✕

Vertice Nato a Madrid: dall’Ucraina all'allargamento a Svezia e Finlandia, i temi in agenda

La premier svedese Magdalena Andersson e il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg (reuters)
Stasera si apre uno storico summit dell'Alleanza atlantica. Dalla guerra al possibile ingresso di Stoccolma e Helsinki, ostacolato dalla Turchia, ecco gli argomenti principali che verranno affrontati
5 minuti di lettura

LONDRA – Il summit della Nato che si apre stasera a Madrid viene considerato uno dei più importanti nei 73 anni di storia dell’Alleanza Atlantica. L’agenda dei colloqui potrebbe riassumersi con una sola parola: Ucraina. Non c’è dubbio che l’invasione russa sia la priorità per i leader occidentali, come si è già visto nel vertice del G7 nei giorni scorsi. Ma è una priorità che si articola su piani differenti. Alla vigilia della conferenza, il suo Segretario Generale Jens Stoltenberg ha annunciato “una svolta fondamentale nella difesa e deterrenza” della Nato, per rafforzare i confini orientali e aumentare a oltre 300mila truppe la forza di rapida reazione. Ecco quali sono le sfide principali all’orizzonte. 

Mantenere l’unità sull’Ucraina 

Se la Russia avesse attaccato soltanto il Donbass, la regione in cui vive la maggior parte della popolazione ucraina …

LONDRA – Il summit della Nato che si apre stasera a Madrid viene considerato uno dei più importanti nei 73 anni di storia dell’Alleanza Atlantica. L’agenda dei colloqui potrebbe riassumersi con una sola parola: Ucraina. Non c’è dubbio che l’invasione russa sia la priorità per i leader occidentali, come si è già visto nel vertice del G7 nei giorni scorsi. Ma è una priorità che si articola su piani differenti. Alla vigilia della conferenza, il suo Segretario Generale Jens Stoltenberg ha annunciato “una svolta fondamentale nella difesa e deterrenza” della Nato, per rafforzare i confini orientali e aumentare a oltre 300mila truppe la forza di rapida reazione. Ecco quali sono le sfide principali all’orizzonte. 

Mantenere l’unità sull’Ucraina 

Se la Russia avesse attaccato soltanto il Donbass, la regione in cui vive la maggior parte della popolazione ucraina di lingua russa, è probabile che la risposta della Nato sarebbe stata diversa, come si lasciò scappar detto il presidente americano Joe Biden quattro mesi fa. Le dimensioni dell’invasione, con l’iniziale offensiva per conquistare Kiev e rimuovere il presidente Volodymyr Zelensky, hanno indubbiamente unificato gli alleati. Ma ci sono divergenze che probabilmente verranno alla luce al vertice di Madrid. La Germania è stata accusata di non dare abbastanza aiuti militari a Kiev.


L’Ungheria, dove il rieletto premier Viktor Orbán ha o almeno aveva buoni rapporti con Putin, si è rifiutato di partecipare massicciamente all’embargo del petrolio russo. Il Regno Unito, così come i Paesi baltici e la Polonia, spinge per una vittoria completa sul campo di battaglia che riconquisti tutti i territori ucraini perduti. La Francia sembra più favorevole a una soluzione negoziata nel più breve tempo possibile. E poi c’è il premier italiano, Mario Draghi, che si sforza di tenere una linea comune per tutti. Il problema di fondo è stabilire quale sia l’obiettivo della guerra per la Nato.


Quanto può continuare il conflitto? E soprattutto, quanto a lungo le opinioni pubbliche occidentali sopporteranno i sacrifici economici necessari a proseguirlo? Al summit del G7, il primo ministro britannico Boris Johnson ha tracciato un parallelo con l’atteggiamento verso la Germania nazista negli anni Trenta, ricordando che anche allora ci volle tempo per capire che occorreva una risposta determinata e che la difesa della democrazia ha un prezzo. Indiscrezioni raccolte dalla Bbc parlano di un incontro nel prossimo futuro tra Johnson e il presidente francese Emmanuel Macron (protagonisti – pare – di una amichevole chiacchierata notturna con whisky durante il G7) per avvicinare le rispettive posizioni. 

Evitare una escalation della guerra 

Una conseguenza del punto precedente è che la Nato vuole aiutare l’Ucraina a vincere la guerra, o almeno a non perderla (mantenere l’attuale governo, l’indipendenza e la maggior parte del territorio, con la prospettiva di entrare nell’Unione Europea: l’obiettivo potrebbe essere riassunto così), senza provocare un conflitto diretto tra l’Alleanza Atlantica e la Russia. Vladimir Putin ha ammonito più volte che gli aiuti occidentali all’Ucraina potrebbero comportare un allargamento della guerra. Proprio ieri Dmitrij Medvedev, vicecapo del Consiglio di Sicurezza russo (ed ex presidente quando prese per quattro anni il posto di Putin per ovviare al limite di due mandati consecutivi), ha dichiarato che se la Nato prova a riprendere la Crimea (la penisola ucraina conquistata dalla Russia nell’invasione del 2014), “scoppierebbe la Terza guerra mondiale”.


