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“Viviamo come i topi”: le voci di Lysychansk l’ultima città martire ucraina

(afp)

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Sulla strada per la città, prossimo obiettivo dei russi, con i volontari che aiutano gli assediati a scappare
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LYSYCHANSK - Per entrare nella città gemella di Severodonetsk e specchio della sua sofferenza bisogna percorrere 55 chilometri di buche, voragini, terra secca. È gemella ed è già martire, con le stesse stimmate di quella di là del fiume: corpi senza vita per strada e corpi ancora vivi nascosti nelle cantine. "Sono le nostre catacombe e, fuori, non riusciamo a seppellire sorelle e fratelli". 

Dentro Lysychansk per portare via i civili sotto le bombe

Per riportare alla luce del sole questi assediati, e raccogliere queste testimonianze, si fa gimcana a una media di 60 l'ora, punte di 90. Buche e terra sono l'Ucraina tutta, a cui non è bastata la cura dell'asfalto in tempo di pace del presidente Zelensky per avere strade diffuse. Le voragini della regionale T0513, da Bakhmut a Lysychansk, sono invece lo scavo dei proiettili di obice sparati lungo tutto il percorso dall'…

LYSYCHANSK - Per entrare nella città gemella di Severodonetsk e specchio della sua sofferenza bisogna percorrere 55 chilometri di buche, voragini, terra secca. È gemella ed è già martire, con le stesse stimmate di quella di là del fiume: corpi senza vita per strada e corpi ancora vivi nascosti nelle cantine. "Sono le nostre catacombe e, fuori, non riusciamo a seppellire sorelle e fratelli". 

Dentro Lysychansk per portare via i civili sotto le bombe

Per riportare alla luce del sole questi assediati, e raccogliere queste testimonianze, si fa gimcana a una media di 60 l'ora, punte di 90. Buche e terra sono l'Ucraina tutta, a cui non è bastata la cura dell'asfalto in tempo di pace del presidente Zelensky per avere strade diffuse. Le voragini della regionale T0513, da Bakhmut a Lysychansk, sono invece lo scavo dei proiettili di obice sparati lungo tutto il percorso dall'artiglieria russa. Ogni villaggio - Blahodatne, Fedorivka, Sakko i Vantsetti, sì, loro, gli anarchici italiani a cui il regime sovietico dedicò un insediamento nella campagna del Lugansk - ha un cratere, grande a seconda del calibro usato. Costringe a inchiodate della carovana e passaggi lenti in un'erba che potrebbe nascondere mine. Le trappole del Donbass, dal 2014 la terra più minata del mondo. 

Andri, la guida tedesca di questo minicorteo dell'assistenza, tre mezzi in tutto, dice che, in verità, la T0153 è "la seconda strada più pericolosa al mondo". L'altra, in testa alla classifica, passa per Soledar e allo svantaggio a terra, le mine, aggiunge quello di essere vicina al fronte zero. Da dove i russi sparano, spesso con i droni, su tutto quello che si muove. Carovane umanitarie, giornalisti al seguito.

I gruppi di soccorso in Ucraina si formano sul posto, le grandi ong non si spingono fino al Donbass. Qui, terra bruciata a cavallo del Donetsk, si sono messi insieme Jerry, irlandese di Belfast che, dopo aver fatto affari in Nord America, ha deciso di vivere portando via civili da luoghi pericolosi, e Roma, studente di musica a Kiev dalla magrezza scheletrica. Quindi Sharon, animalista americana, e Saphryn, giapponese cresciuto in Indonesia, qui per un documentario sui rifugiati dell'Est Ucraina. 

La carovana avanza, rapida, tra auto private e mezzi militari fulminati dai russi, sempre da lontano. Ti centrano anche dietro gli improvvisi boschi che offrono frescura ma non sufficiente riparo. Risale, in direzione contraria, il guscio di un carrarmato trainato da una bisarca militare: è rimasto solo il guscio. Dall'insediamento di Silversk, l'ultimo prima della meta, s'alza un'enorme nuvola rosa: sembra dire che gli invasori hanno appena colpito un target chimico. Laggiù in fondo, ecco, Lysychansk. Brucia. Il fumo nero sale dai suoi palazzi in centro, sventrati.


Alle case basse e di legno di Vovchoyarivka, che non vedono straniero dall'uno maggio, la prima consegna. La padrona si è nascosta nell'aia, un ripostiglio per gli attrezzi: ha paura che la carovana sia militare. Quando viene fuori, abbraccia tutti e porta in stanza i pacchi di pasta. Si riparte e stavolta si prende, non si dà: un carico umano dalla periferia di Lysychansk, cresciuta, questa, attorno alla Fabbrica del vetro: una famiglia di donne ha chiesto di uscire dall'assedio.

Ludmilla, 59 anni, la nonna. Katerina, di 36, quindi Karina, 13. E la piccola Veronika, neppure tre. Sono già pronte, quattro sporte di plastica sulla soglia. Salgono sulla Hyundai del fixer Bogdan, anche lui da Kiev. Salgono correndo, tutte e quattro si sistemano dietro. Katerina, un vestito a righe bianche e nere elegante, racconta: "Da maggio viviamo in corridoio, lontane dalle finestre. È il vano più protetto della casa. Il nostro quartiere è il margine di errore dei russi: loro tirano sulla fabbrica dei bicchieri, la Glass Factory, e spesso colpiscono noi.

Ci sono i soldati dell'esercito ucraino là dentro, li possono bombardare per quattro ore consecutive". Il resto del distretto, attorno, si rifugia negli scantinati. I civili non sono dentro la fabbrica come a Severodonetsk, nella Azot, ma sono ugualmente scudi umani. "Da maggio, qui, ci sono morti e feriti. È difficile uscire anche solo per dar loro una sepoltura. Noi non volevamo vivere al buio anche di giorno, come i topi, e così abbiamo passato le nostre giornate in corridoio". 


La figlia più grande, Karina, ancora: "Tutte le mattine alle dieci partono i colpi. Il 19 maggio, l'ho segnato sul diario, non smettevano più. Hanno preso la scuola, l'ospedale, hanno fatto fuoco su tutto il centro con i negozi". Molte famiglie sono riuscite a scappare da Lysychansk prima dell'assedio e nelle case rimaste vuote sono entrati gli sciacalli. "No, i russi qui non sono ancora arrivati, erano ladri del posto, gente affamata".

Da quell'uno maggio del secondo attacco - i russi e i filorussi questa parte del Donbass l'hanno raggiunta subito, facilitati dalla vicinanza dei capoluoghi di Donetsk e Lugansk - manca la luce, il gas e in un raggio di 70 chilometri qualsiasi comunicazione.

Sul fiume Severskij Donec c'è un villaggio che ancora brucia, anche le galline si bruciano le zampe. Bisogna recuperare otto persone a Vovchoyarivka, quasi tutte anziane. E rientrare con il tramonto a fari spenti.