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Guerra del borsch tra Ucraina e Russia: attesa la decisione dell'Unesco

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I due Paesi in guerra rivendicano l'origine della zuppa. Sei esperti dell'agenzia, presieduti dall'italiano Pier Luigi Petrillo, dovrebbero pronunciarsi domani, con procedura d'urgenza. Un caso che ci ricorda come il cibo sia il primo ingrediente dell'identità  
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La guerra tra Russia e Ucraina si combatte anche a tavola. Già dal 2019, quando Kiev ha chiesto all’Unesco di iscrivere tra i patrimoni dell’umanità il borsch, la celebre zuppa di barbabietole tipica delle cucine slave. Lo scontro con Mosca è stato immediato. Alla richiesta ucraina la Russia ha risposto con un messaggio di @Russia, il profilo twitter ufficiale del Cremlino, che ha rivendicato senza se e senza ma la paternità della ricetta. “A timeless classic! #Borsch is one of Russia's most famous & beloved #dishes & a symbol of traditional cuisine” (Un classico senza tempo, il #Borsch è uno dei più famosi e amati #piatti russi e un simbolo della cucina tradizionale). Più chiaro di così!


Eppure, a dispetto delle certezze di entrambi i contendenti la cosa non è affatto così chiara. Nel senso che la diffusione della ricetta in tutte le cucine dell’Est Europa, …

La guerra tra Russia e Ucraina si combatte anche a tavola. Già dal 2019, quando Kiev ha chiesto all’Unesco di iscrivere tra i patrimoni dell’umanità il borsch, la celebre zuppa di barbabietole tipica delle cucine slave. Lo scontro con Mosca è stato immediato. Alla richiesta ucraina la Russia ha risposto con un messaggio di @Russia, il profilo twitter ufficiale del Cremlino, che ha rivendicato senza se e senza ma la paternità della ricetta. “A timeless classic! #Borsch is one of Russia's most famous & beloved #dishes & a symbol of traditional cuisine” (Un classico senza tempo, il #Borsch è uno dei più famosi e amati #piatti russi e un simbolo della cucina tradizionale). Più chiaro di così!


Eppure, a dispetto delle certezze di entrambi i contendenti la cosa non è affatto così chiara. Nel senso che la diffusione della ricetta in tutte le cucine dell’Est Europa, da quella bielorussa a quella polacca, fino a quella ebraica, offre a ciascuno la possibilità di considerarlo il proprio piatto identitario. Secondo un detto molto diffuso nei Paesi slavi, ci sono tanti borsch quante sono le nonne dell’Europa orientale.


Ma se tutti hanno ragione, l’Ucraina ha più ragione di tutti. Perché con ogni probabilità è proprio Kiev a poter annoverare nel suo patrimonio gastronomico originario la celebre zuppa. Che la presenza della barbabietola rende rossa. Ma non russa. In realtà l’attribuzione del piatto alla cucina dell’immensa Federazione sarebbe un retaggio sovietico. E, secondo molti storici e gastronomi ucraini, dovuta a Stalin in persona. Che vedeva nel cibo un emblema identitario e un simbolo politico di grande presa sul sentiment popolare. Così partì dalla tavola per unificare le oltre cento culture ed etnie dell’Unione bolscevica, nata dalla Rivoluzione di Ottobre e consolidata dalla Seconda guerra mondiale. E affidò al Commissario per l’alimentazione Anastas Ivanovic Mikojan, in seguito potentissimo ministro del commercio e fedele vice di Nikita Kruscev, oltre che notissimo cuoco e gourmet, il compito di creare una nuova cucina nazionale sovietica. 

Adesso la polemica è ripresa con asprezza. Soprattutto da quando l’Unesco ha deciso di esaminare con procedura d’urgenza la richiesta ucraina. Che, da calendario, sarebbe stata prevista tra il 2023 e il 2024. Ma i sei esperti mondiali dell’organo di valutazione dell’organizzazione Onu, presieduti per la prima volta dall’italiano Pier Luigi Petrillo, hanno anticipato l’esame della candidatura di Kiev perché, a loro giudizio, quel bene culturale che è la zuppa contesa necessita di una salvaguardia urgente. Come c’era da attendersi il Cremlino ha riaperto il fuoco mediatico. Con un video al fulmicotone di Maria Zakharova, portavoce del Ministero degli esteri russo. Nel post, che ha spopolato in rete, l’esponente governativa accusa gli ucraini di appropriazione culturale. 

La decisione è attesa per il primo luglio. Decisamente una bella gatta da pelare per i sei superesperti. Chiamati a risolvere una questione che la guerra ha reso sempre più incandescente. E da maneggiare con estrema delicatezza. 

Fatto sta che è la prima volta che l'organizzazione culturale delle Nazioni Unite ricorre alla procedura d'urgenza. Ed è significativo che lo faccia per una tradizione alimentare. A conferma che il cibo è il primo ingrediente dell'identità. Se è vero che siamo quello che mangiamo, l’alimentazione è la prima lingua che impariamo, la bussola per orientarci nel mondo. E diventa un simbolo politico più forte di ogni bandiera. E in certi casi più esplosivo di una bomba.