Dalla Karelia al Tatarstan, le repubbliche ribelli che sfidano il potere centrale di Putin
di Gianni Vernetti , di Gianni VernettiLe immagini dei giovanissimi soldati catturati dalle forze ucraine con i volti delle regioni più remote della Russia, raccontano il mosaico etnico della Federazione Russa: buriati, tuvini, yakuti, bashkiri, tatari, udmurti provenienti dalle diverse Repubbliche Autonome dalla Karelia al confine con la Finlandia, al Caucaso, fino alla Yacuzia nell'estremo oriente siberiano.
Alcune di queste unità militari sono stati riconosciute responsabili dei massacri di civili documentati dal Procuratore Generale dell'Ucraina, come accaduto a Bucha per mano della 64ma Brigata Motorizzata di stanza a Nkyaze-Volkonskoye nell'estremo oriente siberiano, e composta per la maggior parte da soldati burlati, i…
Le immagini dei giovanissimi soldati catturati dalle forze ucraine con i volti delle regioni più remote della Russia, raccontano il mosaico etnico della Federazione Russa: buriati, tuvini, yakuti, bashkiri, tatari, udmurti provenienti dalle diverse Repubbliche Autonome dalla Karelia al confine con la Finlandia, al Caucaso, fino alla Yacuzia nell'estremo oriente siberiano.
Alcune di queste unità militari sono stati riconosciute responsabili dei massacri di civili documentati dal Procuratore Generale dell'Ucraina, come accaduto a Bucha per mano della 64ma Brigata Motorizzata di stanza a Nkyaze-Volkonskoye nell'estremo oriente siberiano, e composta per la maggior parte da soldati burlati, insieme agli oramai molti casi documentati delle atrocità commesse per mano dei miliziani ceceni del satrapo Kadyrov, da tempo usato da Putin come la mano più violenta del regime.
Seguendo il manuale staliniano, Vladimir Putin ha disposto delle minoranze etniche della grande Russia a suo piacimento per limitare l'utilizzo di forze russe nel conflitto e per disporre di milizie con meno remore nei confronti dei "fratelli ucraini". Ma questa volta il calcolo rischia di essere errato e in molte cancellerie in occidente si inizia ad analizzare la possibilità d'un crollo della Federazione Russa in maniera similare a quanto accadde nel 1991 con la dissoluzione dell'Unione Sovietica.
La sconfitta militare in Ucraina, il regime di sanzioni senza precedenti, l'indebolimento contemporaneo della struttura militare, economica ed energetica del Paese, potrebbero produrre un cambio di regime e liberare forze centrifughe mai completamente sopite. Fra gli 87 soggetti costituenti della Federazione Russa, accanto agli Oblast (regioni) ed i Krai (territori), con gradi di autonomia simili alle nostre autonomie regionali, vi sono 21 Repubbliche Autonome nate fin dai tempi dell'Unione Sovietica per tutelare le molte etnie del Paese. Sono Repubbliche con una loro Costituzione, Parlamento e Governo legate alla Russia con un patto costituzionale.
Le repubbliche nate dalla dissoluzione dell'Urss
Nel 1991 con la dissoluzione dell'Unione Sovietica cambiarono rapidamente nome rafforzando il proprio assetto statuale. Una sola dichiarò la piena indipendenza, la Cecenia, e venne punita con una guerra senza quartiere che provocò oltre 150.000 morti fra la popolazione civile, la totale distruzione della capitale Grozny, e infine la normalizzazione con l'insediamento del regime fantoccio, violento e autoritario di Ramzan Kadyrov legato a doppio filo con Mosca. Con l'avvento al potere di Vladimir Putin, la breve stagione di libertà delle Repubbliche Autonome garantita da Boris Eltsin, viene progressivamente ricondotta alla gestione centralizza del Cremlino: viene cancellata l'elezione diretta dei Presidenti delle Repubbliche stesse e vengono progressivamente ridotte le autonomie da poco conquistate.
