KEFLAVIK (Islanda). Quando l'aereo si è infilato nel fiordo chiuso tra le montagne dell'Islanda, il rombo dei reattori ha spaventato gli allevatori di pecore. Alcuni hanno telefonato alla polizia: "I russi ci stanno attaccando?". Invece si trattava di un caccia italiano, uno dei quattro F35 a cui da due mesi viene affidata la difesa del cielo di questa nazione completamente disarmata. Una condizione paradossale: è uno dei membri fondatori della Nato ma non ha mai avuto eserciti e vive un rapporto tormentato con i militari occidentali, tanto da venire spesso chiamato "l'alleato riluttante". Dopo il crollo del muro di Berlino, diversi leader politici hanno sostenuto che fosse arrivata l'ora della neutralità e festeggiato per la chiusura della base americana di Keflavik. La Russia all'epoca non era più un nemico, ma la terra promessa di ricchi affari per un Paese che ha mantenuto l'indole vichinga del commercio.
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KEFLAVIK (Islanda). Quando l'aereo si è infilato nel fiordo chiuso tra le montagne dell'Islanda, il rombo dei reattori ha spaventato gli allevatori di pecore. Alcuni hanno telefonato alla polizia: "I russi ci stanno attaccando?". Invece si trattava di un caccia italiano, uno dei quattro F35 a cui da due mesi viene affidata la difesa del cielo di questa nazione completamente disarmata. Una condizione paradossale: è uno dei membri fondatori della Nato ma non ha mai avuto eserciti e vive un rapporto tormentato con i militari occidentali, tanto da venire spesso chiamato "l'alleato riluttante". Dopo il crollo del muro di Berlino, diversi leader politici hanno sostenuto che fosse arrivata l'ora della neutralità e festeggiato per la chiusura della base americana di Keflavik. La Russia all'epoca non era più un nemico, ma la terra promessa di ricchi affari per un Paese che ha mantenuto l'indole vichinga del commercio.
Nuovi movimenti populisti, come i celebri Piratar citati a modello pure dal M5S delle origini, hanno condotto campagne ispirate al pacifismo radicale e persino il partito della premier Katrín Jakobsdóttir è contrario alla Nato. Poi però l'aggressività di Mosca ha ricominciato a materializzarsi. Missioni intimidatorie, come quella dei bombardieri Tupolev Bear che per due volte hanno compiuto il periplo dell'isola, entrando nello spazio aereo senza temere ritorsioni. L'attacco alla Georgia e l'occupazione della Crimea hanno fatto riscoprire l'antica minaccia, riaprendo le porte allo schieramento temporaneo di caccia e ricognitori. Adesso l'invasione dell'Ucraina ha scosso in profondità i 360mila abitanti: l'ultimo sondaggio indica che il 71 per cento vuole restare nella Nato.
Perché la Nato ha bisogno dell'Islanda
L'Alleanza d'altronde ha bisogno dell'Islanda, perché è l'unico bastione lungo la rotta che collega America ed Europa: navi, aerei, cavi in fibre ottica, tutto dipende dal controllo di questa terra ghiacciata. I testi di geopolitica insistono sull'importanza del "Giuk Gap", la linea che unisce Groenlandia, Islanda e Gran Bretagna: è il passaggio obbligato che flotta e aviazione russa devono varcare per spezzare il legame tra i due continenti.
Sabato scorso i due sottomarini nucleari russi più potenti sono salpati nel Mare del Nord: si tratta del "Belgorod" e del "Typhoon", quello che ispirò l'Ottobre Rosso del film hollywoodiano. Non si sa dove dirigeranno, ma immediatamente è scattata l'allerta e l'indomani due dei quattro Boeing P8 statunitensi ridislocati a Keflavik sono decollati da Keflavik per presidiare il "Giuk Gap": possono imbarcare siluri, missili antinave e bombe di profondità. Dalla stessa pista ha preso il volo una coppia di caccia F35A italiani: sono partiti a tutta velocità, pochi minuti dopo il suono delle sirene di allarme.
