Italygate, arriva la conferma ufficiale: Trump fece indagare sull'Italia in cerca dei brogli alle elezioni
dal nostro corrispondente Paolo Mastrolilli , dal nostro corrispondente Paolo MastrolilliNEW YORK - Dunque era tutto vero. Il Pentagono, su ordine della Casa Bianca di Trump, aveva indagato sull'Italia, sospettando che avesse aiutato a rubare voti in favore di Biden nelle presidenziali del novembre 2020. La conferma di questa notizia, che Repubblica aveva anticipato a novembre, è venuta durante le audizioni in corso alla Camera sull'assalto del 6 gennaio al Congresso. Ne hanno parlato gli ex segretari alla Giustizia e alla Difesa Rosen e Miller, e l'alto funzionari del Department of Justice Richard Donoghue, ricordando le pressioni ricevute dal deputato repubblicano Scott Perry e dal capo di gabinetto della Casa Bianca Mark Meadows per aprire l'indagine. Tutti hanno definito questa vicenda assurda, ma cosa era successo davvero?
Sembra la trama di un film della serie Mission Impossible, invece è una storia vera, documentata nei dettagli dal libro Betrayal del giornalista della Abc News Jonathan Karl. Resta solo da capire cosa ne sapesse il go…
NEW YORK - Dunque era tutto vero. Il Pentagono, su ordine della Casa Bianca di Trump, aveva indagato sull'Italia, sospettando che avesse aiutato a rubare voti in favore di Biden nelle presidenziali del novembre 2020. La conferma di questa notizia, che Repubblica aveva anticipato a novembre, è venuta durante le audizioni in corso alla Camera sull'assalto del 6 gennaio al Congresso. Ne hanno parlato gli ex segretari alla Giustizia e alla Difesa Rosen e Miller, e l'alto funzionari del Department of Justice Richard Donoghue, ricordando le pressioni ricevute dal deputato repubblicano Scott Perry e dal capo di gabinetto della Casa Bianca Mark Meadows per aprire l'indagine. Tutti hanno definito questa vicenda assurda, ma cosa era successo davvero?
Sembra la trama di un film della serie Mission Impossible, invece è una storia vera, documentata nei dettagli dal libro Betrayal del giornalista della Abc News Jonathan Karl. Resta solo da capire cosa ne sapesse il governo di Roma, allora guidato da Giuseppe Conte, che in precedenza aveva dato al segretario alla Giustizia William Barr un accesso inusuale ai vertici dei nostri servizi di intelligence, per investigare le origini del "Russiagate".
"Questa storia - ha raccontato Karl a Repubblica - è insieme pazzesca, affascinante e assurda". Tutto comincia la notte delle elezioni, quando Trump e i suoi alleati si rendono conto di aver perso contro Biden, e cercano qualunque pista che apra uno spiraglio per rovesciare il risultato. Una porta in Italia, dove i satelliti della compagnia Leonardo sarebbero stati usati per truccare i voti, durante il trasferimento per la conta. "È incredibile il solo fatto che una simile teoria sia stata presa seriamente in considerazione, anche per un istante. Eppure è arrivata all'attenzione del presidente degli Stati Uniti, che ha deciso di perseguirla".
L'Italygate - scrive Karl in Betrayal - prende forma a metà dicembre del 2020: "Kash Patel, capo dello staff del segretario alla Difesa ad interim, tenta di utilizzare le risorse del Dipartimento alla Difesa per dare seguito ad un rapporto stravagante, secondo cui i satelliti militari italiani erano stati utilizzati per manipolare il voto negli Stati Uniti. Patel apparentemente credeva che due persone arrestate a Napoli avessero informazioni su questo piano ignobile. I due uomini erano stati recentemente accusati di hacking nei sistemi informatici di una compagnia di forniture militari con sede in Italia, ma Patel aveva sentito che uno di loro aveva confessato alle autorità locali che in realtà l'operazione era uno sforzo elaborato per utilizzare i satelliti allo scopo di truccare le presidenziali a favore di Biden. Era pazzesco, ma la teoria si era diffusa ai margini del web e negli account dei social media legati a QAnon. Aveva anche un nome: #ItalyGate".