Ma ora l'onda tellurica provocata dalla guerra in Ucraina rischia di produrre un impatto imprevisto lungo tutto il grande territorio della Federazione, attraversato da una crescente opposizione all'avvenura bellica, da nuove rivendicazioni di libertà e democrazia, e da una rinascita identitaria, culturale e politica nelle lontane repubbliche pronte a diventare protagoniste della possibile dissoluzione della federazione.
Il nostro viaggio inizia nell'Idel-Ural, fra le Repubbliche del Medio Volga: il Tatarstan, la Chuvassia, la Mordovia, il Mari-El e la Baschiria. Siamo a soli 700 km da Mosca verso la catena montuosa degli Urali e i rappresentanti dei movimenti che vogliono la separazione da Mosca sono in esilio. Alla periferia di Kiev ha la sede il movimento "Svabodni Idel-Ural" - Libertà per l'Idel-Ural che ha una missione chiara: "Il nostro obiettivo? Il collasso della Russia e la creazione di nuovi Stati sulle sue rovine".
Ogni settimana il movimento pubblica le "Cronache del collasso della Federazione Russa": funerali di giovanissimi soldati di leva morti nelle pianure ucraine, i mille casi di corruzione negli apparati locali, la giustizia ingiusta asservita al potente locale, i disservizi, le devastazioni della taiga e dei delicati ecosistemi lacustri. Ciò che emerge è la sciatteria di un regime a fine corsa, pronto a divorare ciò che resta delle risorse pubbliche, irrispettoso dei diritti fondamentali, imbevuto di una retorica vuota quanto criminale della giustificazione della guerra in Ucraina come gloriosa prosecuzione della grande guerra patriottica contro il nazismo.
Gli attivisti in carcere o in esilio
Alcuni dei loro leader sono incarcerati come l'attivista baschiro Airat Dilmukhametov, condannato a nove anni di carcere per "incitazione al separatismo", altri in esilio come il tataro Nafisi Kashapov che ha rappresentato l'organizzazione al "Forum del popolo libero della Russia" tenutosi lo scorso maggio a Varsavia. Kashapov si è battuto per anni per la tutela della lingua tatara contro la "schiavitù dell'imperialismo russo" e per la promozione dell'identità linguistica e culturale della minoranza tatara.
All'inizio dello scorso anno scolastico a Kazan, la capitale del Tatarstan, il 55% degli studenti ha optato per il tataro come prima lingua contro l'autorità che vorrebbe imporre il russo. La minoranza islamica sunnita del Volga conquistata da Ivan il Terribile nel 1552 rivendica con forza le proprie prerogative e i propri diritti proponendo un islam tollerante e secolare che convive fianco a fianco con l'ortodossia cristiana, come dimostrano fisicamente la cattedrale dell'Annunciazione e la moschea di Qol-Sharif, una di fronte all'altra all'interno delle mura del Cremlino di Kazan sulle rive del Volga.
La resistenza tatara e baschira
Fra tutte le repubbliche autonome il Tatarstan è il soggetto che più di ogni altro ha resistito alla perdita di poteri a favore di Mosca e ancora oggi si batte per conservare l'autonomia del secondo gruppo etnico della Federazione dopo quello russo. La guerra in Ucraina ha riaperto vecchie ferite. Il presidente del "Centro Pubblico di tutti i Tatari", Farit Zakiyv ha lasciato il Paese poche settimane fa per andare in un esilio ("temporaneo" come lui stesso afferma) in Turchia: "Sono dovuto fuggire dal mio Paese, il Tatarstan, perché credo che questa guerra sia inaccettabile: gli Ucraini sono nostri fratelli". E frasi come questa le si possono ascoltare quasi ogni giorno su Radio Azatliq, il canale in lingua tatara e baschira di Radio Free Europe/Radio Liberty. Anche nella vicina Repubblica del Bashkortostan (la Bashiria), importante centro industriale ed energetico del Paese, la voglia di abbandonare Mosca sta crescendo.
