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Regno Unito, la riscossa del Labour che vola nei sondaggi. Vantaggio sui conservatori ai massimi da 10 anni

Il leader laburista Keir Starmer 
Nonostante i dubbi sul leader Keir Starmer, i laburisti hanno la chance di tornare al potere alle prossime elezioni puntando di nuovo sul riformismo moderato alla Blair
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LONDRA – Tra i due litiganti, il terzo gode. Si può riassumere così la sfida politica di questi giorni nel Regno Unito: mentre la ministra degli Esteri Liz Truss e l’ex-ministro del Tesoro Rishi Sunak si affrontano nelle primarie del partito conservatore per decidere chi diventerà primo ministro al posto del dimissionario Boris Johnson, è il leader laburista Keir Starmer a fregarsi le mani. Un sondaggio di YouGov pubblicato questo fine settimana dal Times assegna infatti al Labour un vantaggio schiacciante di 13 punti percentuali sui Tories, 43 a 28 per cento, il margine più alto per il partito della sinistra britannica in dieci anni. Un dato confermato da un altro sondaggio, citato dal Daily Express, secondo cui almeno metà dei seggi conquistati da Johnson alle elezioni del 2019 nella cosiddetta “Red Wall”, la regione post-industriale del nord-est dell’Inghilterra che era storicamente un baluardo laburista, torne…

LONDRA – Tra i due litiganti, il terzo gode. Si può riassumere così la sfida politica di questi giorni nel Regno Unito: mentre la ministra degli Esteri Liz Truss e l’ex-ministro del Tesoro Rishi Sunak si affrontano nelle primarie del partito conservatore per decidere chi diventerà primo ministro al posto del dimissionario Boris Johnson, è il leader laburista Keir Starmer a fregarsi le mani. Un sondaggio di YouGov pubblicato questo fine settimana dal Times assegna infatti al Labour un vantaggio schiacciante di 13 punti percentuali sui Tories, 43 a 28 per cento, il margine più alto per il partito della sinistra britannica in dieci anni. Un dato confermato da un altro sondaggio, citato dal Daily Express, secondo cui almeno metà dei seggi conquistati da Johnson alle elezioni del 2019 nella cosiddetta “Red Wall”, la regione post-industriale del nord-est dell’Inghilterra che era storicamente un baluardo laburista, torneranno al Labour.

Quei seggi costituirono una parte fondamentale della maggioranza di 80 parlamentari ottenuta in parlamento dal premier uscente tre anni fa. Quando i cittadini britannici torneranno alle urne, al più tardi nel gennaio 2025 ma probabilmente prima, la Muraglia Rossa darebbe di nuovo al partito laburista la sua base tradizionale. Uno studio del settimanale New Statesman prevede che complessivamente i conservatori perderanno 112 dei seggi che detengono attualmente, facendoli scendere a 253 deputati alla camera dei Comuni, mentre il Labour ne guadagnerebbe 95 per un totale di 297, facendone il primo partito e sfiorando di poco la maggioranza assoluta necessaria a governare da solo. Recenti accordi con il partito liberaldemocratico nelle elezioni regionali potrebbero essere ripetuti su scala nazionale, formando un governo di coalizione tra Labour e lib-dem, possibilmente con l’aggiunta dei Verdi (che hanno per ora un solo parlamentare).

Tre fattori spiegano la riscossa laburista. Uno è la rabbia per le violazioni del lockdown commesse da Boris Johnson e da altri membri del suo governo durante la pandemia, sottraendosi alle regole da lui stesso imposte a tutta la popolazione: che è stata poi la ragione di fondo, tra scandali e menzogne, per cui i membri del suo stesso partito lo hanno sfiduciato, costringendolo a dimettersi il 7 luglio scorso. Il secondo fattore è la crisi economica: la Gran Bretagna sta per entrare in recessione, l’inflazione è al livello più alto degli ultimi quarant’anni, un diffuso scontento genera scioperi e risentimento. E il terzo elemento è la svolta impressa da Starmer al Labour, rompendo con il radicalismo del suo predecessore Jeremy Corbyn, che ha generato nel 2019 la peggiore sconfitta elettorale per i laburisti in quasi novant’anni, e puntando di nuovo verso il riformismo che permise a Tony Blair di diventare l’unico laburista della storia eletto tre volte consecutive primo ministro.

Al di là di queste considerazioni, c’è una circostanza ciclica a favore del Labour: il pendolo della politica in questo Paese tende ad oscillare da un partito all’altro a regolari intervalli. I conservatori hanno governato per diciassette anni dal 1979 in poi, prima con Margaret Thatcher, poi con John Major. Quindi hanno governato i laburisti per tredici anni, di cui dieci guidati da Blair e tre da Gordon Brown (che spodestò Blair fra le polemiche per la guerra in Iraq). Ora i conservatori sono al potere da dodici anni e lo saranno da quattordici quando si tornerà a votare nel 2024 o inizio 2025, un arco di tempo nel corso del quale si sono succeduti già ben tre premier, David Cameron, Theresa May, Boris Johnson e dal 5 settembre, quando si conoscerà il vincitore delle primarie, ne arriverà un quarto, a quanto pare Liz Truss, favorita dai sondaggi. Non bisogna sottovalutare quest’ultima, e sul carisma del laburista Starmer permangono dubbi, ma i tempi appaiono maturi per un’altra oscillazione del pendolo, stavolta verso sinistra.

Ma tra i due litiganti Truss e Sunak c’è anche un altro “terzo” che gode ed è proprio Boris Johnson. I soliti sondaggi indicano che la maggioranza dei membri e degli elettori del partito conservatore non avrebbe voluto le sue dimissioni e preferirebbe largamente lui sia a Truss che a Sunak, se Boris fosse candidato nelle primarie. Il suo ironico saluto al termine del discorso d’addio in parlamento, “hasta la vista, baby”, una citazione dal film “Terminator” con Arnold Schwarzenegger in cui il super eroe fa capire che se ne va ma intende ritornare, lascia credere ad alcuni commentatori che questa sia appunto la sua intenzione: aspettare che i suoi successori Tories si rivelino inconsistenti e poi ricandidarsi, con i conservatori o con un nuovo partito, già fra un paio d’anni o eventualmente più avanti. Johnson ha soltanto 58 anni e può sperare di prendersi prima o poi la rivincita a furor di popolo: come il suo eroe Winston Churchill, che perse le elezioni del 1945, nonostante avesse appena sconfitto il nazismo, ma venne rieletto premier nel 1951; o come aspira a fare nel 2024 un leader che secondo molti gli somiglia, non solo nel colore dei capelli, Donald Trump. Prima però dovrebbe fare dimenticare agli inglesi i party che faceva a Downing Street durante il lockdown. E non è detto che gli inglesi dimentichino.