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La presidente della Georgia: "Accelerare il nostro ingresso in Europa, prima che Mosca torni ad interessarsi di noi"

(ansa)
Salomé Zourabichvili, 70 anni, è dal 2018 la prima donna a ricoprire la più alta carica del suo paese. Figlia di rifugiati politici georgiani, è nata in Francia e ha servito nella diplomazia transalpina. Nel 2004, dopo aver preso la nazionalità del suo paese d’origine, è stata nominata Ministro degli Esteri, diventando la principale negoziatrice dell'accordo del 2005 per il ritiro delle basi militari russe.
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«Il futuro democratico è l'Europa. Per questo il nostro posto è all’interno dell’Unione. Certo, siamo coscienti della grande responsabilità di aver chiesto un’accelerazione del processo: dobbiamo velocizzare le riforme interne e superare presto ogni ostacolo. D’altronde il nostro riavvicinamento all’Europa, cui appartieniamo culturalmente da secoli, va di pari passo con quanto accade in Ucraina. Non giriamoci intorno: la questione sicurezza riguarda tutta la regione». 

Su una terrazza del Rhinoceros Hotel affacciata su quel quartiere del Velabro dove secondo leggenda Roma è nata, la presidente della Georgia Salomé Zourabichvili, 70 anni, gli occhi azzurrissimi, l’abito nocciola e i colori del suo paese appuntati sulla giacca, tira le fila della sua visita ufficiale in Italia. Figlia di rifugiati politici georgiani, è nata in Francia e ha servito nella diplomazia transalpina. Nel 2…

«Il futuro democratico è l'Europa. Per questo il nostro posto è all’interno dell’Unione. Certo, siamo coscienti della grande responsabilità di aver chiesto un’accelerazione del processo: dobbiamo velocizzare le riforme interne e superare presto ogni ostacolo. D’altronde il nostro riavvicinamento all’Europa, cui appartieniamo culturalmente da secoli, va di pari passo con quanto accade in Ucraina. Non giriamoci intorno: la questione sicurezza riguarda tutta la regione». 

Su una terrazza del Rhinoceros Hotel affacciata su quel quartiere del Velabro dove secondo leggenda Roma è nata, la presidente della Georgia Salomé Zourabichvili, 70 anni, gli occhi azzurrissimi, l’abito nocciola e i colori del suo paese appuntati sulla giacca, tira le fila della sua visita ufficiale in Italia. Figlia di rifugiati politici georgiani, è nata in Francia e ha servito nella diplomazia transalpina. Nel 2004, dopo aver preso la nazionalità del suo paese d’origine, è stata nominata Ministro degli Esteri, diventando la principale negoziatrice dell'accordo del 2005 per il ritiro delle basi militari russe. Nel 2018 è stata eletta presidente della Georgia: prima donna a ricoprire il ruolo.

Insieme alla Moldavia avete formalizzato la richiesta d'ingresso nell’Unione europea subito dopo l'Ucraina. L’emergenza accelererà la procedura?

«Ce lo auguriamo. Il vostro premier Mario Draghi ha detto chiaramente che sostiene la nostra integrazione. Quato mi fa ripartire fiduciosa. La risposta europea all’aggressione russa deve necessariamente andare verso un maggior consolidamento: risposta pacifica ma che garantisce sicurezza a paesi come il nostro».

Teme che la Georgia torni a essere un obiettivo della Russia di Putin?

«Più che di timore parlerei di consapevolezza. Siamo, in pratica, nella stessa situazione dell’Ucraina: Abkhazia e Ossezia del Sud, ovvero il 20 per cento del nostro paese, sono da tempo sotto controllo russo. Chiaro dunque che la guerra contro Kiev crea nuova pressione su di noi. Siamo convinti che comunque vada, Mosca tornerà a interessarsi di noi. Perché se vincono, vorranno di più. E se perdono, potrebbero cercare di salvare la faccia con una preda fin troppo facile come la Georgia. Un paese piccolo, senza grandi risorse militari. Giocano al gatto e al topo, mettendo alla prova i nostri nervi, senza bisogno di occupare territori: come col progetto di referendum per "riunirsi" a Mosca che doveva tenersi a luglio in Ossezia. Ora l’hanno postposto. Ma per quanto tempo?»

Lo scorso 14 marzo lei ha tenuto un discorso molto duro in Parlamento, accusando maggioranza e opposizione di avere un atteggiamento troppo sottomesso rispetto a Mosca. In effetti non avete chiuso lo spazio aereo. Né partecipato alle sanzioni...

«La mia non era solo una critica, ma un invito a una maggiore unità nazionale per perseguire l’integrazione europea. Certo, abbiamo avuto abbastanza guerra e non ne vogliamo un'altra. Sarebbe una situazione molto sbilanciata. Ma dobbiamo essere il più determinati possibile nel perseguire il percorso verso la Ue».

Eppure la causa ucraina è molto popolare nel suo paese. Avete aperto le porte ai profughi, ma anche a dissidenti russi

«È vero: sono entrati almeno 35mila russi. Potranno rimanere senza bisogno di visto almeno un anno. Hanno anche aperto una tv che trasmette dal nostro paese. Trovo interessante che il numero di ucraini sia simile. Per loro abbiamo disegnato un percorso di facilitazione scolastica. Ma fa parte della nostra cultura: abbiamo sempre aperto le porte alle minoranze. Da noi ci sono armeni, azeri, curdi. In altri paesi le politiche d’accoglienza finiscono per creare tensioni, ma da noi c’è molta accettazione della diversità».

In Ucraina c'è pure un’unità di volontari formata da foreign fighters georgiani...

«Hanno tutto il mio sostegno. Noi non prendiamo parte al conflitto. Ma rispettiamo i georgiani che combattono per la libertà e l’indipendenza degli ucraini. All’aeroporto di Tbilisi ho accolto personalmente la salma del nostro primo volontario caduto in guerra. Orgoglio della nazione».

Siete affacciati su quel Mar Nero oggi letteralmente minato. Una situazione di crisi che  riguarda il mondo intero ma che ha un'importante effetto sui vostri traffici commerciali.

«Purtroppo oggi l’economia di mezzo mondo è vittima collaterale della crisi ucraina. Noi siamo però resilienti: forse perché abbiamo meno paura di perdere quel poco di prosperità che abbiamo rispetto ad altri paesi europei. Certo il Mar Nero ha rilevanza per l’intera regione europea: è uno spazio di traffici commerciali, energetici e pure connettivi, visto che ci sono importatanti progetti di fibra ottica. È  una priorità comune. Non possiamo lasciare che diventi un mare di ostilità e scontri. Deve essere un mare di cooperazione e stabilità».

Il 17 giugno si terrà a Tbilisi una conferenza internazionale sul ruolo delle donne nelle situazioni di conflitto. Ce ne vorrebbero di più ai tavoli delle trattative?

«Sì: quando agiscono secondo la loro sensibilità specifica senza comportarsi da uomini, come pure purtroppo accade, sanno gestire meglio negoziati e ricostruzione. Me lo chiedo spesso: come sarebbe se Putin, ma anche Zelensky, fossero donne?»