L'attivista baschiro Ruslan Gabbasov ha da poco ottenuto l'asilo politico in Lituania dopo essere stato costretto alla fuga in seguito alla messa fuori legge della Ong da lui fondata (il gruppo "Bashqort") che si batte per il riconoscimento dei diritti linguistici, politici e culturali della minoranza baschira. "La Federazione Russa- dice Gabbasov- non è più una federazione ma un impero di tipo coloniale". Sempre a Ufa (la capitale della Baschiria) è stata arrestata poco prima dell'inizio del conflitto Lialia Chanysheva, la coordinatrice della rete di Alexei Navalny e l'attivista dei diritti umani Ramila Saitova è stata condannata a tre anni di carcere per attività estremiste.
Ma i giovani per le strade di Ufa parlano soltanto della fuga di Ivan Dryomin, il più famoso rapper della Baschiria, noto come "The Face", costretto a lasciare il Paese per essersi espresso con forza contro la guerra in Ucraina. Sul suo account Instagram con quasi 2 milioni di followers, dove viene annunciato in questi giorni il suo tour europeo di concerti (Tallin, Riga, Vilnius, Varsavia, Gdansk) di raccolta fondi per l'Ucraina, ha scritto da poco: "Sono stato costretto a lasciare le persone che amo e la mia terra per colpa di uno Stato che non considero più il mio".
Ufa, capitale del dissenso
La Repubblica di Baschiria è a ridosso della catena montuosa degli Urali e qui si trova il confine geografico fra Europa e Asia. La sua capitale, Ufa, dista 3.900 chilometri da Bruxelles e il territorio della repubblica autonoma è separato dal confine internazionale fra Russia e Kazakhstan da una piccola e non casuale striscia di terra, frutto delle alchimie geo-politiche di Stalin che concedeva autonomia, circondando però le repubbliche "etniche" con territorio russo per evitare la nascita di confini potenzialmente sensibili.
La Baschiria è attraversata da una delle connessioni ferroviarie principali che collegano la Cina, il Kazakhstan e l'Europa e come dichiarato da Vsevolod Spivak, economista dell'università di Ufa "le prospettive per la Baschiria sono molto negative: la guerra e le sanzioni dell'occidente hanno provocato un aumento dell'inflazione, una contrazione dell'economia intorno al 10% nell'anno in corso, nuova disoccupazione e fuga dei capitali cinesi che temono un regime di sanzioni secondarie".
La Baschiria è una repubblica con un forte struttura industriale ed un economia storicamente aperta agli investimenti internazionali, ma oggi la guerra in Ucraina sta riducendo drammaticamente le opportunità di sviluppo. I progetti nel settore della logistica integrando ferrovia e navigazione fluviale sul Volga sono tutti sospesi, come è stato anche cancellato il progetto di costruzione del grande cementificio di Sibay sempre con capitali cinesi.
La rivendocazione identitaria dell'Udmurtia
Spostandoci a nord, troviamo la repubblica autonoma dell'Udmurtia, la cui capitale Izhevsk, anche lei sulle rive del Volga, è nota in tutta la Russia per aver dato i natali a Mikhail Kalashnikov, che ha qui fondato nel 1948 la prima fabbrica di AK-47 la cui produzione continua ininterrottamente fino ad oggi. Gli udmurti parlano una lingua del ceppo ugro-finnico e insieme alle vicine repubbliche di Mari-El e di Mordovia condividono una parte importante di storia, cultura e identità linguistica con Finlandia, Estonia ed Ungheria. Anche qui la lingua la lingua è un elemento identitario importante e l'intera repubblica è ancora scossa dalla tragica auto-immolazione di Albert Razin che nel settembre del 2019 si diede fuoco di fronte al parlamento della repubblica per protestare contro la legge della Duma di Mosca che cancellava l'obbligatorietà dello studio delle lingue "indigene" nelle scuole delle repubbliche autonome.
