Draghi, Macron e Scholz: le fragili maggioranze alla prova della guerra
di Andrea Bonanni , di Andrea Bonanni(ansa)
Macron esce indebolito dalle elezioni francesi, senza una chiara maggioranza parlamentare. Draghi è sballottato tra le convulsioni politiche di un M5S agonizzante e la sostanziale inaffidabilità di Salvini in politica estera. Scholz, nella più benevola delle interpretazioni, continua a scimmiottare gli equilibrismi di Angela Merkel senza vedere che i tempi esigono un Cancelliere di ben altra tempra e senza che gli ucraini abbiano ancora visto le armi promesse dalla Germania. Perfino lo spagnolo Sanchez incassa un duro colpo dal voto in Andalusia. Le colonne dell'edificio europeo cominciano a mostrare qualche crepa.
Niente di grave, si dirà: la solita maretta politica in salsa Ue. Sono cose che succedono, in democrazia. Ma la democrazia europea, oggi, è una democrazia in guerra, anche se non riesce ad ammetterlo. E ci sono lussi che le democrazie in guerra non si possono permettere. A ricordarglielo ha provveduto nei giorni scorsi il ventri…
Macron esce indebolito dalle elezioni francesi, senza una chiara maggioranza parlamentare. Draghi è sballottato tra le convulsioni politiche di un M5S agonizzante e la sostanziale inaffidabilità di Salvini in politica estera. Scholz, nella più benevola delle interpretazioni, continua a scimmiottare gli equilibrismi di Angela Merkel senza vedere che i tempi esigono un Cancelliere di ben altra tempra e senza che gli ucraini abbiano ancora visto le armi promesse dalla Germania. Perfino lo spagnolo Sanchez incassa un duro colpo dal voto in Andalusia. Le colonne dell'edificio europeo cominciano a mostrare qualche crepa.
Niente di grave, si dirà: la solita maretta politica in salsa Ue. Sono cose che succedono, in democrazia. Ma la democrazia europea, oggi, è una democrazia in guerra, anche se non riesce ad ammetterlo. E ci sono lussi che le democrazie in guerra non si possono permettere. A ricordarglielo ha provveduto nei giorni scorsi il ventriloquo di Putin, Medvedev: "La Ue potrebbe sparire prima che l'Ucraina entri a farne parte", ha dichiarato con la sua solita brutalità. Da sempre Medvedev si fa carico di dire le cose che Putin pensa, ma considera inappropriato esprimere personalmente. Lo faceva anche quando corteggiava e blandiva l'Occidente mentre il suo capo stringeva la morsa della repressione interna. Ora ha cambiato toni, ma l'ispiratore delle sue esternazioni è sempre lo stesso.
"Gli imbecilli europei nel loro zelo hanno dimostrato ancora una volta di considerare i propri cittadini come nemici non meno dei russi", ha dichiarato recentemente, teorizzando implicitamente che i costi economici della guerra, in termini di mancata crescita e di inflazione importata, si sarebbero riflettuti in una perdita di consenso politico per la classe dirigente dell'Ue. È una teoria che non va presa alla leggera.
La verità è che la Russia di Vladimir Putin da molto tempo gioca al tavolo della politica europea con lo scopo dichiarato di impedirne l'integrazione. Con questo obiettivo ha appoggiato, dovunque ha potuto, i nemici europei dell'Europa: la Le Pen in Francia, Salvini in Italia, l'estrema destra in Germania e in Austria, Orban in Ungheria. Il fatto, altrimenti inspiegabile, che al Parlamento europeo esistono due distinti gruppi politici di estrema destra si capisce solo se si prende atto che uno, quello dei Conservatori di cui Meloni è presidente, è saldamente filo-occidentale, mentre l'altro, Identità e democrazia che ospita la Lega di Salvini, la Le Pen e il partito di Orban, rappresenta la destra putiniana. La discriminante russa è talmente forte e determinante che, nonostante i ripetuti tentativi di Giorgia Meloni, la fusione tra i due gruppi non è mai andata in porto.
La guerra in Ucraina non ha sostanzialmente alterato questo stato di cose. Ha solo modificato gli obiettivi a breve termine di Putin sullo scacchiere europeo. Se prima il fine da perseguire era quello di impedire la nascita di una Europa federale agitando i fantasmi del nazionalismo sovranista (un disegno cui si sono prestati involontariamente anche i polacchi), adesso il risultato a cui punta Mosca è quello di indebolire i governi saldamente filo-occidentali sfruttando il malcontento provocato dai costi della guerra e il timore che la prospettiva di una escalation suscita in larghi strati dell'opinione pubblica.
All'inizio della guerra, Putin ha fatto due errori di calcolo. Non si aspettava la reazione patriottica degli ucraini, pronti a pagare con decine di migliaia di morti la resistenza all'invasore. E non si aspettava la compattezza dell'Occidente e la tenuta dell'Europa nel respingere il suo attacco alle democrazie. Non aveva previsto sanzioni così dure, né l'accoglienza indiscriminata dei profughi, né la fornitura massiccia di armi alla resistenza, né la solidarietà che ha portato in Ucraina una lunga processione di leader europei. Pensava di vincere due guerre, una contro Kiev e una contro Bruxelles, senza dover veramente combattere. Si sbagliava.
Ma il fatto che le cose non siano andate secondo i piani del Cremlino non è per sé garanzia di vittoria. In Ucraina l'Armata rossa è ancora all'offensiva. In Europa è cominciata una durissima guerra di logoramento che ha per obiettivo la tenuta dei Parlamenti democratici. La nuova scommessa di Putin è che gli ucraini non riusciranno a fermare i suoi soldati in Donbass e che gli europei si stancheranno di pagare l'alto prezzo che la guerra impone ai loro popoli. La tenuta democratica dei governi europei è diventata un obiettivo dichiarato dell'autocrazia russa.
La decisione della Nato e della Ue di aumentare ancora la fornitura di armi all'esercito ucraino ha l'obiettivo di contrastare questa scommessa sul campo di battaglia. Ma per vincere la partita politica sul fronte europeo occorre che le opinioni pubbliche nella Ue diventino consapevoli che la loro dialettica interna, in altri tempi normale e produttiva, può produrre risultati devastanti per la sopravvivenza stessa dei sistemi democratici. Le democrazie in guerra possono sopravvivere solo se prendono coscienza di essere in guerra e dunque rinunciano ad usare i costi del conflitto per contendersi in consenso interno. Questo implica il riconoscimento condiviso dell'esistenza di un nemico comune, come è successo in Ucraina. Se in Europa ciò non dovesse avvenire il nemico comune, l'autocrazia di Putin, avrebbe già vinto una battaglia decisiva.