Obiettivo Kherson, terzo giorno della controffensiva. La battaglia del Sud su cui gli ucraini scelgono il silenzio
dal nostro inviato Daniele Raineri , dal nostro inviato Daniele RaineriTerzo giorno di controffensiva da parte delle forze ucraine per liberare il sud del paese dai soldati russi, il governo di Kiev ha scelto di mantenere il silenzio e non fornisce aggiornamenti sull’operazione. Ha anche chiesto di non far circolare informazioni sui social media in modo da non dare vantaggi ai russi. La zona è stata chiusa ai giornalisti fino al sei settembre, dice un comunicato uscito questa mattina del comando Sud delle forze ucraine – che dirige la controffensiva.
A questo punto tuttavia ci sono alcune certezze. La battaglia ha raggiunto un livello di intensità che in quella zona, dove russi e ucraini si fronteggiano fin dall’inizio…
Terzo giorno di controffensiva da parte delle forze ucraine per liberare il sud del paese dai soldati russi, il governo di Kiev ha scelto di mantenere il silenzio e non fornisce aggiornamenti sull’operazione. Ha anche chiesto di non far circolare informazioni sui social media in modo da non dare vantaggi ai russi. La zona è stata chiusa ai giornalisti fino al sei settembre, dice un comunicato uscito questa mattina del comando Sud delle forze ucraine – che dirige la controffensiva.
A questo punto tuttavia ci sono alcune certezze. La battaglia ha raggiunto un livello di intensità che in quella zona, dove russi e ucraini si fronteggiano fin dall’inizio dell’invasione, centottantanove giorni fa, non era mai stata vista. Il primo giorno i soldati ucraini hanno sfondato la prima linea in un tratto che era difeso da una milizia separatista – il 109esimo reggimento di Donetsk – rafforzata dai paracadutisti russi. I separatisti sono spesso l’anello debole nello schieramento russo perché sono meno equipaggiati e meno addestrati e spesso sono formati da uomini arruolati con la forza e costretti a combattere.
Arretramenti russi
Entrambi, miliziani di Donetsk e paracadutisti, sono arretrati di circa sei chilometri e hanno ceduto il controllo di almeno un villaggio – che si chiama Sukhoy Stavok e fino a giugno era sotto il controllo ucraino. E’ una cosa che succede spesso lungo la linea del fronte di Kherson, gli assalti dall’una e dall’altra parte finiscono per essere un gioco a somma zero: un mese un villaggio finisce sotto i russi, il mese dopo torna sotto gli ucraini. Questa volta però non è la solita oscillazione. Gli ucraini stanno tentando di allargare il varco che hanno creato, i russi rispondono con un fuoco d’artiglieria che secondo testimoni locali sentiti da Repubblica è furioso e continuo. Del resto la superiorità di fuoco è uno dei vantaggi che i russi hanno sfruttato con costanza in questi sei mesi di conflitto – ma si tratta di un vantaggio sempre più risicato, perché gli ucraini a partire da metà giugno hanno fatto saltare in aria decine di depositi di munizioni russi.
La trappola
Un altro punto certo è che i russi hanno spedito a Kherson con il compito di difendere la città una forza di venticinquemila uomini, che però ora rischiano di restare in trappola. E’ soltanto un’ipotesi ancora lontana dal materializzarsi, ma se succedesse sarebbe una mini Dunkerque per i soldati russi – dal nome della disfatta del 1940 che vide quattrocentomila soldati inglesi accerchiati abbandonare il loro equipaggiamento e attraversare con ogni mezzo, anche barchette, il canale della Manica per mettersi in salvo. In questi mesi le forze ucraine hanno colpito il territorio della regione di Kherson in punti cruciali e hanno distrutto con i missili a lunga gittata americani Himars i due ponti che collegano la sponda nord del fiume Dnipro a quella sud. I genieri russi hanno rimediato con ponti di barche e chiatte, ma si capisce con facilità che per i russi un conto è attraversare il fiume Dnipro su un viadotto autostradale e un conto e affollarsi su una sponda in attesa del proprio turno su chiatte che possono portare soltanto pochi uomini per volta – per di più in un punto che ormai i missili Himars e i droni ucraini conoscono molto bene. I venticinquemila soldati russi nella sacca a nord del fiume sono molti, ma sanno che se le cose si mettono male non hanno la possibilità di un ripiego ordinato.
Come si diceva è ancora uno scenario lontano, ma è rischioso per Mosca. Come gli ucraini, anche i russi combattono con poche forze e non si possono permettere di perdere troppi uomini e troppo equipaggiamento in un colpo solo. Per questo motivo, è probabile che in questi giorni la reazione dell’esercito russo sarà molto forte.
Il limite del Dnipro
In questa battaglia limitata dal fiume Dnipro e dagli attraversamenti, un ruolo importante è giocato dai partigiani ucraini, che in molti casi sono piccoli gruppi di forze speciali lasciati dietro le linee nemiche in modo deliberato durante i primi giorni dell’invasione. Non soltanto compiono azioni di sabotaggio, ma sorvegliano da terra gli spostamenti dei russi in tempo reale e possono completare il quadro già fornito dalla sorveglianza dall’alto di satelliti e droni. Ci sono stati casi di convogli russi colpiti mentre attraversavano i ponti e questo lascia pensare che le informazioni siano arrivate da infiltrati sul posto.
Per ironia della sorte, sono gli stessi ponti che all’inizio dell’invasione hanno permesso ai russi di invadere in modo rapido il sud dell’Ucraina e prendere Kherson quasi senza sparare un colpo. In teoria gli ucraini avrebbero dovuto farli saltare, ma elementi locali dei servizi segreti in quelle ore avevano tradito, erano passati dalla parte dei russi e non avevano eseguito il piano d’emergenza che era già pronto da tempo e prevedeva la distruzione dei ponti sul Dnipro in caso di invasione.