La lingua udmurta è affine all'estone ed al finlandese e anche se le leadership delle repubbliche autonome oggi nominate da Mosca, si sono immediatamente allineate a Putin nel sostenere la guerra in Ucraina, molti giovani della repubblica hanno lo sguardo sempre più rivolto a occidente e alle leadership combattive e innovative del primo ministro finlandese Sanna Marin e della premier dell'Estonia Kaya Kallas. Nei boschi di conifere della repubblica del Mari-El, l'opposizione al regime di Mosca passa anche attraverso la rinascita spirituale ed il ritorno agli antichi culti animisti pre-cristiani. Uno dei leader del movimento spirituale dei Mari, Vitaly Tanakov è stato recentemente accusato dalle autorità di promuovere attività ostili ed estremiste. A Tallin ha sede la fondazione "Fenno-Ugria", il network globale dei paesi e delle regioni unite da un comune ceppo-linguistico.La Fondazione promuove ogni quattro anni il Congresso Mondiale delle popolazioni ugro-finniche e l'ultimo si è tenuto a nel 2021 a Tartu in Finlandia. Di questo network fanno parte anche altre due repubbliche autonome della Federazione Russa: la Karelia e la repubblica di Komi.
Lungo il confine con la Finlandia
La Repubblica di Karelia condivide un lungo confine con la Finlandia e include anche quei territori annessi da Mosca alla fine della Winter War del 1939, dopo che l'eroica resistenza dei partigiani finlandesi fermò l'Armata Rossa nei boschi dibetulle evitando l'invasione totale della Finlandia, ma perdendo a favore di Mosca la città di Viipuri, le sponde del lago Ladoga, oltre che metà della Karelia finlandese.
A Petrozadovsk, la capitale della Karelia, ha avuto molto impatto la condanna a 15 anni dello storico e attivista dei diritti umani Yuri Dmitriev, condannato pochi mesi fa a 15 anni di prigione per detenzione di materiale pedo-pornografico (accusa da lui sempre negata). Lo storico Dmitriev era il capo della sezione di Memorial in Karelia e fu grazie alle sue ricerche che vennero alla luce oltre 150 fosse comuni a Sandarmokh del periodo del terrore staliniano.
Spostandoci verso il circolo polare artico ed a ridosso della catena degli Urali, troviamo la Repubblica dei Komi, tristemente nota per avere ospitato il più grande gulag della storia sovietica: il gulag di Vorkuta, attivo ininterrottamente fra il 1932 e il 1962 con oltre 73.000 detenuti: dissidenti, prigionieri politici e durante il secondo conflitto mondiale anche migliaia di soldati stranieri catturati in battaglia.
Anche qui le proteste per la tutela della lingua sono culminate nel processo nella città di Syktyvkar ad Aleksei Ivanov, promotore di diverse manifestazioni per la libertà di Alexei Navalny, duramente represse dalle forze dell'ordine, e che è intervenuto al processo parlando esclusivamente nella lingua Komi, costringendo il tribunale ad interrompere l'udienza per trovare un traduttore."Viviamo nella Repubblica dei Komi e le due lingue ufficiali sono il Russo e l'antica lingua Komi, di ceppo ugro-finnico", ha insistito Ivanonv provocando le ire della corte.
Poche settimane prima un altro tribunale aveva ordinato al quotidiano online "7x7" di interrompere le pubblicazioni in lingua Komi. Ma l'offensiva di Mosca per ridurre ogni forma di autonomia prosegue senza sosta. Alla fine del 2021, il governo centrale ha presentato il progetto di unire la regione di Arkhangelsk, con la Repubblica dei Komi e il Distretto Autonomo dei Nenets, azzerando cosi ogni residua forma di autogoverno. L'associazione Yasavei che rappresenta i diritti del popoli dei Nenets, un'altro gruppo etnico dell'artico russo con lingua e storia in comune con i Sami della Lapponia finlandese e norvegese, ha denunciato con forza il progetto che al momento è stato sospeso in seguito alle proteste delle autorità locali.
