Esteri

Mikhail Gorbaciov, l'uomo visto nel momento della sconfitta

Gorbaciov con Eltsin nel 1991
Gorbaciov con Eltsin nel 1991 (ansa)
Il ricordo di quell'ultima intervista al Cremlino poco dopo l'annuncio delle dimissioni. E di come l'ultimo leader sovietico sapeva ridere di sé stesso
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LONDRA - Gioviale, caloroso, dotato di un'inesauribile energia: così ci sembrava Mikhail Gorbaciov, il 26 dicembre 1991, poche ore dopo avere annunciato in televisione le dimissioni. Erano anche le ultime ore che l'ormai ex-presidente trascorreva nell'ufficio al Cremlino, da lui occupato dal giorno dell'insediamento al potere, sei anni prima. Accogliendo me e la mia collega Fiammetta Cucurnia, allora corrispondenti di Repubblica da Mosca, per quella che fu la sua ultima intervista all'interno della fortezza sulla piazza Rossa, dalla cui cupola il giorno prima era stata ammainata la bandiera rossa, Mikhail Sergeevic non dava l'impressione di uno sconfitto, non appariva demoralizzato o depresso: al contrario, in un certo senso era come se gli avessero levato un formidabile peso dalle spalle.

Addio a Mikhail Gorbaciov, padre della perestroika

La fine dell'Urss era nell'aria perlomeno da sei mesi prima, quando i nostalgici del comunismo avevano tentato di rovesciarlo con un golpe: da vittima designata, Mikhail Sergeevic diventò agli occhi del suo stesso popolo un complice del complotto, perché quegli uomini li aveva scelti lui, nel continuo zig-zag tra riforme e passi indietro per tenere insieme il Paese più grande del mondo. In un certo senso, dopo il golpe d'agosto, era stato dunque un lungo addio, dall'epilogo scontato. Ciò non significa che Gorbaciov non fosse amareggiato e preoccupato dal crollo dell'Urss. "Non siamo né tartari né tedeschi", disse nella lunga conversazione, protratta più di quello che ci aspettavamo, il segno che non aveva fretta, perché i suoi impegni ufficiali erano conclusi. Intendeva che la Russia non era né Asia né Europa, bensì una cerniera fra i due continenti: avrebbe voluto risolvere così l'eterno dilemma tra slavofili ed europeisti. Ma il tempo dei compromessi era passato. E il suo tempo personale era scaduto.

La caduta

Dal villaggio del sud al Cremlino

Per misurare il viaggio compiuto da Gorbaciov tra il 1985, quando il Politbjuro del Pcus lo elesse segretario generale dopo la morte di tre anziani leader uno dopo l'altro, Breznev, Andropov e Chernenko, e il 26 dicembre '91 della sua uscita di scena, serviva un altro viaggio. Lo avevo compiuto, spinto dalla curiosità e dal caso, nel luglio precedente, poche settimane prima del colpo di stato, recandomi a Privolnoe, un villaggio di duemila abitanti nel sud della Russia, dove Gorbaciov era nato e cresciuto. Nel silenzio della campagna assolata, c'era una sola "stalovaja", una mensa invasa di mosche, tra le misere izbe in legno e le orrende casupole di stile sovietico. Il giovane Mikhail andava a scuola nel villaggio vicino ogni mattina su un carro trainato da un trattore o dai buoi. Il nonno, giudicato un kulako, un contadino arricchito, aveva subito le persecuzioni staliniane. La nonna aveva segretamente battezzato Mikhail, come usava allora. Forse da lì veniva la sua abitudine, ripetuta più volte nel corso della nostra intervista, di esclamare "slava Bogo", grazie a Dio: era strano per me sentire l'ex-capo della superpotenza comunista, della nazione che predicava l'ateismo, intercalare con il nome del Signore il suo discorso sulle riforme riuscite o mancate della perestrojka. Una delle contraddizioni del potere dei Soviet: Stalin aveva mandato il suo aguzzino Kaganovic a fucilare i preti, ma non era riuscito a sradicare del tutto la religione dal linguaggio del socialismo reale.

