Ucraina, a piedi e in bus fino alla Svizzera: la fuga di Aleksij dal campo russo
dal nostro inviato Fabio Tonacci , dal nostro inviato Fabio TonacciKRAMATORSK - Il viaggio di Aleksij nella distopia russa è cominciato su un treno che non fa fermate e di cui neanche il controllore sosteneva di conoscere la destinazione. "Alla stazione di Taganrog, poco lontano da Mariupol, ho perso i sensi per la stanchezza. Quando ho riaperto gli occhi ero in un vagone e dal finestrino ho visto la neve. Ci avevano mentito: avevano promesso di portarci a Rostov sul Don, ma non c'era neve, in quel periodo, a Rostov...".
Quella che Aleksij P. racconta a Repubblica, documentandola con foto, date e indirizzi, è una storia di deportazione, di trattamenti orwelliani di spersonalizzazione e di un progetto folle di ripopolazione delle regioni più povere della Russia, in perfetto stile sovietico. Non solo. È anche la storia di una fuga disperata dalla vita che il Cremlino impone a chi è costretto ad abbandonare le zone occupate dell'Ucraina e spostarsi nella Federazione (1,2 milioni di persone sinor…
KRAMATORSK - Il viaggio di Aleksij nella distopia russa è cominciato su un treno che non fa fermate e di cui neanche il controllore sosteneva di conoscere la destinazione. "Alla stazione di Taganrog, poco lontano da Mariupol, ho perso i sensi per la stanchezza. Quando ho riaperto gli occhi ero in un vagone e dal finestrino ho visto la neve. Ci avevano mentito: avevano promesso di portarci a Rostov sul Don, ma non c'era neve, in quel periodo, a Rostov...".
Quella che Aleksij P. racconta a Repubblica, documentandola con foto, date e indirizzi, è una storia di deportazione, di trattamenti orwelliani di spersonalizzazione e di un progetto folle di ripopolazione delle regioni più povere della Russia, in perfetto stile sovietico. Non solo. È anche la storia di una fuga disperata dalla vita che il Cremlino impone a chi è costretto ad abbandonare le zone occupate dell'Ucraina e spostarsi nella Federazione (1,2 milioni di persone sinora, tra cui 233 mila bambini). Per arrivare a Ginevra, dove si trova ora, Aleksij ha percorso più di 5.100 chilometri, di cui 428 a piedi.
Ha 35 anni, fino al 24 febbraio scorso ha lavorato alla fornace dell'impianto metallurgico Ilyich a Mariupol, sua città natale. Vicino al porto ha, o meglio aveva, due appartamenti. Per un mese, dopo l'invasione, resiste con la famiglia nello scantinato. "Per bere dovevamo far sciogliere la neve o ingurgitare quella delle pozzanghere". Il 23 marzo, in un attimo di tregua, esce per andare al pozzo a prendere l'acqua. "Ho incontrato i soldati della cosiddetta Repubblica popolare di Donetsk. Mi hanno chiesto i documenti. Avevo la mia carta di identità plastificata: l'hanno gettata a terra e mi hanno detto che di lì in poi sarei stato un barbone". L'incontro degenera. "Mi hanno spezzato due dita della mano e con una pinza mi hanno spaccato tre denti. "Non devi più sorridere, vattene da Mariupol", mi urlavano".
Fino al 2014 Aleksij è stato un filorusso convinto. L'idea dunque di essere evacuato a Rostov, come gli raccomandano i due militari russi da cui va a protestare per il pestaggio dei separatisti, tutto sommato gli pare accettabile, anche perché il corridoio umanitario verso Kiev è chiuso. Il gruppo che il 24 marzo lascia la città insieme con Aleksij conta circa 800 persone. Al campo di filtrazione di Mariupol, vengono tutte registrate per il trasferimento via autobus a Rostov sul Don, poco oltre il confine ucraino. "Sul foglio che ci hanno fatto firmare era indicata chiaramente quella destinazione". Il gruppo non vi giungerà mai.