La missione Islanda degli F35 italiani
Ma era soltanto un'esercitazione per valutare la reattività della Task Force Falco, che con 130 donne e uomini dal 25 aprile è responsabile della sicurezza del cielo islandese. Una spedizione da primato, che ha realizzato finora 250 sortite, in ogni condizione meteorologica: è caduta neve anche in questi giorni e il vento è di straordinaria violenza. Gli avieri italiani ormai ci sono abituati: è la sesta spedizione dell'Aeronautica in Islanda dal 2013; la terza con gli F35, unici caccia di quinta generazione in servizio nel mondo. Non è un caso se dopo l'arrivo della squadriglia i jet russi non si siano più avventurati in direzione dell'Islanda.
Un aereo rivoluzionario
Il colonnello Gianmarco Di Loreto, 43 anni, sottolinea più volte quanto l'aereo sia rivoluzionario: non solo nella capacità di rendersi invisibile ai radar, ma anche nell'essere "omnivalente" ossia potere passare nella stessa missione dal ruolo di caccia a quello di bombardiere e soprattutto comportarsi come "un grande occhio che vede tutto e smista le informazioni in tempo reale". I sensori di bordo offrono una capacità di sorveglianza definita "stupefacente" e se il pilota abbassa gli occhi, il casco gli fa vedere quello che c'è sotto la fusoliera, come se fosse in una bolla di vetro. "L'F35 è stato progettato per semplificare il pilotaggio e permettere di concentrarsi sui sistemi elettronici. Tutte le informazioni appaiono sul grande display in maniera chiara, con colori che ne evidenziano l'urgenza. Un punto di forza è la connettività. La comunicazione è interamente digitale: avviene tramite una chat, con messaggi criptati a cui il pilota può rispondere a voce o digitando".
Nell'isola quattro radar americani trasmettono le informazioni alla centrale della Guardia Costiera, l'unico reparto islandese che ha qualcosa di militare, che si coordina con il comando operativo Nato di Uedem, in Germania. È questo il quartier generale che gestisce le attività alleate dal Mar Nero all'Oceano, valutando i livelli di allarme e ordinando il decollo dei caccia: gli F35 italiani partono con cannone carico e 4 missili aria-aria nella stiva.
Attenzione al freddo
Da quando è cominciata l'invasione dell'Ucraina, l'impegno globale dell'Aeronautica è diventato massiccio: ci sono otto intercettori sulla costa romena; altri dedicati a proteggere lo spazio aereo montenegrino, albanese e sloveno; aerei radar che quasi tutti i giorni vanno di pattuglia sulla Moldavia. In pratica, un quinto dei nostri velivoli militari è schierato in operazioni Nato, "ma queste missioni servono anche ad addestrarci - prosegue il colonnello Di Loreto - Qui in Islanda facciamo da sparring partner ai Boeing dell'Us Navy e ci siamo confrontati con la portaerei americana diretta verso la Norvegia: il fatto di volare su colossali distese disabitate è un'opportunità unica". Facendo però attenzione al freddo: i piloti indossano una muta termica speciale, nel caso si debbano paracadutare in mare. L'unico modo di sopravvivere all'acqua, ghiacciata pure in queste giornate estive.
Gli italiani si sono sistemati nel complesso di hangar corazzati chiamato "West End": bunker cemento con porte d'acciaio in grado di resistere a un'esplosione atomica, realizzati negli anni Sessanta. È una piccola parte della sterminata base costruita dagli americani e che adesso il Pentagono vuole ristrutturare: gli islandesi non hanno sorveglianza armata lungo la recinzione e quattro fucilieri dell'Aeronautica restano notte e giorno accanto a ciascun F35 per tutelare la segretezza del velivolo.
La palazzina del comando mostra i simboli dei reparti occidentali che negli ultimi anni si sono avvicendati per difendere l'Islanda: F-16 portoghesi e norvegesi, Gripen svedesi e cechi, Eurofighter britannici e tedeschi, F-18 spagnoli e canadesi. In stile "Top Gun", una di queste squadriglie ha modificato i bagni degli uomini: sopra gli orinatoi hanno incollato le sagome dei bombardieri russi e i criteri per identificarli. Un modo guascone di non dimenticare il nemico, che fa comprendere come ormai siamo ritornati nell'atmosfera di sfida della Guerra Fredda.