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Il capo della task force Fao: “Tir e poi chiatte. Così spediamo i cereali bloccati nei silos ucraini”

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Intervista con Pierre Vauthier: "Crisi? Quello che abbiamo visto finora è niente rispetto a ciò che vedremo se non si sblocca la situazione". "Incontro vecchi con la casa distrutta che non vogliono lasciare il campo, e chiedono di aiutarli a seminare"
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«Crisi del grano in Ucraina? Quello che avete visto finora è niente rispetto a ciò che vedrete se non si sblocca la situazione. Non parlo solo dei porti ma di semine e raccolti resi impossibili dalla battaglia, fertilizzanti russi che mancano e bisogna sostituire, mancato accesso al credito agricolo, macchinari requisiti dallo stato maggiore per prendere i pezzi di ricambio, officine dove ieri si riparavano i trattori e oggi i carri armati. È tutto stravolto». Parla via Zoom con la voce accorata e impaziente di chi ha compiti operativi Pierre Vauthier, francese, veterano di zone di guerra dal Mali al Sud Sudan: è l’esperto in “disaster risk management” che la Fao ha inviato in Ucraina per combattere la crisi alimentare che terrorizza il pianeta. Coordina un mini-esercito di 114 tecnici di tutto il mondo che, con la pettorina blu e la scritta “Onu” sulle spalle, girano infaticabilmente per il Paese nel tentativo di a…
«Crisi del grano in Ucraina? Quello che avete visto finora è niente rispetto a ciò che vedrete se non si sblocca la situazione. Non parlo solo dei porti ma di semine e raccolti resi impossibili dalla battaglia, fertilizzanti russi che mancano e bisogna sostituire, mancato accesso al credito agricolo, macchinari requisiti dallo stato maggiore per prendere i pezzi di ricambio, officine dove ieri si riparavano i trattori e oggi i carri armati. È tutto stravolto». Parla via Zoom con la voce accorata e impaziente di chi ha compiti operativi Pierre Vauthier, francese, veterano di zone di guerra dal Mali al Sud Sudan: è l’esperto in “disaster risk management” che la Fao ha inviato in Ucraina per combattere la crisi alimentare che terrorizza il pianeta. Coordina un mini-esercito di 114 tecnici di tutto il mondo che, con la pettorina blu e la scritta “Onu” sulle spalle, girano infaticabilmente per il Paese nel tentativo di aiutare un popolo di disperati.
 
Partecipate alla ricerca di una soluzione per i porti bloccati?
«Certo. Il grano non è eterno, si deteriora, perde valore nutritivo ed economico. Sono già mesi che è fermo nei silos. Stiamo architettando ogni possibile soluzione: riattivare una serie di vecchi mulini e trasformarlo in farina, che almeno dura di più, ma soprattutto vorremmo farlo partire. Il treno è una non-soluzione. Pensiamo a una carovana di migliaia di camion che lo porti oltre il confine rumeno, dove imbarcarlo su chiatte che raggiungono con una rete di canali il delta del Danubio».
 
Qual è esattamente la vostra missione sul terreno?
«Troviamo nelle campagne le piccole fattorie e le case coloniche danneggiate ma ancora abitate. Questa è gente fantastica: ho abbracciato vecchi di 80 anni con la casa distrutta che non volevano lasciare il campo e ci imploravano di aiutarli a riprendere la semina, il raccolto, e la commercializzazione che è la fase più difficile. Cerchiamo di far sì che la loro attività non si interrompa, è difficile ma cruciale in vista del futuro. A volte la situazione è così disperata che diamo un indennizzo in cash a chi ha perso tutto perché trovi un mercatino dove comprare da mangiare».
 
 
Di sicuro nessuno ci diventa ricco, ma quant’è un tipico pagamento in denaro?
«Può essere di 2200 grivnia a persona, ossia 69 euro. Magari lo ripetiamo dopo un mese, e il mese dopo. Ma la parte qualificante del nostro lavoro è aiutarli a rimettere a posto il campo contaminato dagli esplosivi, se non addirittura disseminato di mine, a selezionare i semi che gli portiamo, anche a riparare il pollaio e raccogliere letame da concime».
 
Tutto questo in quali aree del Paese?
«Proprio nell’est e sud-est, che è la più martoriata. Ad occidente ci sono ampie estensioni agricole dove operano grandi compagnie in una situazione sì di tensione ma un po’ migliore, diciamo che non hanno troppo bisogno di noi. Ma dal Donbass al porto di Odessa, ci sono grandi aree coltivate queste sì in pericolo. E sono i terreni più produttivi e redditizi, dove è stata tentata con successo la produzione di grano saraceno e altri cereali pregiati. In giugno sarà il momento della semina per il raccolto del prossimo inverno: ma il 49% dei terreni coltivati a grano, il 38% di quelli ad avena e così via, sono in zone di conflitto attivo».
 
È vero che il raccolto precedente, a fine 2021, era stato eccezionale?
«Sì, ma l’Ucraina è una terra benedetta, con una serie di microclimi fantastici per sperimentazioni e coltivazioni. La Fao ci lavora da anni, con basi a Kiev, Leopoli, Mariupol, Kramatorsk, e stavamo per aprirne una a Dnipro. Tutto sospeso, ora operiamo da una direzione provvisoria a Polyana, nel sud-ovest, dove abbiamo preso in affitto un albergo: a pianoterra i nostri uffici, di sopra decine di sfollati».
 
Da lì coordinate le operazioni in tutto il Paese?
«Sì, abbiamo appena finito di consegnare un primo blocco di 18mila kit di patate da semina (862 tonnellate in totale) nei dieci oblast più colpiti dalla guerra, un’iniziativa che beneficerà 46mila abitanti finanziata dall’Unione Europea. Ora si parte con il grano».
 
A proposito, i finanziamenti?
«Non mi stanco di chiederne. In aprile ci hanno assicurato 115,4 milioni di dollari per assistere 980mila persone nelle aree rurali da qui a dicembre, ma arrivano con il contagocce. E non c’è solo l’agricoltura».
 
Cos’altro?
«A Odessa e Mariupol faceva capo una fiorente industria della pesca. Oggi è in mare appena lo 0,5% dei pescherecci. Ancora: la forestazione nelle aree montuose. Ne vivevano in tanti, curando il ciclo degli alberi, delle piante, del legname. Tutto devastato. Perfino nel vino l’Ucraina stava facendo passi avanti».
 
Qual è la qualità del vino?
«Senta, lei è italiano e io francese, diciamo che è un vino che può avere un suo mercato».