Quello sperduto villaggio nella regione di Stavropol, in cui spiccava una sola abitazione, modesta come le altre ma protetta da un casotto di guardia del Kgb, perché lì dentro continuava a vivere la madre di Gorbaciov, era lontano dalla Piazza Rossa, dal Cremlino, dall'ufficio con la bandiera rossa sul tetto, come la terra dalla luna. Ci era voluta una determinazione di ferro per compiere quel percorso: la capacità di fare carriera usando fermezza antica e metodi nuovi, di apparire un continuatore e un innovatore, per non spaventare i nostalgici ma pure per dare al sistema lo scossone che anche il suo predecessore e padrino Andropov, un ex-capo del Kgb, dunque uno dei pochi a conoscere il vero stato del disfacimento sovietico, giudicava necessario. Ma quella duplicità, che aveva funzionato per portarlo fino al vertice, non lo aveva più servito quando si era trattato di cambiare l'Urss senza rivoluzionarla: come tutti i riformatori, Gorbaciov era rimasto solo, abbandonato dai nostalgici del comunismo come dai radicali democratici. E sbeffeggiato dalla gente comune per la sua battaglia contro l'alcolismo, che gli valse il soprannome di "segretario minerale", come se fosse astemio, un'infamia per un russo paragonabile a quella di un italiano che disdegna la pizza o gli spaghetti. Non era vero che non beveva: qualche volta, nei giorni finali di solitudine al Cremlino, si era perfino sbronzato di cognac, come confessò il suo più stretto collaboratore Anatolij Cernjaev nel proprio diario. Non era un ubriacone come il suo successore Boris Eltsin, tuttavia. Non avrebbe mai detto, come il principe Vladimir, fondatore della prima Russia, "bere è la gioia dei russi, non possiamo vivere senza", rifiutando per questo l'Islam come fede di stato, perché vietava l'alcol, e abbracciando invece il cristianesimo.

Il giorno dopo l'intervista a Gorbaciov tornai al Cremlino per intervistare il suo braccio destro Aleksandr Jakovlev, detto "l'architetto della perestroika", anche lui intento a traslocare e abbandonare il suo ufficio. Uscendo dalla stanza di Jakovlev, in chi ci imbattiamo di nuovo Fiammetta, io e il nostro redattore russo Sergej Avdeenko? In Gorbaciov, che si aggirava per i corridoi, con il colbacco in testa, come un uomo che non sa più dove andare, cosa fare, impossibilitato ad andarsene per sempre. Baciò Fiammetta. Strinse la mano a me. Quindi la porse anche a Sergej. Ma Sergej si ritrasse, quasi come se una forza oscura lo spingesse verso il muro del corridoio. "Non capisci?", mi disse più tardi. "Per me era come se l'imperatore, Dio in terra, fosse sceso dal trono o dal cielo a stringermi la mano. Non mi sembrava possibile". Questo era il segretario generale del Pcus: un dio in terra. E ora la terra era franata, travolgendolo.

Il collasso dell'Urss

Quella intervista doveva essere il suo testamento politico. Ma era un testamento pronunciato troppo a caldo per essere completo, meditato. Rividi ancora Gorbaciov a Mosca, poi in Israele dove ero stato trasferito dal giornale, infine a Londra, dopo un nuovo trasferimento. E proprio nella capitale britannica Mikhail Sergeevic offrì una riflessione più acuta, oltre che più dolorosa e più consapevole dei problemi creati dal fallimento della perestroika e dal collasso sovietico: "Ci facevano fretta, ma saremmo dovuti andare più piano". Disse che i primi anni di Vladimir Putin erano stati buoni, per riportare un po' di ordine senza imbrigliare del tutto la nascente democrazia russa e i buoni rapporti con l'Occidente, ma che poi Putin aveva sbagliato a spingere sull'autoritarismo e sulla forza. Quella forza che Gorbaciov non aveva usato, lasciando che l'Europa orientale si liberasse dalle catene, regalando agli stessi russi lo spiritello della libertà. Ma la libertà, come ripetevano le massaie di Mosca davanti ai negozi vuoti, non si mangia.

Nemmeno con Eltsin, il rivale che per spodestarlo aveva mandato in frantumi l'Urss, Gorbaciov usò la forza. "Avrei potuto mandarlo a fare l'ambasciatore in Canada e non avremmo mai più sentito parlare di lui", ricordava nel dicembre 1991. Invece era stato clemente, lo aveva tenuto a Mosca, gli aveva dato una seconda chance. Forse perché gli faceva comodo, nella costante ricerca di un equilibrio tra comunisti e democratici. In parte perché era quello il suo carattere.

(ansa)

La cosa più bella che ci disse, come spesso succede nelle interviste, venne a registratore chiuso, sulla porta dell'ufficio. Ricordò un viaggio di tanti anni prima, quando era soltanto segretario di Stavropol, invitato in Sicilia dai compagni del Pci per una vacanza insieme alla moglie Raissa, in un'era in cui solo i sovietici autorizzati potevano recarsi all'estero, mettendo il naso fuori da quell'immenso stato-prigione. E Raissa, bella quando il mondo la conobbe nei panni di una moderna first-lady, da giovane doveva essere ancora più bella: "In spiaggia, vicino a Palermo", raccontava Mikhail Sergeevic, "cominciarono a girarle attorno dei bellimbusti locali. E io dovetti tirare fuori i muscoli per farli allontanare! Che figura! Chissà cosa avranno pensato di quello zoticone russo!" L'uomo della perestroika, l'ultimo presidente sovietico, il leader che per liberare un impero lo ha distrutto, era fatto così: sapeva ridere di sé stesso. Perfino nel momento in cui aveva perso tutto.