Le due persone a cui si riferisce Betrayal erano Arturo D'Elia e Antonio Rossi, arrestati dalla procura di Napoli con l'accusa di avere trafugato 10 gigabyte di dati e informazioni dal gruppo Leonardo: "Alla fine di dicembre - prosegue Karl nel libro - Patel chiede a Ezra Cohen di inviare l'addetto militare dell'ambasciata Usa in Italia a parlare con i due uomini in prigione. Come sottosegretario alla Difesa per l'intelligence, aveva la responsabilità di supervisionare i funzionari nelle ambasciate. Cohen risponde a Patel che è una pazzia e rifiuta di farlo".
La storia però non finisce qui, perché gli alleati di Trump non si rassegnano. Anzi: "La stravagante cospirazione non sparisce. Infatti presto cattura l'attenzione della Casa Bianca. Il capo di gabinetto Mark Meadowstelefona al segretario alla Difesa Chris Millerper discuterne. Poi, sabato 2 gennaio, Miller e Patel chiamano insieme il direttore dell'Agenzia per l'intelligence della difesa, generale Scott Berrier, e ripetono la stessa richiesta che Patel aveva fatto a Cohen. Vogliono che la DIA invii l'addetto militare di Via Veneto a vedere i due detenuti italiani, per scoprire cosa avevano da dire. Berrier accetta di indagare, e pochi giorni dopo riferisce a Miller che quella strana storia era del tutto falsa. Non è chiaro se l'addetto militare sia stato effettivamente inviato a parlare con gli uomini in prigione".
Karl ha spiegato a Repubblica che "una fonte mi ha confermato l'interrogatorio. Secondo questa persona, l'addetto militare americano era davvero andato a sentire i due detenuti. Non ho trovato una seconda conferma e quindi non posso darlo per certo". Repubblica ha poi potuto confermare che tentativi di contatto erano davvero avvenuti.
"Era una pazza teoria cospirativa di QAnon, frangia della frangia dell'estremismo politico. Eppure - si legge nel libro - aveva catturato l'attenzione del capo di gabinetto della Casa Bianca e della massima leadership del Pentagono, compresa la telefonata urgente di sabato col capo della Defense Intelligence Agency. E la cosa era andata oltre il Pentagono. Il 30 dicembre, Meadows aveva inviato una mail all'Attorney General Rosen, chiedendo di indagare su #ItalyGate. Le email di Meadows, rese pubbliche nel giugno 2021 dal Comitato di Vigilanza della Camera, includevano una lettera datata 27 dicembre 2020, presumibilmente scritta da un uomo di nome Carlo Goria, membro di una società identificata come USAerospace Partners. La lettera, indirizzata a "Illustre signor Presidente", spiegava la cospirazione e aggiungeva dettagli stravaganti, che collegavano la trama a Leonardo. La compagnia - si legge nella nota - "cambiò il risultato delle elezioni statunitensi dal presidente Trump a Joe Biden", e lo aveva fatto "usando capacità di crittografia militare avanzate".
Karl ha cercato di scovare l'origine del complotto, e l'ha trovata in Michelle Ballarin, fantomatica ereditiera della Virginia non nuova a simili avventure. In origine era stata lei a contattare Josh Steinman, direttore della cybersecurity al National Security Council della Casa Bianca, affinché la incontrasse nel parcheggio di un negozio di alimentari per ricevere informazioni sul complotto.
Steinman non le aveva dato retta, ma lei era riuscita comunque ad infiltrare a Mar a Lago la sua collaboratrice Maria Strollo Zack, che la sera di Natale aveva informato personalmente Trump: "Gli dissi che avevo il miglior regalo di sempre. Sapevo chi aveva rubato le elezioni".
Sembrerà pure una pazzia, ma il 6 gennaio tra i manifestanti che poi avrebbero assaltato il Congresso ce n'erano alcuni con la scritta "Italy Did It". La nostra ambasciata a Washington si era preoccupata, al punto di rafforzare le misure di sicurezza. "Io - ci ha detto Karl - ho sentito che l'ambasciatore americano Eisenberg è rientrato in anticipo dall'Italia, per un problema di protezione personale legato a questa vicenda". La spiegazione sarebbe che i trumpisti non lo ritenevano abbastanza leale, e ciò lo metteva in pericolo. Ora resta solo da capire quanto ne sapesse il governo italiano guidato da Conte, e fino a che punto si è spinto per assecondare questa follia, dopo che aveva già autorizzato le due visite a Roma del segretario alla Giustizia Barr per incontrare i vertici dei servizi segreti, allo scopo di indagare sullo screditato e fantasioso ruolo dell'Italia nel Russiagate.