Le lotte contro la guerra in Ucraina hanno raggiunto anche le tre repubbliche a maggioranza buddista della Buriazia, di Tuva e della Calmucchia. Come ha fatto notare recentemente il giornalista Christo Grozev di Bellingcat, le perdite nella guerra in Ucraina di soldati non-slavi sono incomparabilmente più alte delle truppe provenienti dalle regioni a maggioranza russa. Il giornale russo online Mediazona ha esaminato i primi e pochi dati ufficiali sulla guerra forniti dalla autorità: fra i primi 1.700 caduti, le regioni più colpite sono state la Buriazia, Tuva e l'Ossezia del Nord, con nessuna vittima fra i residenti di Mosca e San Pietroburgo nonostante il fatto che le due città rappresentino da sole oltre il 12% dell'intera popolazione.
Il no dei militari alla guerra in Ucraina
"Nel mese di aprile di quest'anno insieme ad un gruppo esponenti della diaspora buriata abbiamo fondato la "Free Buriatia Foundation" -dichiara la presidente Alexandra Garmazhapova- alla quale hanno aderito molti gruppospontanei all'interno della repubblica". La fondazione offre supporto legale al personale militare che non vuole essere inviato in Ucraina e promuove una attività di lobbying in occidente affinché vengano inseriti nella lista delle sanzioni i leader della repubblica. Nelle pianure fra il mare di Azov e il Mar Caspio c'è l'unica repubblica buddista mai esistita sul suolo europeo: la Calmucchia, abitata dai discendenti dell'Orda d'Oro di Gengis Khan giunti nel 1300 fino alle porte del vecchio continente.
Il designer calmucco Aldar Erendzhenov e sua moglie hanno creato qualche anno fa il brand "4 Oirad" pervalorizzare la cultura etnica locale. Quando è iniziata la guerra le autorità della repubblica invitavano al reclutamento con lo slogan "Io sono Calmucco, ma oggi siamo tutti Russi". Per contrastare la narrativa di regime i due designer hanno inventato una linea di abbigliamento con il logo "Nerussky" (Non-russo) per marcare non solo la diversa identità calmucca, ma anche la loro avversità alla scelta bellica di Mosca. Dopo poche settimane, in seguito alle troppe minacce ricevute, sono stati costretti ad emigrare in Mongolia.
Il 10 marzo di quest'anno il Congresso del popolo Calmucco, che raduna tutte le organizzazioni della società civile della repubblica autonoma, si è riunito di nuovo ad Elista ed ha rivolto un appello a Mosca dichiarando che "negli ultimi 400 anni i calmucchi hanno sempre combattuto a fianco dei russi ma oggi ritengono un grave errore la guerra contro l'Ucraina".
Mille chilometri più a oriente ed al confine con la Mongolia si trova un'altra repubblica buddista: Tuva. Qui è nato il Ministro della Difesa Sergei Shoigu ed è fra queste montagne che Vladimir Putin si è fatto fotografare nelle sue pose machiste durante diverse battute di caccia con il suo fidato ministro. Ma quello è un tempo oramai passato e le bare che tornano in patria dall'Ucraina aumentano l'insofferenza popolare in un paese che è stato indipendente fino al 1944, per essere poi annesso con la forza da Stalin nell'Unione Sovietica e che non ha dimenticato le rivolte separatiste di piazza dei primi anni '90. E se oggi la rinascita identitaria è soprattutto focalizzata nella ricostruzione dei templi buddisti distrutti dal terrore staliniano (dove appaiono quasi ovunque gigantografie del Dalai Lama), presto la voglia di separazione da Mosca potrebbe nuovamente prendere il sopravvento.
