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Medio Oriente, tornano gli Usa. Ora Biden punta a bloccare l’avanzata opaca di Xi Jinping

(reuters)

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La rivalità con Pechino e le influenze iraniane hanno spinto gli Usa a un cambio di strategia
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Washington cambia marcia in Medio Oriente. Il rientro nell'accordo nucleare è forse in dirittura d'arrivo, ma il fattore determinante va cercato nella rivalità Usa-Cina che non risparmia lo scacchiere mediorientale. Gli Usa non possono restare con le mani in mano. Nessuno vuole l'Iran con l'atomica, ma il terreno d'intesa con Pechino, e con Mosca, finisce lì. Nel resto della regione è gara aperta fra Stati Uniti e Cina. 
Per Israele la scelta di campo non è in discussione. I Paesi arabi, specie l'Arabia Saudita, sono tentati dalla mano tesa di Pechino che non solleva vespai su diritti umani o guerra in Yemen. C'è nell'aria una prossima visita in pompa magna di Xi Jinping a Riad, non ancora annunciata ufficialmente. La Cina vuole approfittare delle relazioni frastagliate fra l'amministrazione Biden e Mohammed bin Salman, solo rappezzate dalla tiepida visita del Presidente americano. Ma Riad e il Golfo no…

Washington cambia marcia in Medio Oriente. Il rientro nell'accordo nucleare è forse in dirittura d'arrivo, ma il fattore determinante va cercato nella rivalità Usa-Cina che non risparmia lo scacchiere mediorientale. Gli Usa non possono restare con le mani in mano. Nessuno vuole l'Iran con l'atomica, ma il terreno d'intesa con Pechino, e con Mosca, finisce lì. Nel resto della regione è gara aperta fra Stati Uniti e Cina. 
Per Israele la scelta di campo non è in discussione. I Paesi arabi, specie l'Arabia Saudita, sono tentati dalla mano tesa di Pechino che non solleva vespai su diritti umani o guerra in Yemen. C'è nell'aria una prossima visita in pompa magna di Xi Jinping a Riad, non ancora annunciata ufficialmente. La Cina vuole approfittare delle relazioni frastagliate fra l'amministrazione Biden e Mohammed bin Salman, solo rappezzate dalla tiepida visita del Presidente americano. Ma Riad e il Golfo non possono fare a meno degli Stati Uniti per la sicurezza: chi altri può assicurare la libertà di navigazione nello stretto Hormuz e nel Mar Rosso?

La preoccupazione di Washington


Gli americani tornano senza essersene mai andati. Le basi nel Golfo non si sono mai mosse, la collaborazione bilaterale con Israele e gli altri Paesi amici non è mai stata interrotta, ma Washington sembrava volersi distanziare dalla regione lasciando un vuoto, psicologico più che reale, in una parte del mondo dove la visibilità conta moltissimo. Il disastroso ritiro dall'Afghanistan aveva dato un segnale di debolezza, confermando la percezione di un'America troppo distratta da altro, dalla partigianeria interna, troppo delusa ed esausta dalle guerre regionali senza fine, per continuare il gravoso impegno in Medio Oriente. 
Le quotazioni Usa scendevano, quelle cinesi e russe salivano. A Washington è squillato un campanello d'allarme. Gli Usa "non si possono permettere di lasciare il Medio Oriente" perché teatro fondamentale della sfida fra grandi potenze. Come fu nella guerra fredda, con la differenza che adesso è una partita a tre (Usa-Russia-Cina) con l'aggiunta della variabile Iran, inserita nella spaccatura regionale sunnita-sciita, e della minaccia terrorista sull'arco che va dall'Hindu Kush al Sahel e alla Nigeria. 

La svolta degli accordi di Abramo 


Gli ultimi tre presidenti americani (Obama, Trump, Biden all'esordio) hanno provato, senza riuscirci, a sganciarsi dal Medio Oriente. Joe Biden si è arreso all'evidenza: gli Stati Uniti devono continuare a proiettare presenza e impegno per non lasciare campo libero a Cina e, in misura minore, a Mosca. Ha raccolto e pienamente avallato il principale lascito di Donald Trump: gli Accordi di Abramo. Capolavoro delle diplomazie di Gerusalemme e Abu Dhabi, sono l'asse portante di un'architettura di sicurezza mediorientale poggiante su due pilastri: riconoscimento e accettazione di Israele come attore regionale e internazionale in tutti i campi, militare, economico, culturale, da parte araba; creazione di una coalizione informale arabo-sunnita-israeliana in funzione di contenimento e deterrenza dell'Iran e della sua penetrazione, via Hezbollah, in Libano e Siria, nonché in tutti i Paesi dove esiste una minoranza sciita. 


Alla coalizione manca il collante militare di un'alleanza tipo Nato. Suppliscono direttamente gli Stati Uniti attraverso il Comando Centrale interforze (Centcom), la cui area di responsabilità va dall'Egitto all'Asia centrale ex-sovietica. Israele ricadeva nella sfera del Comando Europa (Eurocom). A partire dal settembre dell'anno scorso i rapporti militari israelo-americani sono passati sotto Centcom. Nel darne annuncio, il laconico comunicato precisava che scopo del "riallineamento" è anche di "offrire opportunità per approfondire la collaborazione operativa fra le Forze di Difesa di Israele e i numerosi partner regionali di Centcom". Il ridispiegamento strategico mediorientale avviato dall'amministrazione Trump viene così rafforzato sul piano militare con diretto coinvolgimento Usa via Centcom. "America is back".

La sfida con Pechino 


Per gli americani, l'imperativo è non cedere il passo alla Cina. La Russia, assorbita in Ucraina, è concorrente meno temibile pur saldamente piantato in Siria. Nella scelta fra Pechino e Washington, Israele non ha dubbi malgrado gli importanti investimenti cinesi cui dovrà rinunciare. Gerusalemme ci guadagna. Il ritorno americano in Medio Oriente rilancia Israele non solo bilateralmente ma anche come cerniera strategica con il Golfo sunnita via Accordi di Abramo. Il tentativo di Pechino di incunearsi fra Washington e Riad ne accresce il peso specifico. 


In passato gli americani mediavano fra arabi e israeliani, adesso le parti si sono parzialmente invertite. Col rischio di derive asiatiche nel Golfo, gli Usa hanno più che mai bisogno di contare su Israele. Nel Golfo ci si sente spesso "a proprio agio" in partnership con Pechino. Ma la Cina non offre una sponda di sicurezza credibile. Accordo nucleare a parte, i rapporti fra Pechino e Teheran sono opachi. Anche per gli arabi sunniti Washington rimane l'alleato indispensabile. E il grande gioco continua.