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Blinken in Africa per rilanciare gli Usa. Sfida a Russia e Cina

Il segretario di Stato Usa all'Hector Pieterson Memorial a Soweto, Sudafrica (afp)
Il segretario di Stato visita Sudafrica, Congo e Ruanda pochi giorni dopo il tour di Lavrov per cercare sostegno al suo Paese
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NEW YORK - Tutte le strade portano in Africa. Il segretario di Stato americano Antony Blinken è arrivato ieri a Pretoria, Sudafrica. Prima tappa di un tour di 5 giorni che lo vedrà anche in Congo e Ruanda, con lo scopo di confermare l'impegno americano in quell'area invece a lungo negletta da Donald Trump (la definiva "shithole", gabinetto), lasciando così spazio a Russia e Cina. Influenza che si è rispecchiata nella spaccatura avvenuta lo scorso marzo alle Nazioni Unite, quando solo 28 Paesi africani sostennero la mozione di condanna dell'invasione russa dell'Ucraina: altri 25 si astennero o non votarono e l'Etiopia votò addirittura contro.

Preceduto dall'ambasciatrice Usa Linda Thomas-Greenfield, nei giorni scorsi in Ghana e Uganda, Blinken arriva in Africa dopo il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov: che a fine luglio ha visitato Egitto, Uganda, Etiopia e Repubblica Democratica del Congo per cercare sostegn…

NEW YORK - Tutte le strade portano in Africa. Il segretario di Stato americano Antony Blinken è arrivato ieri a Pretoria, Sudafrica. Prima tappa di un tour di 5 giorni che lo vedrà anche in Congo e Ruanda, con lo scopo di confermare l'impegno americano in quell'area invece a lungo negletta da Donald Trump (la definiva "shithole", gabinetto), lasciando così spazio a Russia e Cina. Influenza che si è rispecchiata nella spaccatura avvenuta lo scorso marzo alle Nazioni Unite, quando solo 28 Paesi africani sostennero la mozione di condanna dell'invasione russa dell'Ucraina: altri 25 si astennero o non votarono e l'Etiopia votò addirittura contro.

Preceduto dall'ambasciatrice Usa Linda Thomas-Greenfield, nei giorni scorsi in Ghana e Uganda, Blinken arriva in Africa dopo il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov: che a fine luglio ha visitato Egitto, Uganda, Etiopia e Repubblica Democratica del Congo per cercare sostegno al suo Paese sempre più isolato dalla comunità internazionale. E negare le responsabilità russe sul blocco delle esportazioni di grano che tanto impatto sta avendo su quei Paesi.

Viaggio avvenuto in contemporanea con quello del presidente francese Emmanuel Macron in Camerun, Benin e Guinea-Bissau: ufficialmente svolto per affrontare la questione del terrorismo in Sahel. Ma chiaramente anch'egli è impegnato ad arginare le pressioni dei russi. Mosca, si sa, ha infatti già da tempo rilanciato la sua penetrazione nel Continente. Approfittando con Pechino del vuoto lasciato dagli americani negli anni di Trump, ha infatti qui sottoscritto nuovi accordi militari con i governi locali. Dispiegando pure i mercenari del famigerato gruppo Wagner, che oggi, pagati in diamanti e oro dalle autocrazie locali, la aiutano a comprare dalla Cina quei dollari americani necessari a pagare i debiti internazionali, finanziare la guerra e salvarsi dal default verso cui spingono le sanzioni.

Certo, la frattura avvenuta lo scorso marzo alle Nazioni Unite ha radici profonde: in Sudafrica, per dire, la lotta all'apartheid fu attivamente sostenuta dai russi. E molti dei Paesi astenutisi allora hanno legami economici, militari, ideologici con Mosca risalenti addirittura alla Guerra Fredda. Mentre fra i sostenitori della risoluzione ci sono le democrazie più stabili del Continente: Ghana e Botswana in testa. Anche per questo, nel corso del viaggio Blinken annuncerà la nuova strategia dell'amministrazione Biden per l'area subsahariana. Riconoscendo quei Paesi africani "come attori geostrategici e partner cruciali sulle questioni attualmente più urgenti": clima, insicurezza alimentare, pandemie. Temi di cui si discuterà pure nel corso dello Usa-Africa Summit organizzato a Washington a dicembre.

Non è certo un caso che Blinken abbia scelto di visitare proprio i tre Paesi dell'attuale tour. Per gli Stati Uniti, il Sudafrica è il partner commerciale più importante della regione: ospita già almeno 600 aziende americane, è considerato la porta d'accesso agli altri mercati africani e ha molta influenza sulle decisioni politiche dell'Unione Africana. Il Congo è invece il Paese più grande dell'Africa subsahariana, ha immense risorse (a partire dal pregiatissimo cobalto) e notevole potenziale idroelettrico: ma è instabile, tutt'ora dominato da almeno 100 diverse milizie ed estremamente povero. Aiutarlo a trovare la pace è dunque la missione che si è data Washington nella speranza, è ovvio, pure di sfruttarne meglio il potenziale economico. Di pace e diritti umani si parlerà infine in Ruanda, che dopo il genocidio del 1994 è riuscito a rilanciarsi. Il presidente Paul Kagame è considerato dagli Stati Uniti alleato affidabile, capace di attirare investimenti e collaborare a missioni di peacekeeping. Ma preoccupa la situazione dei diritti umani e le rinnovate tensioni col Congo.