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Dalla Karelia al Tatarstan, le repubbliche ribelli che sfidano il potere centrale di Putin

Una manifetsazione per celebrare la nascita della Repubblica del Tatarstan a Kazan, la capitale 
La guerra in Ucraina rischia di produrre un impatto imprevisto lungo tutto il grande territorio della Federazione russa soprattutto nelle repubbliche autonome, attraversate da nuove rivendicazioni di libertà e democrazia, e da una rinascita identitaria, culturale e politica
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Le  immagini  dei  giovanissimi  soldati  catturati  dalle  forze  ucraine  con  i  volti  delle regioni  più  remote  della  Russia,  raccontano  il  mosaico  etnico  della  Federazione Russa:  buriati,  tuvini,  yakuti,  bashkiri,  tatari,  udmurti  provenienti  dalle  diverse Repubbliche  Autonome  dalla  Karelia  al  confine  con  la  Finlandia,  al  Caucaso, fino alla Yacuzia nell'estremo oriente siberiano.

Alcune di queste unità militari sono stati riconosciute responsabili dei massacri di civili documentati dal Procuratore  Generale  dell'Ucraina,  come  accaduto a Bucha per mano della 64ma Brigata Motorizzata di stanza a Nkyaze-Volkonskoye nell'estremo oriente siberiano, e composta per la maggior parte da soldati burlati, i…

Le  immagini  dei  giovanissimi  soldati  catturati  dalle  forze  ucraine  con  i  volti  delle regioni  più  remote  della  Russia,  raccontano  il  mosaico  etnico  della  Federazione Russa:  buriati,  tuvini,  yakuti,  bashkiri,  tatari,  udmurti  provenienti  dalle  diverse Repubbliche  Autonome  dalla  Karelia  al  confine  con  la  Finlandia,  al  Caucaso, fino alla Yacuzia nell'estremo oriente siberiano.

Alcune di queste unità militari sono stati riconosciute responsabili dei massacri di civili documentati dal Procuratore  Generale  dell'Ucraina,  come  accaduto a Bucha per mano della 64ma Brigata Motorizzata di stanza a Nkyaze-Volkonskoye nell'estremo oriente siberiano, e composta per la maggior parte da soldati burlati, insieme agli oramai molti casi documentati delle atrocità commesse per mano dei miliziani ceceni del satrapo Kadyrov, da tempo usato da Putin come la mano più violenta del regime.

Seguendo il manuale staliniano, Vladimir Putin ha disposto delle minoranze etniche della grande Russia a suo piacimento per  limitare l'utilizzo di forze russe nel conflitto e per disporre di milizie con meno remore nei confronti dei "fratelli ucraini". Ma questa volta il calcolo rischia di essere errato e in molte cancellerie in occidente si inizia ad analizzare la possibilità d'un crollo della  Federazione Russa in maniera similare a quanto accadde nel 1991 con la dissoluzione dell'Unione Sovietica. 

La  sconfitta militare in Ucraina,  il regime di sanzioni senza precedenti, l'indebolimento contemporaneo della struttura militare,  economica ed energetica del Paese, potrebbero produrre un cambio di regime e liberare forze centrifughe mai completamente sopite. Fra gli 87 soggetti costituenti della Federazione Russa, accanto agli Oblast (regioni) ed  i Krai  (territori),  con  gradi  di  autonomia  simili  alle  nostre  autonomie regionali,  vi  sono  21  Repubbliche  Autonome nate fin dai tempi dell'Unione Sovietica per tutelare le molte etnie del Paese. Sono Repubbliche con una loro Costituzione, Parlamento e Governo legate alla Russia  con  un patto  costituzionale. 

