Achille Occhetto, qual è il suo primo ricordo di Gorbaciov?
«Risale all’inverno del 1987. Mosca. La neve imbiancava le guglie del Cremlino. Ero vicesegretario del Pci. M’impressionò per l’umanità, il linguaggio schietto, l’apertura mentale e culturale. Era diverso dagli altri burocrati al vertice del Pcus».
Un incontro tra voi due?
«Sì, ma la mattina fummo ricevuti dal vice di Gorbaciov, Ligaciov. Era un fiero avversario del segretario, lo sapevano tutti. Si rivelò untuoso. Disse che il popolo sovietico appoggiava le riforme e che tutto andava benissimo».
Non la convinse?
«Si capiva benissimo che era falso. Nel pomeriggio co…
Achille Occhetto, qual è il suo primo ricordo di Gorbaciov?
«Risale all’inverno del 1987. Mosca. La neve imbiancava le guglie del Cremlino. Ero vicesegretario del Pci. M’impressionò per l’umanità, il linguaggio schietto, l’apertura mentale e culturale. Era diverso dagli altri burocrati al vertice del Pcus».
Un incontro tra voi due?
«Sì, ma la mattina fummo ricevuti dal vice di Gorbaciov, Ligaciov. Era un fiero avversario del segretario, lo sapevano tutti. Si rivelò untuoso. Disse che il popolo sovietico appoggiava le riforme e che tutto andava benissimo».
Non la convinse?
«Si capiva benissimo che era falso. Nel pomeriggio con Gorbaciov la musica cambiò. Dipinse un quadro non ottimistico. Disse che approvare le riforme era un percorso difficile, mi spiegò le resistenze con cui faceva i conti. Soprattutto m’indicò le prospettive catastrofiche a cui il Paese sarebbe andato incontro in caso di fallimento. “E i veri avversari sono i quadri del partito”, disse».
Era un linguaggio nuovo?
«Assolutamente. Nessun dirigente sovietico aveva mai parlato così schiettamente. Disse che la perestrojka era costretta a compiere una corsa contro il tempo. L’Unione sovietica era allo stremo, se la popolazione non avesse visto dei miglioramenti immediati l’intero percorso rischiava di venir travolto. Sono ricordi che ho conservato grazie agli appunti che presi quel giorno».
Però sulla svolta del Pci non disse mai una parola.
«Però ci sostenne, a modo suo. Venne a Roma sedici giorni dopo il mio annunciò del cambio del nome alla Bolognina. Mi venne incontro nella hall di un hotel: “Achille, cosa mi hai combinato?”».
Un rimprovero?
«Ma no, lo disse con affetto, sorridendo. Io ero accompagnato soltanto da Iginio Ariemma. Gorbaciov mi rivelò che due dirigenti del Pci contrari alla Svolta gli avevano chiesto di incontrarlo prima di me, ma che lui aveva respinto la loro richiesta».
Chi erano?
«Natta e Cossutta».
Ma non è strano che non spese una parola per la sua svolta?
«Il suo silenzio-assenso era già un fatto enorme. Non si intrometteva nei fatti interni di un partito fratello. Breznev e Krusciov mi avrebbero mazzolato. Con Stalin sarei finito davanti al plotone di esecuzione».
Che cosa ha pensato quando ha saputo della sua morte?
«Viene meno un faro, una luce, di un uomo che personificò la speranza di una Russia diversa, che avrebbe potuto superare la tendenza all’autoritarismo imperiale di quel meraviglioso Paese».
Gorbaciov alla fine fallì?
«Alcuni poveri di spirito pensano che abbia demolito senza avere costruito una cultura politica. Non è così. Si rifiutò di imboccare la strada che gli avevano chiesto di prendere gli oppositori interni, quella delle riforme economiche senza le liberalizzazioni. Respinse l’autoritarismo di mercato. Rifiutò la difesa repressiva del sistema. Evitò che l’Unione sovietica implodesse».
Che conseguenze avrebbe comportato?
«In questo modo salvò l’umanità dal rischio di una guerra atomica. Vede, Gorbaciov è stato costretto a cedere dinanzi alle dure repliche della storia, ma in quel contesto era difficile andare oltre».
In che modo era diverso?
«Già nel 1987 parlava come un esponente illuminato della sinistra europea. La sua prospettiva era di muovere verso un socialismo democratico, ma il popolo russo non era maturo per un simile passaggio e alla fine, dopo il Muro, preferì passare da un regime autoritario ad un altro, creando quel mostro che oggi è Putin».
Come lo spiega?
«È come se settant’anni di socialismo reale non avessero lasciato tracce di socialismo ideale».
Alla fine anche per questo Gorbaciov è stato più ammirato all’estero che in patria?
«Il popolo russo era poco interessato al tema delle libertà. Una volta gli dissi che andava costruito un rapporto con le socialdemocrazie come unico approdo. Si disse d’accordo. E mi rivelò che l’aveva già proposto a Willy Brandt, il leader della Spd tedesca. “Bisogna chiudere con le ferite aperte nel 1914 dalla scissione tra comunisti e socialdemocratici. E tornare insieme”. Era una posizione eccezionale per il tempo».
Come finirà la guerra di Putin?
«È molto difficile prevederlo. Auspico che si apra presto una conferenza internazionale, che individui un comune spazio di sicurezza tra tutti gli Stati, una nuova visione universalistica nei rapporti internazionali».