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Kaliningrad, tra i camionisti in coda al confine: “Si stava meglio nell’Urss”

Sergej Shalabatov e Sergej Shaldibin 
Vilnius intensifica i controlli alla dogana e sale la rabbia contro l’Ue: “Così perdiamo il lavoro”
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CHERNYSHEVSKOE (Confine Russia-Lituania) - Visti dalla vicina stazione di servizio, i centinaia di camion in coda al confine russo-lituano sembrano tanti mattoncini Lego incolonnati. La fila, a tratti doppia, si estende per circa quattro chilometri. "È così da marzo. A volte si allunga, a volte si accorcia. Oggi è di nuovo peggiorata", protesta Sergej Shaldibin, 55 anni, da 32 al volante, mentre ingoia un cono gelato per ingannare il caldo e la noia. "Sono qui già da due giorni, ma ce ne vorrà almeno un altro paio prima che arrivi al checkpoint".


Per raggiungere Mosca o San Pietroburgo da Kaliningrad, l'exclave russa …

CHERNYSHEVSKOE (Confine Russia-Lituania) - Visti dalla vicina stazione di servizio, i centinaia di camion in coda al confine russo-lituano sembrano tanti mattoncini Lego incolonnati. La fila, a tratti doppia, si estende per circa quattro chilometri. "È così da marzo. A volte si allunga, a volte si accorcia. Oggi è di nuovo peggiorata", protesta Sergej Shaldibin, 55 anni, da 32 al volante, mentre ingoia un cono gelato per ingannare il caldo e la noia. "Sono qui già da due giorni, ma ce ne vorrà almeno un altro paio prima che arrivi al checkpoint".


Per raggiungere Mosca o San Pietroburgo da Kaliningrad, l'exclave russa affacciata sul mar Baltico incuneata tra Polonia e Lituania, gli autotrasportatori sono costretti ad attraversare il territorio dell'Unione Europea. Prima dell'escalation di sanzioni e tensioni tra Russia e Occidente seguita all'offensiva in Ucraina, riuscivano ad andare e tornare indietro tre volte a settimana. Da metà marzo, solo una. Da allora, spiega Shaldibin, i doganieri lituani hanno iniziato a intensificare i controlli, ispezionando i mezzi da cima a fondo e scansionandoli con un apparecchio a raggi X anche se vuoti. Da ieri mattina, Vilnius, "senza dare informazioni, ha ridotto il numero di camion in transito", ha spiegato il servizio stampa della dogana di Kaliningrad contattato da Repubblica. "Attualmente, la parte lituana riceve e sdogana veicoli con una frequenza di due l'ora. Lo attribuiamo al fatto che lavorino lentamente. Le ragioni ci sono ignote".


La situazione si è aggravata da quando la Lituania ha annunciato restrizioni sul transito delle merci russe sanzionate da Bruxelles, tra cui metalli, materiali edili, carbone e carburante. Mosca ha denunciato quello che chiama "blocco di Kaliningrad" come una violazione degli accordi che nel 2002 consentirono alla Lituania di entrare nella Ue e ha minacciato "risposte pratiche". La Commissione Europea giovedì ha promesso che avrebbe "rivisto" le linee guida delle sanzioni, ma il Cremlino non canta vittoria. "Non vogliamo escludere nulla. Vogliamo augurarci il meglio e prepararci al peggio", ha commentato ieri il portavoce Dmitrij Peskov.


Quand'era chiamato Eydtkuhnen, prima che l'Urss l'annettesse nel 1945, il piccolo villaggio di Chernyshevskoe sulla riva sinistra del fiume Lepona, estremità Est dell'exclave di Kaliningrad, era considerato la stazione più orientale della Prussia tanto da essere soprannominato la "Porta orientale dell'Europa". Oggi di quel passato mutilato non resta che una chiesa luterana sventrata da un incendio e divorata dalla vegetazione. Il moderno check-point è segnato solamente da un paio di casupole di lamiera degli ufficiali, due chioschi abbandonati per la vendita delle assicurazioni auto e una stazione dei bus deserta. È l'unico valico di frontiera operativo con la Lituania. Due sono stati chiusi a causa della pandemia. E un quarto, lo storico Ponte Regina Luisa del 1907 nella città di Sovetsk, a Nord, è in restauro da fine aprile. Quanto basta per esasperare gli autotrasportatori.

"Con la Lituania avevamo relazioni di buon vicinato, non riesco a capire perché agiscano così", si stizzisce Shaldibin. "Non è colpa della Lituania, ma della Ue", si intromette Sergej Shalatov, appollaiato su uno sgabello pieghevole all'ombra di un autocarro. "Hanno ricevuto ordini dall'alto: rallentare il più possibile il varco della frontiera. Vogliono creare l'incidente", sostiene un terzo camionista, petto nudo e un asciugamano intorno al collo a raccogliere il sudore. Sono le stesse accuse lanciate ieri dal ministero degli Esteri russo: "Il cosiddetto "Occidente collettivo" ha imposto il divieto di transito su esplicita istruzione della Casa Bianca". Le nuove restrizioni non sono ancora entrate in vigore, ma i doganieri lituani - sostengono i due Sergej, entrambi dipendenti del mobilificio Lazurit - deviano già i camion carichi di prodotti siderurgici verso la Bielorussia. "Ha ragione il presentatore tv Vladimir Soloviov. È una provocazione. Sperano che noi ci ribelliamo contro il "regime".

Ma così facendo stanno violando gli accordi del 2002. Se continueranno a non rispettarli, la Russia avrà tutto il diritto di reclamare il Corridoio di Suwalki", dice Shaldibin indicando un punto indefinito verso Est dove corre il confine tra Polonia e Lituania, una striscia di terra di cento chilometri che separa Kaliningrad dalla Bielorussia al centro dei più temuti scenari militari. "Perdiamo guadagni", continua. "Lo scorso marzo avevano installato bagni biologici e cestini per l'immondizia. E ci portavano da mangiare. Ora nessuno ci aiuta più. Non ci resta che andare per campi e lasciare i rifiuti sul ciglio della strada. Ma la cosa peggiore è che non sto con la mia famiglia, né lavoro. Sto buttando via il mio tempo. È sconfortante". "Siamo persone semplici. Ci hanno messo in mezzo. Non solo noi russi. I lituani e i polacchi sono vittime tanto quanto noi", ribatte Shalatov. "Di chi è la colpa? Di Mikhail Gorbaciov. Se non fosse crollata l'Urss, vivremmo ancora tutti insieme".