Proteste al gelo
Nella remota repubblica di Sakha/Yakutia, a 7 fusi orari a est di Mosca e ricca di risorse naturali, si è tenuta nel febbraio del 2021 una manifestazione per la liberazione di Alexei Navalny nella piazza principale di Yakutsk con alcune centinaia di manifestanti che hanno sfidato la proibitiva temperatura di -52 gradi centrigradi e lo scorso settembre in occasione delle elezioni per il rinnovo della Duma il partito comunista di Gennadij Zjuganov ha superato per voti il partito di Russia Unita di Vladimir Putin, diventando la prima forza politica della repubblica.
Nel mese di aprile di quest'anno le forze di sicurezza della repubblica di Khakassia hanno arrestato Mikhail Afanasyev, direttore del portale Novy Fokus di Abakan, e Sergei Mikhaylov, fondatore di Listok, un quotidiano della repubblica di Altaj . Le due piccole repubbliche si trovano entrambe oltre la catena degli Urali al confine con il Kazakhistan. L'accusa per i due giornalisti è quella di aver intenzionalmente diffuso "informazioni false sulle forze armate russe" e rischiano fino a 10 anni di carcere.
Il 4 aprile Novy Fokus aveva dato la notizia del rifiuto di 11 agenti della polizia antisommossa di Khakassia di andare a combattere in Ucraina e il quotidiano Listok aveva pubblicato notizie sulle manifestazioni contro la guerra e invocato sanzioni contro la Russia. Leonid Volkov, il capo della rete di Navalny in esilio a Vilnius, racconta inoltre che "lo scorso settembre, in occasione delle elezioni del parlamento della Repubblica di Altaj e grazie all'iniziativa di "smart voting" il movimento è riuscito ad eleggere nove deputati, facendo crollare i consensi per il partito di Russia Unita".
Il mosaico etnico del Caucaso e il progetto federale
Nell'articolato mosaico etnico del Caucaso non c'è soltanto la Cecenia, oramai normalizzata ed asservita al regime autoritario e violento di Razman Kadyrov, e cresce l'inquietudine contro Mosca esacerbata dalle troppe morti dei giovanisoldati nelle guerra in Ucraina e da una generale disaffezione verso il potere moscovita. Nella repubblica dell'Ossezia del Nord si è tenuto pochi giorni fa il processo di appello nei confronti di decine di accusati (molti ancora oggi in carcere) per le proteste violente del 2020 nella capitale Vladikavkaz contro le misure anti-Covid. Le proteste, guidate dal famoso cantante osseto di opera lirica Vadim Cheldiyev, sono rapidamente diventate un occasione per manifestare il proprio dissenso contro il governo centrale e le autorità locali.
Nella vicina Repubblica del Dagestan con 3 milioni di abitanti, affacciata sulle rive del Mar Caspio e confinante con l'Azerbaijan, all'inizio dell'anno scolastico soltanto il 4% degli studenti ha scelto il russo come prima lingua di insegnamento.
Tutte queste storie raccontano una Russia diversa dalla propaganda del Cremlino e ci ricordano come l'elevata complessità, la diversità e la grande dimensione della Federazione Russa possano essere governate soltanto in due modi: con il pugno di ferro di un regime assolutistico (come fu prima con gli Zar e poi con Stalin) o, come amano ripetere spesso i dissidenti in carcere o in esilio come Alexey Navalny, Garry Kasparov e Mikhail Khodorkovsky, con una struttura democratica e federale che sappia valorizzare il mosaico linguistico, culturale e religioso e rendere quella diversità un elemento di ricchezza e di forza.Vladimir Putin insegue invece sogni imperiali e autoritari che potrebbero infrangersi nelle pianure dell'Ucraina, provocando un'onda tellurica in grado di produrre effetti indesiderati e centrifughi, rendendo sempre più chiaro il fatto che per evitare il collasso e la disgregazione della Russia l'unica possibilità sia rappresentata da un cambio di regime in grado di diffondere democrazia e libertà fra il Baltico e il Pacifico.