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Colombia, Petro lancia l'invito, il Clan del Golfo apre: "Cessiamo le ostilità"

Il presidente colombiano Gustavo Petro (a destra) con quello cileno Gabriel Boric dopo un bilaterale ieri a Bogotà (reuters)
La risposta positiva del gruppo paramilitare e al momento il più grande cartello della droga verso il primo presidente di sinistra nella storia del Paese: "Sì allo stop unilaterale dell'offensiva come espressione di buona volontà nei confronti del governo". Potrebbe essere un passo in avanti nel processo di pace
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La risposta è arrivata 24 ore dopo. Ed è una risposta positiva, potrebbe inaugurare una nuova stagione di trattative per completare il processo di pace in Colombia. Ci crede il neo presidente Gustavo Petro, ci crede la maggioranza della popolazione ormai stremata da oltre mezzo secolo di conflitto. Il Clan del Golfo, gruppo paramilitare colombiano e al momento il più grande cartello della droga del Paese, ha raccolto l’invito che il leader del Patto Histórico aveva lanciato domenica scorsa durante la cerimonia che lo incoronava presidente per i prossimi quattro anni. “Decretiamo la cessazione unilaterale delle ostilità”, si legge in un comunicato ufficiale, “come espressione di buona volontà nei confronti del governo e della sua ampia disponibilità di ricercare delle vie di pace con tutti gli attori del conflitto”.

“Oggi inizia la nostra seconda possibilità”, aveva esordito Gus…

La risposta è arrivata 24 ore dopo. Ed è una risposta positiva, potrebbe inaugurare una nuova stagione di trattative per completare il processo di pace in Colombia. Ci crede il neo presidente Gustavo Petro, ci crede la maggioranza della popolazione ormai stremata da oltre mezzo secolo di conflitto. Il Clan del Golfo, gruppo paramilitare colombiano e al momento il più grande cartello della droga del Paese, ha raccolto l’invito che il leader del Patto Histórico aveva lanciato domenica scorsa durante la cerimonia che lo incoronava presidente per i prossimi quattro anni. “Decretiamo la cessazione unilaterale delle ostilità”, si legge in un comunicato ufficiale, “come espressione di buona volontà nei confronti del governo e della sua ampia disponibilità di ricercare delle vie di pace con tutti gli attori del conflitto”.

“Oggi inizia la nostra seconda possibilità”, aveva esordito Gustavo Petro, primo presidente di sinistra nella storia della Colombia davanti a centomila persone giunte domenica scorsa da ogni angolo del paese per assistere al suo insediamento. “Ce lo siamo guadagnati”, aveva aggiunto riprendendo il celebre passo di Cento anni di solitudine, il capolavoro di Gabriel García Márquez che amava leggere e rileggere nelle lunghe giornate trascorse da clandestino nella giungla quando faceva parte del gruppo armato di sinistra M19. “Il nostro futuro”, aveva avvertito, “non è scritto. Oggi inizia la Colombia possibile… quella in cui la pace è possibile. Dobbiamo porre fine una volta per tutte a sei decenni di violenze e conflitti armati”. Una seconda risposta è arrivata da un altro importante gruppo della guerriglia, l’Eln, l’Esercito di Liberazione Nazionale: ha detto di essere pronto a riprendere il negoziato di pace interrotto nel 2019.

L’uomo che ha portato dopo 100 anni la sinistra al potere in Colombia potrebbe restare nella storia come l’uomo della vera pace. Molti segnali indicano che è possibile. Ma bisogna fare i conti con le forze dell’ordine bersagliate da una raffica di attentati e omicidi mirati portati avanti dal Clan del Golfo con la sua micidiale “operazione pistola”. Decine di poliziotti sono stati uccisi nelle ultime settimane. Nella cerimonia di giuramento Petro ha curato ogni dettaglio. Ha voluto salutare personalmente i vertici delle Forze armate presenti sul palco con cui in passato, come guerrigliero e anche in tempi più recenti, ha avuto scontri e momenti di forte tensione. Gli alti ufficiali non si sono sottratti al rito. Da sempre, l’esercito non interferisce sui risultati elettorali. Li rispetta e li difende.

In una cornice festosa ma anche solenne, il presidente ha voluto avere vicino la teca in vetro, con dentro la spada di Simón Bolívar, eroe della lotta dell’indipendenza: un cimelio sottratto a suo tempo dai guerriglieri del M19 e restituita dopo il loro scioglimento. Mostrarla aveva un alto valore simbolico, soprattutto se era una scelta che arrivava da un ex membro del gruppo che l’aveva rubata.

Oltre alla pace, all’equità fiscale, alla diversità di genere, Gustavo Petro ha voluto parlare di droga. Per la prima volta ha detto quello che molti prima di lui sapevano bene ma non avevano la forza e il coraggio di dire. “La guerra alla droga è fallita”, ha declamato, “è arrivato il momento di accettare questa verità. In 40 anni ha provocato la morte di un milione di latinoamericani. E cosa lascia? 70 mila nordamericani che muoiono di overdose ogni anno. Questa guerra”, insiste, “ha rafforzato le mafie e indebolito gli Stati. Ha spinto i governi a commettere crimini, ha fatto evaporare l’orizzonte della democrazia. Vogliamo aspettare che un altro milione di latinoamericani venga ucciso e che le vittime di overdose salgano a 200mila negli Usa o vogliamo finalmente imboccare una rotta diversa?”.

Un discorso audace. Interrompe una narrazione che dura da mezzo secolo, da quando Richard Nixon e poi Donald Reagan, sostenuto da un appassionato discorso di sua moglie Nancy in tv, annunciarono la messa al bando delle droghe e l’avvio del conflitto più letale dell’era moderna. Pace e droga sono strettamente legate. Solo un accordo con i gruppi che alimentano il narcotraffico, con la loro smobilitazione e la consegna delle armi, può riuscire a spezzare la perversa catena stupefacenti-violenza. Non sarà facile, ci sono enormi interessi. Nessuno è disposto a rinunciare a fatturati miliardari.