Colombia, si insedia il neo presidente Gustavo Petro: "La guerra alla droga ha fallito"
di Daniele Mastrogiacomo , di Daniele Mastrogiacomo“Oggi inizia la nostra seconda possibilità”, dice Gustavo Petro, primo presidente di sinistra nella storia della Colombia davanti a centomila persone giunte a Bogotà da ogni angolo del Paese per assistere alla cerimonia di insediamento. Una pausa che sembra non finire mai; poi alzando la voce, aggiunge: “Ce lo siamo guadagnati”. Il riferimento non è causale. Anche in questa occasione, il giorno in cui giura come presidente per i prossimi quattro anni, l’ex guerrigliero dell’M19 ricorre al celebre passo di Cento anni di solitudine, il capolavoro di Gabriel García Márquez che amava leggere e rileggere nelle lunghe giornate trascorse da clandestino nella giungla. “Il nostro futuro”, avverte, “non è scritto. Oggi inizia la Colombia possibile… quella in cui la pace è possibile. Dobbiamo porre fine una volta per tutte a sei decenni di violenze e conflitti armati”.
In una corn…
“Oggi inizia la nostra seconda possibilità”, dice Gustavo Petro, primo presidente di sinistra nella storia della Colombia davanti a centomila persone giunte a Bogotà da ogni angolo del Paese per assistere alla cerimonia di insediamento. Una pausa che sembra non finire mai; poi alzando la voce, aggiunge: “Ce lo siamo guadagnati”. Il riferimento non è causale. Anche in questa occasione, il giorno in cui giura come presidente per i prossimi quattro anni, l’ex guerrigliero dell’M19 ricorre al celebre passo di Cento anni di solitudine, il capolavoro di Gabriel García Márquez che amava leggere e rileggere nelle lunghe giornate trascorse da clandestino nella giungla. “Il nostro futuro”, avverte, “non è scritto. Oggi inizia la Colombia possibile… quella in cui la pace è possibile. Dobbiamo porre fine una volta per tutte a sei decenni di violenze e conflitti armati”.
In una cornice festosa, elettrica e insieme solenne nella capitale, Petro riprende i temi che gli sono più cari e hanno scandito la sua vittoriosa campagna elettorale. Lo fa dal palco dove sono assiepati anche i vertici militari con cui ha avuto forti contrasti in passato, ma pure di recente, che lo saluteranno con una stretta di mano rispettando uno dei principi a cui le Forze Armate colombiane si sono sempre ispirate: nessuna interferenza sul voto popolare e rispetto del risultato. Assiste anche Francia Márquez, prima donna di colore vicepresidente, che ha avuto un ruolo decisivo nella battaglia finale del ballottaggio.
Ma è la teca in vetro, con dentro la spada di Simón Bolivar, eroe della lotta dell’indipendenza, un cimelio sottratto a suo tempo dai guerriglieri del M19 e restituita dopo enormi pressioni, ad attribuire alla cerimonia un alto valore simbolico. Il leader della sinistra aveva chiesto che fosse esposta sul palco; è riuscito ad ottenerlo.
Parla di droga, e per la prima volta dice quello che molti prima di lui sapevano bene ma non avevano la forza e il coraggio di dire. “La guerra alla droga è fallita”, declama, “è arrivato il momento di accettare questa verità. In 40 anni ha provocato la morte di un milione di latinoamericani. E cosa lascia? 70 mila nordamericani che muoiono di overdose ogni anno. Questa guerra”, insiste, “ha rafforzato le mafie e indebolito gli Stati. Ha spinto i governi a commettere crimini, ha fatto evaporare l’orizzonte della democrazia. Vogliamo aspettare che un altro milione di latinoamericani venga ucciso e che le vittime di overdose salgano a 200mila negli Usa o vogliamo finalmente imboccare una rotta diversa?”.
Quello sugli stupefacenti è il discorso più audace del nuovo presidente. Interrompe una narrazione che dura da mezzo secolo, da quando Richard Nixon e poi Donald Reagan, sostenuto da un appassionato discorso di sua moglie Nancy in tv, annunciarono la messa al bando delle droghe e l’avvio del conflitto più letale dell’era moderna. Ma è la pace a dominare, con l’invito a tutti i gruppi guerriglieri e narcoterroristi ancora attivi a “deporre le armi nelle nebbie del passato”. “Lavorerò per la pace”, annuncia ancora il neopresidente, “per una pace vera e definitiva come nessuno, mai, ha fatto finora”.
C’è spazio per un riequilibrio nella distribuzione della ricchezza, “con la volontà di avviare politiche di giustizia sociale, senza voltarsi dall’altra parte, senza diventare complici”. Petro propone una riforma fiscale più equa che inquadra in una delle priorità del suo governo: la solidarietà umana. “E’ giunto il momento di prendere coscienza che la fame sta avanzando in tutto il mondo perché è crollata un’idea di sicurezza alimentare basata esclusivamente sul commercio internazionale. La Colombia è un paese che dovrebbe e può godere della sovranità alimentare per raggiungere la fame zero”.
E ancora sull’altro tema a cui è sensibile, quello della parità di genere. “Non possiamo continuare a permettere alle donne di avere meno opportunità di lavoro e di guadagnare meno degli uomini”. Insiste sull’unità, del Continente e della Colombia. “Capiamo una volta per tutte che esiste molto di più ciò che ci unisce da ciò che ci separa. Insieme siamo più forti”, aggiunge volgendo lo sguardo agli undici presidenti dell’America Latina giunti a Bogotà per assistere al giuramento. Guarda Gabriel Boric del Cile, Alberto Fernández dell’Argentina che a loro volta annuiscono in silenzio. “Dobbiamo dire basta alle divisioni. Non voglio due paesi, come non voglio due società. Voglio una Colombia forte, giusta, unita”, grida alzando il pugno davanti a una piazza stracolma che gli risponde con un boato.