MYKOLAIV - Il proiettile d'artiglieria pesante è atterrato tra due alberi, dopo un volo di settanta chilometri. È rimbalzato sulla terra dura del lungofiume e i suoi frammenti hanno travolto il vecchio camioncino Ford, proprietà di poco valore di un fruttivendolo di 50 anni. Aveva appena parcheggiato sotto la casa senza intonaco degli amici, a piano terra il magazzino, sopra il caffè caldo. Voleva prenderlo, il caffè, per iniziare la mattina mentre il meccanico controllava il ferrovecchio. Alle 9,45 si è spento tutto.
"Chiedetelo a Putin, il suo esercito stava forse cercando un obiettivo militare?". Intorno al furgone squassato un'auto bianca di antica produzione dell'Est, la Volga, ora sverniciata dall'incendio che si è sviluppato dopo l'esplosione. Il meccanico, proprio lui, con l'insegna consunta. Dall'altra parte un marciapiede di fango. Non sembrano obiettivi, target di guerra. Forse s&i…
MYKOLAIV - Il proiettile d'artiglieria pesante è atterrato tra due alberi, dopo un volo di settanta chilometri. È rimbalzato sulla terra dura del lungofiume e i suoi frammenti hanno travolto il vecchio camioncino Ford, proprietà di poco valore di un fruttivendolo di 50 anni. Aveva appena parcheggiato sotto la casa senza intonaco degli amici, a piano terra il magazzino, sopra il caffè caldo. Voleva prenderlo, il caffè, per iniziare la mattina mentre il meccanico controllava il ferrovecchio. Alle 9,45 si è spento tutto.
"Chiedetelo a Putin, il suo esercito stava forse cercando un obiettivo militare?". Intorno al furgone squassato un'auto bianca di antica produzione dell'Est, la Volga, ora sverniciata dall'incendio che si è sviluppato dopo l'esplosione. Il meccanico, proprio lui, con l'insegna consunta. Dall'altra parte un marciapiede di fango. Non sembrano obiettivi, target di guerra. Forse sì, due chilometri in orizzontale, sulla penisola formata dal Fiume Inhul c'è una caserma di militari, ma è davvero difficile scambiare questo morto al volante di un furgone - una moglie, dei figli - e il suo amico ferito per un errore di lancio.
Il governatore della regione, Vitaly Kim, origini coreane, una popolarità crescente tra la gente e l'esercito, ha una convinzione per spiegare lo sparo ad alzo casa: "I russi, asserragliati a Sud e a Est a protezione di Kherson, devono far vedere che ci sono, che stanno vincendo, ma non stanno vincendo per niente la battaglia dell'Ucraina meridionale". Creare l'illusione del dominio del territorio, dice ancora.
Lo sparo, ieri mattina, non è stato soltanto quello che ha chiuso la corsa a Naberezhnaya 2. Dalla linea del fronte sono piovuti altri tre proiettili, tutti alle 9,45. Hanno demolito nel raggio di due chilometri e mezzo. Un albero aperto a metà e la casa dietro screziata: non c'era nessuno, qui, vivaddio. Un'altra dimora povera a due piani, in questa periferia di una città portuale, e nascosta dentro un roseto di dimore povera. Hanno colpito anche questa, e adesso le manca il davanti. In una stanza da letto c'era un ragazzo, è uscito illeso. Poi l'ultimo bersaglio civile, difficile anche solo da trovare nel dedalo di cortili, tinelli, aie con cani e galline. Il proprietario, a torso nudo, sta già riparando il tetto sventrato e scende dalla scala e sorride per parlarti della sconfitta della sua nazionale di calcio in Galles: "Una buona sconfitta".
Che gli ucraini sappiano prendere la vita, "ma davvero Shevchenko ha fatto male come allenatore al Genoa?", e siano naturalmente convinti che questa guerra così sporca la vinceranno, è un dato che al giorno 103 di conflitto è difficile da confutare. Ma che quei razzi lanciati nell'alveare - senza fabbriche vicine, granai intorno, al massimo una scuola - non fossero tiri gratuiti, proiettili di frustrazione o, peggio, di provocazione, è difficile pensarlo.
"Fanno così dal primo giorno", spiega Max Horobin, ex imprenditore dell'internet che adesso offre passaggi per mantenere in vita la sua Tesla e i suoi principi: "Non cerchiamo neppure più una spiegazione sui bombardamenti". Già. La guerra dell'Est non ha sopito quella del Sud. Da due settimane i russi martellano di nuovo Mykolaiv, l'intera regione che ne prende il nome. E dopo i granai dell'oligarca bruciati in porto tre giorni fa, adesso i bersagli umani colpiti da lontano non fanno che alimentarla. "Non c'è più una possibilità di capire i russi, noi semplicemente li odiamo", si raccoglie il parere intorno all'ultimo obiettivo, quello degli animali in cortile.
Mykolaiv si è dimezzata, da mezzo milione di abitanti che contava, ma la sua tenuta militare negli ultimi tre mesi ha fatto sì che oggi a Odessa, due ore d'auto, la città di riferimento del Paese insieme a Kiev e Leopoli, il coprifuoco scatti solo alle undici di sera e fino a quell'ora le strade restino vive. Il corso tortuoso dei due fiumi che attraversano la Mykolaiv che resiste creano penisole lunghe e strette difficilmente attaccabili: chi è rimasto sa che i russi non porteranno qui le loro truppe, ma si faranno vivi con i razzi sparati dalla campagna. Possono colpire chiunque. Il 29 marzo un missile, di ben altra portata rispetto ai quattro proiettili messi in cielo ieri, devastò il corpo centrale del palazzo della Regione. Fece una strage, ma ancora una volta mancò il target: il governatore Kim, giunto in ritardo in ufficio con la sua auto con il mitragliatore incorporato.
"Siamo tutti bersagli facili", dicono i soldati ragazzi che adesso fanno la guardia alla casa del caffè. "I nostri compagni tra i boschi tengono i nemici lontani e allora quelli si sfogano con i razzi. Noi non cediamo, sappiano bene che la guerra finirà solo quando Putin sarà sconfitto".