“Non colpiremo in Russia”. E Zelensky strappa il sì ai supermissili anti-nave
di Tommaso Ciriaco , di Tommaso CiriacoROMA - C'è una promessa che può influire sul corso della guerra. Recita: forniteci missili capaci di colpire a 150 chilometri di distanza e ci impegniamo a non attaccare obiettivi in territorio russo. Sono i delegati ucraini a formularla, davanti ai quaranta Paesi del "Gruppo consultivo di supporto all'Ucraina" riuniti ieri sotto la regia di Washington. È un paletto decisivo, che consente a Kiev di strappare un primo impegno alleato per assicurare all'esercito di Zelensky sistemi capaci di distruggere target così distanti. Sono i danesi, in particolare, a promettere gli Harpoon, missili antinave per difendere la costa ucraina.
Dopo il primo summit tenuto lo scorso 26 aprile nella base Nato tedesca di Ramstein, stavolta la riunione è virtuale. Partecipano i responsabili dei ministeri della Difesa. L'obiettivo è duplice: conoscere le esigenze militari dell'Ucraina e comprendere l'evoluzione della battagli…
ROMA - C'è una promessa che può influire sul corso della guerra. Recita: forniteci missili capaci di colpire a 150 chilometri di distanza e ci impegniamo a non attaccare obiettivi in territorio russo. Sono i delegati ucraini a formularla, davanti ai quaranta Paesi del "Gruppo consultivo di supporto all'Ucraina" riuniti ieri sotto la regia di Washington. È un paletto decisivo, che consente a Kiev di strappare un primo impegno alleato per assicurare all'esercito di Zelensky sistemi capaci di distruggere target così distanti. Sono i danesi, in particolare, a promettere gli Harpoon, missili antinave per difendere la costa ucraina.
Dopo il primo summit tenuto lo scorso 26 aprile nella base Nato tedesca di Ramstein, stavolta la riunione è virtuale. Partecipano i responsabili dei ministeri della Difesa. L'obiettivo è duplice: conoscere le esigenze militari dell'Ucraina e comprendere l'evoluzione della battaglia sul campo. Il primo nodo è condensato in un allarme lanciato dai responsabili di Kiev: se Mosca attacca da almeno cento chilometri di distanza - e spesso dal mare - non bastano più sistemi anticarro.
Gli ucraini sollecitano quindi armi analoghe. E i danesi (i più forniti, assieme ai norvegesi) rispondono all'appello con gli Harpoon. Di produzione statunitense, con una gittata di 120 km e un carico di 221 chilogrammi di esplosivo, sono dotati di un sistema di guida radar autonomo che permette al missile di compiere evoluzioni per evitare le difese delle navi. I danesi, tra l'altro, sono i soli ad averli su mezzi terrestri. Ma non basta. Si ragiona anche di dotare gli ucraini di lanciarazzi multipli Mlrs, che possono essere utilizzati con missili di portata differente: da cento fino a trecento km. Un salto di qualità tale da spingere Kiev a promettere di evitare "sconfinamenti" in territorio russo, limitandosi a bersagliare le postazioni di Mosca in territorio ucraino.
È un nodo cruciale della battaglia, che d'altra parte vive giorni decisivi. A Severodonetsk, nella regione di Lugansk nel Donbass, i russi stanno facendo "terra bruciata - denuncia il governatore - distruggendo la città". Informazioni preoccupanti, che si sposano con l'imperativo emerso nella riunione alleata: da qui a fine giugno occorre tenere in piedi l'Ucraina, la guerra si decide nei prossimi quaranta giorni.
Sono i falchi anglosassoni a dirlo chiaramente: bisogna aiutare Kiev a resistere all'urto dei russi nel Sud-Est. "Tutti capiscono che la posta in gioco della guerra va ben oltre l'Europa - sostiene non a caso il capo del Pentagono Lloyd Austin - perché l'invasione è un affronto all'ordine internazionale". A preoccupare non sono soltanto le notizie grigie del Donbass, ma anche una variabile di calendario, di cui si ragiona durante la "Ramstein 2": la stagione calda permette a Mosca movimenti di truppe finora rallentate dal gelido inverno. Si attende insomma una intensificazione dell'offensiva. Se Kiev riuscirà però a resistere, da luglio il corso del conflitto potrebbe prendere una piega assai più favorevole. E avvicinare un negoziato da condizioni di solidità. Mosca infatti soffre un progressivo logoramento delle truppe, gli ucraini addestrano a ciclo continuo nuove forze. Nelle prossime settimane, inoltre, le nuove armi - compresi i missili - arriveranno e sposteranno equilibri.
Sono venti i Paesi pronti a fornire nuovi pacchetti di aiuti militari. Lo rileva Lloyd Austin, lodando lo sforzo di Roma assieme a quello di Grecia, Norvegia, Polonia e Danimarca. "Sosteniamo con la massima determinazione la resistenza eroica del popolo ucraino - sottolinea anche Guerini - a tutela della sua sovranità e indipendenza". Uno sforzo, aggiunge, che può creare le condizioni di un "serio e concreto negoziato di pace". Certo è che il terzo decreto interministeriale dell'esecutivo esaurirà il flusso di armi a Kiev entro metà giugno. A quel punto, è possibile che si decida di evitare un quarto provvedimento e dare all'Ucraina il via libera ad acquisti diretti di armi prodotte da aziende italiane.