Le minacce russe in parte sono un bluff: il Cremlino è ben consapevole che, se le sue forze faticano ad affrontare la resistenza ucraina, sarebbero di fronte a un avversario ben più pericoloso in un confronto diretto con l’Alleanza Atlantica, tre dei cui membri (Usa, Gran Bretagna e Francia) sono dotati di armi nucleari tanto quanto lo è la Russia. Ma la Nato non vuole correre rischi. Deve quindi cercare di mantenere un equilibrio tra la qualità e quantità di armamenti dati a Kiev, da un lato, e la minaccia che questi rappresentano per Mosca. Quello che non si può dire apertamente è questo: vengono date all’Ucraina armi per resistere e per fare capire a Putin che ulteriori tentativi di andare oltre il Donbass, attaccando di nuovo Kiev o provando a prendere Odessa e a togliere all’Ucraina ogni accesso al Mar Nero, incontrerebbero una resistenza ancora maggiore. E’ questo il punto chiave della guerra: cosa deciderà il presidente russo da qui alla fine dell’estate, il periodo in cui si gioca la battaglia del Donbass, nella speranza che entro fine anno, come ha lasciato capire anche Zelensky, la guerra possa finire o almeno diventare un conflitto a bassa intensità, su posizione assestate, come è stato dal 2014 al febbraio di quest’anno. 

Garantire la sicurezza dei Paesi baltici 

I leader di Lituania, Lettonia ed Estonia, le tre ex repubbliche sovietiche entrate a far parte della Nato (oltre che della Ue) dopo il crollo dell’Urss, hanno alzato nelle ultime settimane l’allarme su futuri possibili piani della Russia di invadere anche il loro territorio. La polemica sul “blocco” da parte della Lituania dei trasporti merci, o meglio di alcune merci sottoposte a sanzioni, tra la Russia e l’exclave russo di Kaliningrad, ha contribuito a creare allarme, con il monito del Cremlino su una reazione “non solo politica ed economica” (che finora non c’è stata). Ci sono naturalmente altre ragioni di fondo che preoccupano questi tre Stati, a cominciare dalla presenza al loro interno di minoranze di origine russa che Mosca giudica discriminate, uno scenario simile a quello ucraino.


Inoltre, sono Paesi molto più piccoli e molto meno popolosi dell’Ucraina: è possibile che le forze russe sarebbero in grado di conquistarli rapidamente. Se da un lato è dubbio che Putin sarebbe in grado di aprire un secondo fronte mentre non ha ancora concluso la guerra in Ucraina, dall’altro è comprensibile che i tre Paesi affacciati al mar Baltico siano in ansia. La loro critica alla Nato è che la dottrina attuale prevede piani per una “riconquista” dopo un’eventuale invasione russa, non una resistenza capace di fermare l’invasione o, meglio ancora, una capacità di deterrenza tale da consigliare a Mosca di non provarci. Per questo la Nato si accinge a cambiare, aumentando notevolmente la presenza di sue truppe e sue armi nella regione.  

Accelerare l’ingresso di Finlandia e Svezia nella Nato 

Helsinki e Stoccolma l’hanno chiesto, mettendo fine a decenni di neutralità militare, spaventate dall’invasione dell’Ucraina e desiderose di mettersi sotto l’ombrello protettivo dell’Alleanza Atlantica, in base a un cui articolo ogni attacco contro un Paese della Nato è un attacco contro tutta la Nato ed esige una risposta collettiva dei suoi trenta (attualmente) Paesi membri. Ventinove dei quali sono favorevoli a un rapido ingresso di Finlandia e Svezia. Ma il trentesimo, la Turchia, per il momento si oppone, citando l’asilo politico dato dai due Paesi scandinavi a indipendentisti curdi accusati di terrorismo all’Ankara come motivazione. Ve ne sono altre, come gli aiuti militari americani chiesti dalla Turchia e non ancora ottenuti (per l’opposizione della Grecia, suo storico rivale sulla questione di Cipro). L’opinione dominante è che la Nato e in particolare l’America faranno di tutto per rimuovere l’ostacolo il più presto possibile. A quel punto il Baltico diventerebbe “un lago della Nato”, circondato da otto Paesi che appartengono all’Alleanza, con forze militari integrate e rafforzate, dando un contributo chiave a una migliore difesa di Lituania, Lettonia ed Estonia (vedi punto sopra). 

Aumentare le spese militari 

Affinché tutto questo sia possibile, occorre aumentare il budget per la difesa. O almeno rispettare gli accordi: in base alle regole odierne, ogni membro della Nato deve utilizzare almeno il 2 per cento del proprio Pil (prodotto interno lordo) in spese militari. Ma mentre gli Usa spendono il 3,5 per cento e il Regno Unito spende il 2,2 per cento, la Germania spende l’1,3 e anche Italia, Canada, Spagna e Olanda sono sotto la soglia del 2 per cento. La Russia spende per la difesa il 4,1 per cento del Pil. La questione mise in crisi l’Alleanza durante la presidenza di Donald Trump, quando Washington minacciò di uscire dalla Nato se i Paesi europei non avessero alzato il livello della spesa militare. Biden non fa minacce simili, ma la guerra in Ucraina ha fatto capire a tutti che bisogna spendere di più per la difesa, specie se si vuole proteggere meglio la frontiera orientale e praticamente decuplicare la forza di rapido intervento. Al summit di Madrid si parlerà anche di questo. 

Contenere la Cina 

Ma al vertice non si parlerà soltanto di Ucraina. La Nato esaminerà anche quella che definisce “la sfida di Pechino alla nostra sicurezza, ai nostri interessi e ai nostri valori”. E si discuterà delle crescenti insidie della guerra cibernetica. Una cosa è certa: tre anni dopo la frase di Macron che dava l’Allenza Atlantica per “morta”, la Nato è viva e vegeta, cresce e rappresenta agli occhi di centinaia di milioni di cittadini uno scudo essenziale per difendere la libertà e la democrazia. L’Alleanza ha già affrontato altre gravi sfide in passato, dalla Guerra fredda ai massacri etnici nell’ex Jugoslavia fino all’attacco terroristico all’America del settembre 2001, che ha prodotto il ventennale conflitto in Afghanistan. La guerra in Ucraina le ha dato un’altra volta centralità.