Le repubbliche nate dalla dissoluzione dell'Urss

Nel  1991  con  la  dissoluzione dell'Unione Sovietica cambiarono rapidamente nome rafforzando il proprio assetto statuale. Una sola dichiarò la piena indipendenza, la Cecenia, e venne punita con una  guerra  senza  quartiere  che  provocò  oltre  150.000  morti  fra  la  popolazione civile,  la  totale  distruzione  della  capitale  Grozny,  e  infine  la  normalizzazione  con l'insediamento  del  regime  fantoccio,  violento  e  autoritario  di  Ramzan  Kadyrov legato a doppio filo con Mosca. Con  l'avvento  al  potere  di  Vladimir  Putin,  la  breve  stagione  di  libertà  delle Repubbliche Autonome garantita da Boris Eltsin, viene progressivamente ricondotta alla gestione centralizza del Cremlino: viene cancellata l'elezione diretta dei Presidenti delle Repubbliche stesse e  vengono progressivamente ridotte le autonomie da poco conquistate.

Ma  ora  l'onda  tellurica  provocata  dalla  guerra  in  Ucraina  rischia  di  produrre  un impatto  imprevisto  lungo tutto il grande territorio della Federazione, attraversato da una crescente opposizione all'avvenura bellica, da nuove rivendicazioni  di  libertà  e  democrazia,  e  da  una  rinascita  identitaria,  culturale  e politica  nelle  lontane  repubbliche  pronte  a  diventare  protagoniste  della  possibile dissoluzione della federazione.

Il  nostro  viaggio  inizia  nell'Idel-Ural,  fra  le  Repubbliche  del  Medio  Volga:  il Tatarstan,  la  Chuvassia,  la  Mordovia,  il  Mari-El  e  la  Baschiria.  Siamo  a  soli 700 km  da  Mosca  verso  la  catena  montuosa  degli  Urali  e  i  rappresentanti  dei movimenti che vogliono la separazione da Mosca sono in esilio. Alla  periferia  di  Kiev  ha  la  sede  il  movimento  "Svabodni  Idel-Ural" - Libertà  per l'Idel-Ural che ha una missione chiara: "Il nostro obiettivo? Il collasso della Russia e la creazione di nuovi Stati sulle sue rovine".

Ogni settimana il movimento pubblica le "Cronache del collasso della Federazione Russa": funerali di giovanissimi soldati di leva morti nelle pianure ucraine, i mille casi di corruzione negli apparati locali, la giustizia ingiusta asservita al potente locale, i disservizi, le devastazioni della taiga e dei delicati ecosistemi lacustri. Ciò che emerge è la sciatteria di un regime a fine corsa, pronto a divorare ciò che resta delle risorse pubbliche, irrispettoso dei diritti fondamentali, imbevuto di una retorica vuota quanto criminale della giustificazione della guerra in Ucraina come gloriosa prosecuzione della grande guerra patriottica contro  il  nazismo. 

Gli attivisti in carcere o in esilio

Alcuni  dei  loro  leader  sono  incarcerati  come  l'attivista  baschiro Airat  Dilmukhametov,  condannato  a  nove  anni  di  carcere  per  "incitazione  al separatismo",  altri  in  esilio  come  il  tataro  Nafisi  Kashapov  che  ha  rappresentato l'organizzazione  al  "Forum  del  popolo  libero  della  Russia"  tenutosi  lo  scorso maggio a Varsavia. Kashapov si è battuto per anni per la tutela della lingua tatara contro la "schiavitù  dell'imperialismo russo" e per la promozione dell'identità linguistica e culturale della minoranza tatara.

All'inizio dello scorso anno scolastico a Kazan, la capitale del Tatarstan, il 55% degli  studenti ha optato per il tataro come prima  lingua contro l'autorità che vorrebbe imporre il russo. La minoranza islamica sunnita del Volga conquistata da Ivan il Terribile nel  1552 rivendica  con forza le proprie prerogative e i propri diritti proponendo un islam tollerante e secolare che convive fianco a fianco con l'ortodossia cristiana, come dimostrano fisicamente la cattedrale dell'Annunciazione e la moschea di Qol-Sharif,  una  di  fronte  all'altra  all'interno delle mura del Cremlino di Kazan sulle rive del Volga.

