al telefono i leader dei due Paesi scandinavi esprimendo le proprie preoccupazioni riguardo all'asilo politico da essi offerto a curdi condannati per terrorismo dalla Turchia.

Ma tra le richieste avanzate da Erdogan per togliere il veto all'ingresso di Svezia e Finlandia, rivela il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg al summit di Davos, c'è anche quella di "certi armamenti": allusione ai cacciabombardieri chiesti da Ankara agli Usa per modernizzare la sua aviazione militare. "Sono fiducioso che si troverà velocemente una soluzione", commenta Stoltenberg, "ma parte di questa soluzione è anche riconoscere che la Turchia è un alleato chiave, il Paese che ospita più rifugiati tra gli alleati, che ha sofferto più attacchi terroristici e che si trova in una posizione strategica". Fiducioso pure il ministro degli Esteri finlandese Pekka Haavisto: "La Nato saprà risolvere questo problema nel giusto spirito, sulle preoccupazioni turche per il terrorismo abbiamo delle buone risposte". E il premier spagnolo Pedro Sánchez annuncia che Svezia e Finlandia parteciperanno al summit Nato del mese prossimo a Madrid.