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Stragi di Parigi, la madre di Valeria Solesin: "La democrazia ha vinto sul terrore"

I volti di alcune vittime del 13 novembre 2015. In alto a sinistra Valeria Solesin (ansa)
Parla Luciana Milani, la cui figlia fu uccisa negli attentati: "Le vittime del Bataclan rappresentavano per i jihadisti le libertà dell’Occidente"
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"Come ho accolto la sentenza? Con serenità. Questo processo fa parte della mia vita. Il processo, non le pene. Non dico che mi lascino indifferente, ma quasi. L'unico aspetto che mi ha disturbato è stata la confusione alla lettura della sentenza". Luciana Milani è la mamma di Valeria Solesin, la ricercatrice veneziana di demografia alla Sorbona unica vittima italiana degli attentati di Parigi, morta a 28 anni nella strage del Bataclan. Stava assistendo al concerto degli Eagles of Death Metal quando i terroristi hanno cominciato a sparare con i kalashnikov.


Dopo aver seguito varie fasi del processo, ha deciso di tornare…

"Come ho accolto la sentenza? Con serenità. Questo processo fa parte della mia vita. Il processo, non le pene. Non dico che mi lascino indifferente, ma quasi. L'unico aspetto che mi ha disturbato è stata la confusione alla lettura della sentenza". Luciana Milani è la mamma di Valeria Solesin, la ricercatrice veneziana di demografia alla Sorbona unica vittima italiana degli attentati di Parigi, morta a 28 anni nella strage del Bataclan. Stava assistendo al concerto degli Eagles of Death Metal quando i terroristi hanno cominciato a sparare con i kalashnikov.


Dopo aver seguito varie fasi del processo, ha deciso di tornare a Parigi per la lettura della sentenza.
"L'ho sentito come un dovere nei confronti di mia figlia e della mia famiglia. Quello che è accaduto, questo processo, fanno parte della nostra vita. Non mi è costata fatica. Sono contenta di esserci stata. Per me fa la differenza. È anche un modo per affrontare quello che mi è capitato".

Qual è il significato di questo processo, della sentenza?
"La vittoria del diritto sul terrore. Della democrazia sul terrorismo. La partecipazione e la testimonianza sono aspetti fondamentali di una comunità democratica".


C'è stato un passaggio del processo che l'ha colpita di più?
"Le testimonianze delle parti civili sono state molto toccanti. Ma forse mi hanno colpito di più le parole degli imputati. A sentire loro le armi che hanno usato sembravano cadute dal cielo, i kalashnikov si spostavano da una città all'altra da soli. Non hanno collaborato".

Crede che si sia riusciti a chiarire quanto è accaduto quella notte?
"Nonostante la reticenza degli imputati, direi di sì. Si è capito cosa è accaduto al Bataclan, nei bar, e allo Stade de France. Ricostruire la responsabilità delle singole persone che hanno partecipato agli attentati è stata la parte più complicata".


Intervenendo in aula a ottobre lei chiese agli imputati, senza mai ottenere una risposta, che cosa rappresentassero per loro i 130 morti. Ha trovato una risposta?
"Gli imputati non hanno mai risposto. Perché si vergognano. Hanno puntato le armi contro loro coetanei. Li hanno uccisi in quei luoghi, di questo ne sono convinta, perché rappresentavano la libertà dell'Occidente. Nessuno di loro però ha avuto il coraggio di dirlo".

Lei è sempre stata animata da una tenace volontà di capire, e ha guardato negli occhi i terroristi.
"Mi è sembrato naturale, non ho avuto paura. Per un criterio di giustizia, per portare avanti la memoria di Valeria".