La resistenza tatara e baschira

Fra tutte le repubbliche autonome il Tatarstan è il soggetto che più di ogni altro ha resistito alla perdita di poteri a favore di  Mosca  e ancora oggi si batte per conservare l'autonomia del secondo gruppo etnico della Federazione dopo quello russo. La guerra in Ucraina ha riaperto vecchie ferite. Il presidente del "Centro Pubblico di tutti i Tatari", Farit Zakiyv ha lasciato il Paese poche settimane fa per andare in un esilio ("temporaneo" come lui stesso afferma) in Turchia: "Sono dovuto fuggire dal mio Paese, il  Tatarstan, perché credo che questa guerra sia inaccettabile: gli Ucraini sono nostri fratelli". E frasi come questa le si possono ascoltare quasi ogni giorno su Radio Azatliq, il canale in lingua tatara e baschira di Radio Free Europe/Radio Liberty. Anche  nella  vicina  Repubblica  del Bashkortostan  (la  Bashiria),  importante  centro industriale   ed   energetico   del   Paese,   la   voglia   di   abbandonare   Mosca   sta crescendo. 

L'attivista  baschiro  Ruslan  Gabbasov  ha  da  poco  ottenuto  l'asilo politico in Lituania dopo essere stato costretto alla fuga in seguito alla messa fuori legge della Ong da lui fondata (il gruppo "Bashqort") che si batte per il riconoscimento dei diritti linguistici, politici e culturali della minoranza baschira. "La Federazione  Russa-  dice  Gabbasov-  non  è  più  una  federazione  ma  un  impero  di tipo  coloniale".  Sempre  a  Ufa  (la  capitale  della  Baschiria) è stata arrestata poco prima dell'inizio del conflitto Lialia Chanysheva, la coordinatrice della rete di Alexei Navalny e l'attivista dei diritti umani Ramila Saitova è stata condannata a tre anni di carcere per attività estremiste.

Ma i giovani per le strade di Ufa parlano soltanto della fuga di Ivan Dryomin,  il più famoso rapper della Baschiria, noto come "The Face", costretto a lasciare il Paese per essersi espresso con forza contro la guerra in Ucraina. Sul suo account Instagram con quasi 2 milioni di followers, dove viene annunciato in questi giorni il suo  tour  europeo  di  concerti  (Tallin,  Riga,  Vilnius,  Varsavia,  Gdansk)  di  raccolta fondi per l'Ucraina, ha scritto da poco: "Sono stato costretto a lasciare le persone che amo e la mia terra per colpa di uno Stato che non considero più il mio".

Ufa, capitale del dissenso

La  Repubblica  di  Baschiria  è  a  ridosso  della  catena  montuosa  degli  Urali  e  qui  si trova  il  confine  geografico  fra  Europa  e  Asia.  La  sua  capitale,  Ufa,  dista  3.900 chilometri  da  Bruxelles  e  il  territorio  della  repubblica  autonoma  è  separato  dal confine  internazionale  fra  Russia  e  Kazakhstan  da  una  piccola  e  non  casuale striscia  di  terra,  frutto  delle  alchimie  geo-politiche  di  Stalin  che  concedeva autonomia,  circondando  però  le  repubbliche  "etniche"  con  territorio  russo  per evitare la nascita di confini potenzialmente sensibili.

La  Baschiria  è attraversata da una delle connessioni ferroviarie principali che collegano la Cina, il Kazakhstan e l'Europa e come dichiarato da Vsevolod Spivak, economista  dell'università  di Ufa "le  prospettive  per  la  Baschiria  sono  molto negative:  la  guerra e le sanzioni dell'occidente hanno provocato un aumento dell'inflazione, una contrazione dell'economia intorno al 10%  nell'anno in corso, nuova disoccupazione e fuga dei capitali cinesi che temono un regime di sanzioni secondarie".

