Italiani e francesi al forum di Putin: le sanzioni non fermano gli affari
dalla nostra inviata Rosalba Castelletti , dalla nostra inviata Rosalba CastellettiSAN PIETROBURGO - La parata di bandiere davanti al complesso che ospiterà fino a sabato la 25esima edizione dello Spief, il Forum economico di San Pietroburgo, è emblematica: l'Occidente non c'è. Dopo aver sanzionato in blocco la Russia in risposta alla cosiddetta "operazione militare speciale" in Ucraina, Europa e Stati Uniti hanno disertato quella che un tempo si fregiava di essere la "Davos russa". Unica eccezione: l'appuntamento intitolato "Investitori occidentali in Russia: nuove realtà".
In una saletta al secondo piano, in barba agli espliciti appelli al boicottaggio e alla pragmatica p…
SAN PIETROBURGO - La parata di bandiere davanti al complesso che ospiterà fino a sabato la 25esima edizione dello Spief, il Forum economico di San Pietroburgo, è emblematica: l'Occidente non c'è. Dopo aver sanzionato in blocco la Russia in risposta alla cosiddetta "operazione militare speciale" in Ucraina, Europa e Stati Uniti hanno disertato quella che un tempo si fregiava di essere la "Davos russa". Unica eccezione: l'appuntamento intitolato "Investitori occidentali in Russia: nuove realtà".
In una saletta al secondo piano, in barba agli espliciti appelli al boicottaggio e alla pragmatica prudenza, accanto ai presidenti della Camera di Commercio americana e franco-russa Robert Agee ed Emmanuel Quidet, c'erano anche due italiani: Alfredo Gozzi, direttore generale di Confindustria Russia, e Vincenzo Trani, da poco riconfermato presidente della Camera di Commercio italo-russa. Una peculiarità tutta italiana quella che vede la comunità degli imprenditori nostrani nella Federazione russa rappresentata da tre diverse organizzazioni, compresa Gim-Unimpresa, che però a San Pietroburgo non c'è.
L'anomala sessione in una kermesse disertata da gran parte della comunità internazionale era moderata da Pavel Shinskij, numero due di Quidet, che ai suoi interlocutori locali e stranieri ha chiesto perché, e come, continuare a fare affari in Russia a dispetto della opposta decisione di oltre mille aziende di abbandonare il mercato russo, o ridurre o sospendere le operazioni, e delle sanzioni approvate dai governi. Il "segreto italiano", ha risposto Gozzi, è che la maggior parte della presenza nostrana in Russia è costituita da piccole e medie imprese. "Essere piccoli - ha detto - consente una maggiore flessibilità a livello decisionale".
Il contraltare, ha però aggiunto, è la maggiore fragilità e vulnerabilità a livello finanziario. Non solo di fronte alle sanzioni decise dall'Occidente, ma anche rispetto alle contromisure russe. Come la recente direttiva della Banca centrale russa che ha imposto restrizioni alle operazioni sui conti degli italiani presso le controllate russe di Intesa e Unicredit. "Non dico che le misure siano giuste o sbagliate, ma è un fatto oggettivo. Le nostre aziende non possono portare in Italia ricavi e profitti, né avere transazioni libere". Gozzi ha anche indirizzato un suggerimento alle autorità russe: Mosca, ha detto, deve pensare a un nuovo modello economico che coinvolga le piccole e medie imprese.
Alla domanda di Shinskij, Trani ha dato una risposta diversa ricordando di essere egli stesso un imprenditore. Secondo il capo di Delimobil, la società russa di car sharing che fino allo scorso febbraio vedeva nel suo cda anche l'ex premier Matteo Renzi, se la maggior parte delle aziende italiane è rimasta, la ragione sta nella loro "responsabilità sociale, contrattuale e morale nel fare business": responsabilità nei confronti dei dipendenti, responsabilità nel rispettare i contratti garantendo l'assistenza dopo aver fornito attrezzature e responsabilità nei confronti degli investitori.
Ma il concetto chiave, ha precisato Trani, è un altro: "Il fatto che siamo rimasti in Russia non vuol dire che sosteniamo gli eventi di febbraio. Il business vuole la stabilità e pace. Ma il business è business. Non può mischiarsi con la politica". E se Trani non parla a nome degli italiani, ha aggiunto, è perché la Camera di Commercio italo-russa rappresenta anche aziende locali. "Siamo il ponte tra Italia e Russia. E ovviamente soffriamo quando questo ponte è rovinato".
Lo statunitense Agee, il primo ad aver preso la parola, ha invece contestato le ricostruzioni sul ritiro dei grandi marchi. "Solo l'11% delle aziende americane ha abbandonato il mercato russo", ha detto citando numeri che persino un russo, Sergej Krasilnikov dell'Unione degli industriali e imprenditori (Rspp), ha però messo in dubbio: "La situazione è fluida, le statistiche cambiano". Mentre il francese Quidet ha evitato i toni trionfalistici ammettendo "le difficoltà e le pressioni". Si resta, ha detto, "anche per non abbandonare i propri dipendenti". Ma il punto ieri era soprattutto un altro: perché essere presenti al Forum di San Pietroburgo, mentre il resto dell'Europa ha rinunciato alla kermesse. Ma alla richiesta di Repubblica di commentare, sia Gozzi sia Trani hanno risposto di non poter rilasciare dichiarazioni.