Tre mesi di guerra oggi. Ogni giorno, per giorni e giorni, immagini di strazio, di sofferenza fisica, emotiva, immagini di macerie. Segni di una fame che si fa visibile, di una paura che si legge negli sguardi. E i corpi: dei soldati al fronte, dei feriti. I corpi degli sfollati. I corpi dei morti. I bambini, i vecchi. Gli animali. Gli oggetti. Un pianoforte sventrato, una teiera in trincea. Tutto si confonde, rischia di sovrapporsi, di ripetersi, di tradursi in una sorta di loop inarrestabile. Riusciamo ancora a cogliere, a sentire? O la guerra ha infiltrato la nostra vita di spettatori al punto da non farci quasi più caso? Al punto da pensarla - o dimenticarla - come fatto endemico, come normalità.
Ma questa sequenza di fotografie racconta che in qualche modo la guerra diventa normale anche laddove si combatte; che lo sforzo di chi vive nei pressi del conflitto è per l’appunto vivere “come se”, come se la guerra non ci fosse, come se difendere lo spazio della quotidianità anche nell’assurdo e nell’angoscia prolungata potesse somigliare a una tregua. Il coprifuoco ridotto e la riapertura di alcune imprese; la metropolitana in movimento - l’abbraccio di due ragazzi che la aspettano. Sembra quasi la vita com’era. Ma forse è un’illusione.
La rubrica La foto del giorno, a cura di Paolo Di Paolo, quotidiana dallo scorso 15 marzo, diventa settimanale. Sarà disponibile ogni venerdì sul sito di Repubblica.
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