La Baschiria è una repubblica con un forte struttura industriale ed un economia storicamente aperta agli investimenti internazionali, ma oggi la guerra in Ucraina sta riducendo drammaticamente le opportunità di sviluppo. I progetti  nel settore della logistica integrando ferrovia e navigazione fluviale sul Volga sono tutti sospesi, come è stato anche cancellato il progetto  di  costruzione  del  grande cementificio di Sibay sempre con capitali cinesi.

La rivendocazione identitaria dell'Udmurtia

Spostandoci  a  nord,  troviamo  la  repubblica  autonoma  dell'Udmurtia,  la  cui capitale  Izhevsk,  anche  lei  sulle  rive  del  Volga,  è  nota  in  tutta  la  Russia  per  aver dato i natali a Mikhail Kalashnikov, che ha qui fondato nel 1948 la prima fabbrica di AK-47 la cui produzione continua ininterrottamente fino ad oggi. Gli udmurti parlano una lingua del ceppo ugro-finnico e insieme  alle vicine repubbliche di Mari-El e di Mordovia condividono una parte importante di storia, cultura e identità linguistica con   Finlandia, Estonia ed Ungheria. Anche qui la lingua la lingua è un elemento identitario importante e l'intera repubblica è ancora scossa dalla tragica auto-immolazione di Albert Razin che nel settembre del 2019 si diede fuoco di fronte al parlamento della repubblica per protestare contro la legge della Duma di Mosca che cancellava l'obbligatorietà dello studio delle lingue "indigene" nelle scuole delle repubbliche autonome.

La lingua udmurta è affine all'estone ed al finlandese e anche se le leadership delle repubbliche autonome oggi nominate da Mosca, si sono immediatamente allineate a Putin nel sostenere la guerra in Ucraina, molti giovani della repubblica hanno lo sguardo sempre più rivolto a occidente e alle leadership combattive e innovative del primo ministro finlandese Sanna Marin e della premier dell'Estonia Kaya Kallas. Nei boschi di conifere della repubblica del Mari-El, l'opposizione al regime di Mosca passa  anche attraverso la rinascita spirituale ed il  ritorno agli  antichi culti animisti pre-cristiani. Uno dei leader  del  movimento  spirituale  dei  Mari,  Vitaly Tanakov  è  stato  recentemente  accusato  dalle  autorità  di  promuovere  attività  ostili ed estremiste. A  Tallin  ha  sede  la  fondazione  "Fenno-Ugria",  il  network  globale  dei  paesi  e  delle regioni  unite  da  un  comune  ceppo-linguistico.La  Fondazione  promuove  ogni quattro  anni  il  Congresso  Mondiale  delle  popolazioni  ugro-finniche  e  l'ultimo  si  è tenuto  a  nel  2021  a  Tartu  in  Finlandia.  Di  questo  network  fanno  parte  anche  altre due  repubbliche  autonome  della  Federazione  Russa:  la Karelia  e  la  repubblica  di Komi.

Lungo il confine con la Finlandia

La Repubblica  di  Karelia condivide  un  lungo  confine  con  la Finlandia  e  include  anche  quei  territori  annessi  da  Mosca  alla fine  della Winter  War  del  1939,  dopo  che  l'eroica  resistenza dei  partigiani finlandesi  fermò  l'Armata  Rossa  nei  boschi  dibetulle   evitando   l'invasione   totale   della   Finlandia, ma perdendo a  favore  di  Mosca  la  città  di  Viipuri,  le  sponde  del lago Ladoga, oltre che metà della Karelia finlandese.

