Singapore, primo faccia a faccia tra i ministri Usa-Cina su Taiwan. Pechino: "Impediremo l'indipendenza"
dal nostro corrispondente Gianluca Modolo , dal nostro corrispondente Gianluca ModoloPECHINO - "L'esercito di liberazione popolare cinese non avrà altra scelta se non quella di combattere ad ogni costo per schiacciare qualsiasi tentativo di indipendenza di Taiwan, salvaguardando la sovranità nazionale e l'integrità territoriale". Pechino torna a mostrare i muscoli sul destino della "provincia ribelle". Così si è espresso il colonnello Wu Qian, portavoce del Ministero della Difesa, riportando in conferenza stampa le parole del generale Wei Fenghe.
Taiwan, come da attese della vigilia, è stata al centro del colloquio tra il capo del Pentagono Lloyd Austin e il ministro della Difesa cinese: il primo faccia a fa…
PECHINO - "L'esercito di liberazione popolare cinese non avrà altra scelta se non quella di combattere ad ogni costo per schiacciare qualsiasi tentativo di indipendenza di Taiwan, salvaguardando la sovranità nazionale e l'integrità territoriale". Pechino torna a mostrare i muscoli sul destino della "provincia ribelle". Così si è espresso il colonnello Wu Qian, portavoce del Ministero della Difesa, riportando in conferenza stampa le parole del generale Wei Fenghe.
Taiwan, come da attese della vigilia, è stata al centro del colloquio tra il capo del Pentagono Lloyd Austin e il ministro della Difesa cinese: il primo faccia a faccia tra i due. Si sono visti a Singapore, a margine del Shangri-La Dialogue, il vertice sulla sicurezza dell'Asia, in corso da oggi fino a domenica nella città-Stato. Una chiacchierata durata 55 minuti, il doppio praticamente rispetto ai 30 previsti.
Taiwan, terreno di maggiore frizione, senza sorprese. Austin ha voluto rassicurare il suo omologo che non c'è da parte degli Stati Uniti nessun cambio di politica nei confronti di Taipei: rassicurazione dovuta dopo le parole del presidente statunitense Joe Biden pronunciate durante il suo viaggio in Asia quando disse che gli Usa sarebbero intervenuti militarmente se Pechino avesse attaccato l'isola. Parole subito "corrette" dalla Casa Bianca.
Austin ha invitato però la Cina ad "astenersi da ulteriori azioni destabilizzanti", riferimento alle continue attività militari di Pechino - specialmente negli ultimi due anni - attorno all'isola che rivendica come propria, in risposta a quella che definisce una "collusione" tra Taipei e Washington. Nonostante il dialogo sia filato liscio, "senza intoppi" - come dice la parte cinese - il ministro ha dovuto mostrare i muscoli affermando, anzi riaffermando, che "l'esercito di Pechino non esisterà a schiacciare qualsiasi mossa indipendentista da parte di Taiwan". Parole ripetute anche dal portavoce del ministero in conferenza stampa: "Combatteremo per difendere la sovranità e l'integrità del territorio del Paese".
Retorica bellicosa su Taiwan a parte, l'incontro - che i cinesi hanno definito "schietto, ma positivo e costruttivo" - arriva nel momento in cui le relazioni tra le due superpotenze sono più tese che mai: le dispute nel Mar cinese meridionale, la competizione nell'Indo-Pacifico, con gli Usa che denunciano la crescente assertività di Pechino nella regione, e con Pechino invece che si dice vittima del crescente accerchiamento di americani e alleati. E, ovviamente, la guerra in Ucraina. Il capo del Pentagono ha messo in guardia nuovamente i cinesi dal fornire "materiale" alla Russia per la sua guerra contro Kiev. Aiuto che finora non c'è stato da parte di Pechino per paura di incorrere nelle sanzioni dell'Occidente.
Entrambi hanno sottolineato la necessità di una maggiore comunicazione: la Cina auspica lo sviluppo di relazioni "sane e stabili", ha affermato Wei. Le relazioni tra Pechino e Washington vanno rimesse nella giusta carreggiata, per questo sembrano all'orizzonte ulteriori incontri tra i due. "Riteniamo sia meglio incontrarsi che non incontrarsi e che sia meglio parlare che non parlare", ha dichiarato il colonnello Wu Qian, portavoce del ministero, in conferenza stampa.
Il discorso del premier giapponese
“L’Ucraina di oggi potrebbe essere l'Asia orientale di domani”. Al vertice di Singapore il discorso di apertura dei lavori è toccato quest’anno al primo ministro giapponese Fumio Kishida. Il premier nipponico ha promesso di rafforzare la capacità militare del suo Paese e la cooperazione con gli alleati, citando il contesto di sicurezza "sempre più difficile" dell’Asia. Nei suoi quaranta minuti di discorso sono volate frecciatine alla Cina, anche se non ha mai apertamente attaccato Pechino.
Le parole di Kishida segnano un altro passo del Giappone nel prendere le distanze dal pacifismo del secondo dopoguerra e uscire dall'ombra degli Stati Uniti, il principale alleato, per assumere invece un ruolo maggiore nella sicurezza regionale, dove bisogna affrontare le sfide poste dalla Cina, dalla Corea del Nord e dalla Russia. A inizio settimana il premier ha promesso di aumentare drasticamente la spesa per la difesa nei prossimi cinque anni, così come ha ribadito l’impegno nel fornire aiuti agli altri Paesi asiatici. Aggiungendo che il Giappone non esclude “l'acquisizione di capacità di contrattacco”: proposta controversa in un Paese che ha rinunciato alla guerra - come da Costituzione - dopo la sconfitta nel 1945.