Regno Unito, la riscossa del Labour che vola nei sondaggi. Vantaggio sui conservatori ai massimi da 10 anni
di Enrico Franceschini , di Enrico FranceschiniLONDRA – Tra i due litiganti, il terzo gode. Si può riassumere così la sfida politica di questi giorni nel Regno Unito: mentre la ministra degli Esteri Liz Truss e l’ex-ministro del Tesoro Rishi Sunak si affrontano nelle primarie del partito conservatore per decidere chi diventerà primo ministro al posto del dimissionario Boris Johnson, è il leader laburista Keir Starmer a fregarsi le mani. Un sondaggio di YouGov pubblicato questo fine settimana dal Times assegna infatti al Labour un vantaggio schiacciante di 13 punti percentuali sui Tories, 43 a 28 per cento, il margine più alto per il partito della sinistra britannica in dieci anni. Un dato confermato da un altro sondaggio, citato dal Daily Express, secondo cui almeno metà dei seggi conquistati da Johnson alle elezioni del 2019 nella cosiddetta “Red Wall”, la regione post-industriale del nord-est dell’Inghilterra che era storicamente un baluardo laburista, torne…
LONDRA – Tra i due litiganti, il terzo gode. Si può riassumere così la sfida politica di questi giorni nel Regno Unito: mentre la ministra degli Esteri Liz Truss e l’ex-ministro del Tesoro Rishi Sunak si affrontano nelle primarie del partito conservatore per decidere chi diventerà primo ministro al posto del dimissionario Boris Johnson, è il leader laburista Keir Starmer a fregarsi le mani. Un sondaggio di YouGov pubblicato questo fine settimana dal Times assegna infatti al Labour un vantaggio schiacciante di 13 punti percentuali sui Tories, 43 a 28 per cento, il margine più alto per il partito della sinistra britannica in dieci anni. Un dato confermato da un altro sondaggio, citato dal Daily Express, secondo cui almeno metà dei seggi conquistati da Johnson alle elezioni del 2019 nella cosiddetta “Red Wall”, la regione post-industriale del nord-est dell’Inghilterra che era storicamente un baluardo laburista, torneranno al Labour.
Tre fattori spiegano la riscossa laburista. Uno è la rabbia per le violazioni del lockdown commesse da Boris Johnson e da altri membri del suo governo durante la pandemia, sottraendosi alle regole da lui stesso imposte a tutta la popolazione: che è stata poi la ragione di fondo, tra scandali e menzogne, per cui i membri del suo stesso partito lo hanno sfiduciato, costringendolo a dimettersi il 7 luglio scorso. Il secondo fattore è la crisi economica: la Gran Bretagna sta per entrare in recessione, l’inflazione è al livello più alto degli ultimi quarant’anni, un diffuso scontento genera scioperi e risentimento. E il terzo elemento è la svolta impressa da Starmer al Labour, rompendo con il radicalismo del suo predecessore Jeremy Corbyn, che ha generato nel 2019 la peggiore sconfitta elettorale per i laburisti in quasi novant’anni, e puntando di nuovo verso il riformismo che permise a Tony Blair di diventare l’unico laburista della storia eletto tre volte consecutive primo ministro.
Ma tra i due litiganti Truss e Sunak c’è anche un altro “terzo” che gode ed è proprio Boris Johnson. I soliti sondaggi indicano che la maggioranza dei membri e degli elettori del partito conservatore non avrebbe voluto le sue dimissioni e preferirebbe largamente lui sia a Truss che a Sunak, se Boris fosse candidato nelle primarie. Il suo ironico saluto al termine del discorso d’addio in parlamento, “hasta la vista, baby”, una citazione dal film “Terminator” con Arnold Schwarzenegger in cui il super eroe fa capire che se ne va ma intende ritornare, lascia credere ad alcuni commentatori che questa sia appunto la sua intenzione: aspettare che i suoi successori Tories si rivelino inconsistenti e poi ricandidarsi, con i conservatori o con un nuovo partito, già fra un paio d’anni o eventualmente più avanti. Johnson ha soltanto 58 anni e può sperare di prendersi prima o poi la rivincita a furor di popolo: come il suo eroe Winston Churchill, che perse le elezioni del 1945, nonostante avesse appena sconfitto il nazismo, ma venne rieletto premier nel 1951; o come aspira a fare nel 2024 un leader che secondo molti gli somiglia, non solo nel colore dei capelli, Donald Trump. Prima però dovrebbe fare dimenticare agli inglesi i party che faceva a Downing Street durante il lockdown. E non è detto che gli inglesi dimentichino.