A   Petrozadovsk,   la   capitale   della   Karelia,   ha   avuto   molto impatto  la  condanna  a  15  anni  dello  storico  e  attivista  dei  diritti  umani  Yuri Dmitriev,  condannato  pochi  mesi  fa  a  15  anni  di  prigione  per  detenzione  di materiale  pedo-pornografico  (accusa  da  lui  sempre  negata).  Lo  storico  Dmitriev era  il  capo  della  sezione  di  Memorial  in  Karelia  e  fu  grazie  alle  sue  ricerche  che vennero  alla  luce  oltre  150  fosse  comuni  a  Sandarmokh  del  periodo  del  terrore staliniano.

Spostandoci  verso  il  circolo  polare  artico  ed  a  ridosso  della catena  degli  Urali, troviamo  la Repubblica  dei Komi, tristemente  nota  per  avere  ospitato  il  più  grande  gulag  della storia  sovietica:  il  gulag  di  Vorkuta,  attivo  ininterrottamente fra  il  1932  e  il  1962  con  oltre  73.000  detenuti:  dissidenti, prigionieri  politici  e  durante  il  secondo  conflitto  mondiale anche migliaia di soldati stranieri catturati in battaglia.

Anche  qui  le  proteste  per  la  tutela  della  lingua  sono  culminate nel  processo  nella  città  di  Syktyvkar  ad  Aleksei  Ivanov,  promotore  di  diverse manifestazioni  per  la  libertà  di  Alexei  Navalny,  duramente  represse  dalle  forze dell'ordine,  e  che  è  intervenuto  al  processo  parlando  esclusivamente  nella  lingua Komi, costringendo il tribunale ad interrompere l'udienza per trovare un traduttore."Viviamo nella Repubblica dei Komi e le due lingue ufficiali sono il Russo e l'antica lingua Komi, di ceppo  ugro-finnico",  ha  insistito  Ivanonv  provocando  le  ire  della corte.

Poche settimane prima un altro tribunale aveva ordinato al quotidiano online "7x7" di interrompere le pubblicazioni in lingua Komi. Ma l'offensiva di Mosca per ridurre ogni forma di autonomia prosegue senza sosta. Alla fine del 2021, il governo centrale ha presentato il progetto di unire la regione di Arkhangelsk,  con  la  Repubblica  dei  Komi  e  il  Distretto  Autonomo  dei Nenets, azzerando  cosi  ogni  residua  forma  di  autogoverno.  L'associazione  Yasavei  che rappresenta  i  diritti  del  popoli  dei  Nenets,  un'altro  gruppo  etnico  dell'artico  russo con  lingua  e  storia  in  comune  con  i  Sami  della  Lapponia finlandese  e  norvegese, ha denunciato con forza il progetto che al momento è stato sospeso in seguito alle proteste delle autorità locali.

Le  lotte  contro  la  guerra  in  Ucraina  hanno  raggiunto  anche  le  tre  repubbliche  a maggioranza buddista della Buriazia, di Tuva e della Calmucchia. Come  ha  fatto  notare  recentemente  il  giornalista  Christo  Grozev  di  Bellingcat,  le perdite nella guerra in Ucraina di soldati non-slavi sono incomparabilmente più alte delle truppe provenienti dalle regioni a maggioranza russa. Il giornale russo online Mediazona  ha  esaminato  i  primi  e  pochi  dati  ufficiali  sulla  guerra  forniti  dalla autorità: fra i primi 1.700 caduti, le regioni più colpite sono state la Buriazia, Tuva e l'Ossezia del Nord, con nessuna vittima fra i residenti di Mosca e San Pietroburgo nonostante  il  fatto  che  le  due  città  rappresentino  da  sole  oltre  il  12%  dell'intera popolazione.

