“Mamma, mangio e sto bene”: dalle celle ucraine alla Russia lacrime e bugie al telefono
dalla nostra inviata Brunella Giovara , dalla nostra inviata Brunella GiovaraDNIPRO - La madre lo ha riconosciuto, sicuro. Uno con un cappello calato in testa, le lacrime bagnano il nastro adesivo che gli copre gli occhi. Piange. La ripresa sobbalza, perché è su un bus che lo sta portando in prigione. Una voce ucraina gli dice “perché piangi, sei vivo, quindi non hai niente da piangere”. E quanti anni hai? “Trentotto”. E “io ne ho 58, e sono qui a occuparmi dei pezzi di m. come te che hanno invaso la mia terra, invece di stare con i nipoti”. Fine del video. Ora, ci sono migliaia di madri russe che cercano notizie dei figli dispersi, provando ad accedere ai canali Telegram e YouTube ucraini che mostrano immagini come queste, ma in Russia non tutti hanno uno smartphone, e poi bisogna sapere come nascondere l’Ip, perché la ricerca è proibita, e pericolosa. Ma qualcosa riescono a vedere, e sono i loro figli e mariti prigionieri, talvolta radunati in circolo in una stanza, come è su…
DNIPRO - La madre lo ha riconosciuto, sicuro. Uno con un cappello calato in testa, le lacrime bagnano il nastro adesivo che gli copre gli occhi. Piange. La ripresa sobbalza, perché è su un bus che lo sta portando in prigione. Una voce ucraina gli dice “perché piangi, sei vivo, quindi non hai niente da piangere”. E quanti anni hai? “Trentotto”. E “io ne ho 58, e sono qui a occuparmi dei pezzi di m. come te che hanno invaso la mia terra, invece di stare con i nipoti”. Fine del video. Ora, ci sono migliaia di madri russe che cercano notizie dei figli dispersi, provando ad accedere ai canali Telegram e YouTube ucraini che mostrano immagini come queste, ma in Russia non tutti hanno uno smartphone, e poi bisogna sapere come nascondere l’Ip, perché la ricerca è proibita, e pericolosa. Ma qualcosa riescono a vedere, e sono i loro figli e mariti prigionieri, talvolta radunati in circolo in una stanza, come è successo tre giorni fa, e un soldato ucraino mostra ai russi il video del suo commilitone castrato, e poi ucciso da qualche parte nel Donbass. Lì uno dei russi è svenuto, gli altri hanno abbassato lo sguardo a terra, e anche più giù, a freddo non si può vedere quella cosa senza provarne disgusto, e l’orrore.
I russi seguono questi canali per cercare notizie dei loro soldati, figli, mariti, fratelli. Gli ucraini li guardano con una certa soddisfazione: ecco il nemico, che piange e balbetta “ho ricevuto degli ordini”, “non sapevo neanche dove ci stavano portando”, “ci hanno detto che qui ci sono i nazisti da uccidere”. Gli danno da mangiare e da dormire come si deve, li fanno lavorare esattamente come gli altri detenuti, perché i prigionieri di guerra vivono nelle carceri normali, assieme ai ladri di polli e agli omicidi, i criminali comuni che di giorno fanno i taglialegna e i falegnami, soprattutto nelle strutture detentive nei boschi dei Carpazi, e sicuramente sempre lontano dal fronte. Per quel che se ne sa, non ci sono strutture dedicate, come sono quelle russe, i gulag come è Olenivka.
E se vogliono, possono anche mettersi in contatto con i genitori, il giornalista Volodymyr Zolkin collabora con l’esercito e ha libero accesso ai prigionieri di guerra, quindi diffonde interviste – sempre in russo, così che dall’altra parte capiscano bene ogni parola – e poi telefona alla mamma di turno. Di solito va così: “Signora, qui c’è suo figlio Ivan… Siamo in una prigione ucraina, Ivan sta bene, può vederlo e parlargli”. La donna piange. “Come stai”, “bene, va tutto bene”. Uno degli ultimi si chiama Khromov Nikita Aleksandrovic, nato nel 1990 a Solikamsk, soldato semplice. Che dice “mamma, stai tranquilla, stiamo aspettando lo scambio”. “Ti fanno mangiare?”. “Sì, e bene”. “Non sei ammalato? Hai le mani legate?”. “No, guardami”. “E perché non torni?”. “C’è la fila, per lo scambio dei prigionieri. Mamma, resisti, sono vivo, e non piangere”. Il giornalista chiede poi a questa donna se è favorevole alla “operazione speciale”. La risposta: “Non posso rispondere”.
Poi tocca al giovane Gordeiev Vadym Sharipovic, ricognitore, che non sapeva “di essere destinato in Ucraina”. Detta il numero di telefono della madre. Parte la videochiamata, lei appare sconvolta dalla sorpresa. Ma quando capisce di cosa si tratta, si arrabbia: “Perché stai dando l’intervista?”. “L’ho deciso io”. “Ma sei ancora sotto le loro bombe?”. “Sono le nostre bombe, non sono ucraine”. “A noi hanno detto che erano ucraine. Qui non abbiamo segreti”. In fondo Zolkin le domanda dell’”operazione speciale”. “Non me ne frega niente, mi frega solo di mio figlio”. Il ragazzo era ferito a un braccio, poi è stato catturato. Non come quello che compare su un altro canale, un tizio magro rasato a zero che dichiara agli ucraini “ho deciso di arrendermi”, semplicemente. Forse era uno di quelli che contattano il numero verde 00380983427931 – anche su Facebook, la pagina si chiama “Torna vivo dall’Ucraina” – e seguono le istruzioni, attraversando le linee con il fucile scarico portato sulla spalla sinistra. Un segno di resa, non c’è neanche bisogno di tenere le mani alzate.