La colonna di bus si ferma prima, alla stazione di Taganrog. Ad aspettarli ci sono uomini in divisa che li spingono su un treno. Le famiglie non capiscono, i poliziotti non dicono una parola. Aleksij per la stanchezza sviene. Si risveglia sulla carrozza di mezzo. "Era un treno speciale, 12 vagoni. I finestrini erano apribili. Tra noi potevamo comunicare, tuttavia nessuno sapeva dove stessimo andando. Siamo partiti alle 6 del pomeriggio e alle 11 il treno si è fermato a Tambov, sul bassopiano della Oka. Lì ci hanno caricati su pullman scassati e ci hanno portato a Morshansk, un posto surreale di 37 mila abitanti dove il tempo si è fermato agli anni Ottanta: le strade erano più sporche di quelle a Mariupol dopo i bombardamenti, vecchi catorci come automobili, le case erano tuguri. Facevano meno 10 gradi sotto zero. Ci hanno divisi e io sono stato messo nell'orfanotrofio insieme ad altri cinquanta".
L'orfanotrofio di Morshansk in realtà è una prigione: l'arredamento misero, un piccolo lavello per terra dove lavarsi, 15 telecamere di sorveglianza, cinque poliziotti a piantonare l'entrata. E una stanza particolare, separata dal corpo della palazzina. "Per cinque giorni consecutivi, in quella stanza, agenti dell'Fsb (il servizio segreto, ndr) mi hanno sottoposto a un identico interrogatorio: le stesse domande, per 14 ore di fila. Hai parenti o amici nell'Azovstal? Conosci qualcuno del battaglione Azov? Hai mai usato un fucile? Spiegami questa foto che abbiamo trovato nel tuo telefono, spiegami perché non hai foto di carri armati bruciati, spiegami il significato di questo tatuaggio... Cose così. Ogni volta controllavano le risposte cercando delle incongruenze".
Alla fine del "trattamento", all'orfanotrofio si presentano dei funzionari governativi. "Ci hanno dato una sim card russa con chiamate illimitate. Ci hanno detto che le donne avrebbero lavorato a Morshansk, come lavapiatti e pulitrici, per 12 mila rubli al mese (circa 175 euro, ndr). Noi uomini invece dovevamo fare sei mesi di addestramento militare per poi tornare a Mariupol e combattere contro gli ucraini".
Per Oleksij è troppo. "La mia camera era al secondo piano. Ho aspettato l'una di notte e, mentre due ufficiali dell'Fsb guardavano la tv, sono saltato giù, appendendomi al davanzale. Ero solo, gli altri uomini non se ne sono voluti andare perché avevano i figli con loro. Fuori dall'orfanotrofio, nel buio, mi sono ritrovato in mezzo al nulla. Ho acceso il navigatore del telefono. Grazie a Dio, c'era connessione. Mi sono messo a correre per un chilometro, perché pensavo mi avessero visto. Ho camminato per 6 giorni e 6 notti in direzione di Mosca, dormivo sulle panchine. In tasca avevo grivne ucraine e una carta di credito che nessuno accettava. Avevo una bottiglia d'acqua da un litro e un pacchetto di noccioline, è tutto ciò che ho mangiato, lungo la strada. A spingermi era l'adrenalina".
Per raggiungere Mosca sono più di 400 chilometri. "Quando sono arrivato nei sobborghi della capitale russa riuscivo a malapena a muovere le gambe. Ho notato una macchina con targa estone. Era parcheggiata. Ho aspettato il proprietario per 12 ore, perché sapevo che dal confine russo-estone è facile uscire". Il proprietario della macchina lo aiuta: gli fornisce un tablet, uno zaino, del cibo e i soldi per il biglietto del treno fino a San Pietroburgo. Al confine di Narva, ultimo diaframma prima della sicurezza di avercela fatta, i doganieri che gli controllano il passaporto, gli chiedono da dove provenga. "Da Rostov, gli ho risposto. Gli ho mostrato il foglio firmato a Mariupol. la carta della menzogna russa che mi ha permesso di lasciare il loro Paese e mettermi in salvo in Europa".