Il no dei militari alla guerra in Ucraina

"Nel  mese  di  aprile  di  quest'anno  insieme  ad  un  gruppo esponenti della diaspora buriata abbiamo fondato la "Free Buriatia   Foundation"   -dichiara   la   presidente   Alexandra Garmazhapova-  alla  quale  hanno  aderito  molti  gruppospontanei all'interno della repubblica". La fondazione offre supporto legale al personale militare che non vuole essere inviato  in  Ucraina  e  promuove  una  attività  di  lobbying  in occidente  affinché  vengano  inseriti  nella  lista  delle  sanzioni  i leader della repubblica. Nelle pianure fra il mare di Azov e il Mar Caspio c'è l'unica repubblica buddista mai esistita sul suolo europeo: la Calmucchia, abitata dai discendenti dell'Orda d'Oro di Gengis  Khan  giunti nel 1300 fino  alle  porte  del  vecchio continente.

Il  designer  calmucco  Aldar  Erendzhenov  e  sua  moglie hanno  creato  qualche  anno  fa  il  brand  "4  Oirad"  pervalorizzare  la  cultura  etnica  locale.  Quando  è  iniziata  la guerra   le   autorità   della   repubblica   invitavano   al reclutamento  con  lo  slogan  "Io  sono  Calmucco,  ma  oggi siamo  tutti  Russi".  Per  contrastare  la  narrativa  di  regime  i due  designer  hanno  inventato  una  linea  di  abbigliamento  con  il  logo  "Nerussky" (Non-russo)  per  marcare  non  solo  la  diversa  identità  calmucca,  ma  anche  la  loro avversità alla scelta bellica di Mosca. Dopo poche settimane, in seguito alle troppe minacce ricevute, sono stati costretti ad emigrare in Mongolia.

Il  10  marzo  di  quest'anno  il  Congresso  del  popolo  Calmucco,  che  raduna  tutte  le organizzazioni della società civile della repubblica autonoma, si è riunito di nuovo ad Elista ed ha rivolto un appello a Mosca dichiarando che "negli ultimi 400 anni i calmucchi  hanno  sempre  combattuto  a fianco  dei  russi  ma oggi ritengono un grave errore la guerra contro l'Ucraina".

Mille  chilometri  più  a  oriente  ed  al  confine  con  la  Mongolia  si trova un'altra repubblica buddista: Tuva. Qui è nato il Ministro della  Difesa  Sergei  Shoigu  ed  è  fra  queste  montagne  che Vladimir  Putin  si  è  fatto  fotografare  nelle  sue  pose  machiste durante diverse battute di caccia con il suo fidato ministro. Ma quello è un tempo oramai passato e le bare che tornano in patria dall'Ucraina aumentano l'insofferenza popolare in un paese che è stato  indipendente fino al 1944,  per  essere poi annesso con  la  forza  da  Stalin nell'Unione  Sovietica  e  che  non  ha  dimenticato  le  rivolte  separatiste  di  piazza  dei primi  anni  '90.  E  se  oggi  la  rinascita  identitaria  è  soprattutto  focalizzata  nella ricostruzione dei templi buddisti distrutti dal terrore staliniano (dove appaiono quasi ovunque  gigantografie  del  Dalai  Lama),  presto  la  voglia  di  separazione  da  Mosca potrebbe nuovamente prendere il sopravvento.

Proteste al gelo

Nella remota repubblica di Sakha/Yakutia, a 7 fusi orari a est di Mosca e ricca di risorse  naturali,  si  è  tenuta  nel  febbraio  del  2021  una  manifestazione  per  la liberazione   di   Alexei   Navalny   nella   piazza   principale   di   Yakutsk   con   alcune centinaia  di  manifestanti  che  hanno  sfidato  la  proibitiva  temperatura  di  -52  gradi centrigradi  e  lo  scorso  settembre  in  occasione  delle  elezioni  per  il  rinnovo  della Duma  il  partito  comunista  di  Gennadij  Zjuganov  ha  superato  per  voti  il  partito  di Russia Unita di Vladimir Putin, diventando la prima forza politica della repubblica.

Nel   mese   di   aprile   di   quest'anno le   forze   di   sicurezza   della   repubblica   di Khakassia hanno arrestato Mikhail Afanasyev, direttore del portale Novy Fokus di Abakan, e Sergei Mikhaylov, fondatore di Listok, un quotidiano della repubblica di Altaj . Le due piccole repubbliche si trovano entrambe oltre la catena degli Urali al confine  con  il  Kazakhistan. L'accusa  per i   due   giornalisti   è   quella   di   aver intenzionalmente  diffuso  "informazioni  false  sulle  forze  armate  russe"  e  rischiano fino a 10 anni di carcere.

Il 4 aprile Novy Fokus aveva dato la notizia del rifiuto di 11  agenti  della  polizia  antisommossa  di  Khakassia  di  andare  a  combattere  in Ucraina  e  il  quotidiano  Listok  aveva  pubblicato  notizie  sulle  manifestazioni  contro la guerra e invocato sanzioni contro la Russia. Leonid Volkov, il capo della rete di Navalny in esilio a Vilnius, racconta inoltre che "lo scorso settembre, in occasione delle  elezioni  del  parlamento  della  Repubblica  di  Altaj  e  grazie  all'iniziativa  di "smart voting" il movimento è riuscito ad eleggere nove deputati, facendo crollare i consensi per il partito di Russia Unita".

Il mosaico etnico del Caucaso e il progetto federale

Nell'articolato  mosaico  etnico  del  Caucaso  non  c'è  soltanto  la Cecenia,  oramai normalizzata  ed  asservita  al  regime  autoritario  e  violento  di  Razman  Kadyrov,  e cresce  l'inquietudine  contro  Mosca  esacerbata  dalle  troppe  morti  dei  giovanisoldati  nelle  guerra  in  Ucraina  e da   una   generale   disaffezione verso  il  potere  moscovita.  Nella repubblica dell'Ossezia del Nord si   è   tenuto   pochi   giorni   fa   il processo  di  appello  nei  confronti di   decine   di   accusati   (molti ancora  oggi  in  carcere)  per  le proteste  violente  del  2020  nella capitale   Vladikavkaz   contro le misure anti-Covid.  Le proteste,   guidate   dal   famoso cantante  osseto  di  opera  lirica  Vadim  Cheldiyev,  sono  rapidamente  diventate  un occasione  per  manifestare  il  proprio  dissenso  contro  il  governo  centrale  e  le autorità  locali. 

Nella  vicina  Repubblica  del Dagestan  con  3  milioni  di  abitanti, affacciata   sulle   rive   del   Mar   Caspio   e   confinante   con   l'Azerbaijan,   all'inizio dell'anno  scolastico  soltanto  il  4%  degli  studenti  ha  scelto  il  russo  come  prima lingua di insegnamento.

Tutte queste storie raccontano una Russia diversa dalla propaganda del Cremlino e ci ricordano come l'elevata complessità, la diversità e la grande dimensione della Federazione  Russa  possano  essere  governate  soltanto  in  due  modi:  con  il  pugno di  ferro  di  un  regime  assolutistico  (come  fu  prima  con  gli  Zar  e  poi  con  Stalin)  o, come  amano  ripetere  spesso  i  dissidenti  in  carcere  o  in  esilio  come  Alexey Navalny, Garry Kasparov e Mikhail Khodorkovsky, con una struttura democratica e federale che sappia valorizzare il mosaico linguistico, culturale e religioso e rendere quella diversità un elemento di ricchezza e di forza.Vladimir Putin insegue invece sogni imperiali e autoritari che potrebbero infrangersi nelle pianure dell'Ucraina, provocando un'onda tellurica in grado di produrre effetti indesiderati  e  centrifughi,  rendendo  sempre  più  chiaro  il  fatto  che  per  evitare  il collasso e la disgregazione della Russia l'unica possibilità sia rappresentata da un cambio  di  regime  in  grado  di  diffondere  democrazia  e  libertà  fra  il  Baltico  e  il Pacifico.