L'Onu accusa la Cina per gli uiguri prigionieri nello Xinjiang: possibili crimini contro l'umanità
dal nostro corrispondente Gianluca Modolo , dal nostro corrispondente Gianluca ModoloTIANJIN - In extremis, undici minuti prima della scadenza del suo mandato, dopo settimane di “enormi pressioni” Michelle Bachelet ha pubblicato il tanto atteso rapporto dell’Onu sul Xinjiang. Accusando Pechino. "Gravi violazioni dei diritti umani sono state commesse. La detenzione arbitraria e discriminatoria degli uiguri e di altri musulmani nella regione del Xinjiang potrebbe costituire un crimine internazionale, in particolare un crimine contro l’umanità”, scrive la commissaria per i diritti umani delle Nazioni Unite nelle 48 pagine del report.
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TIANJIN - In extremis, undici minuti prima della scadenza del suo mandato, dopo settimane di “enormi pressioni” Michelle Bachelet ha pubblicato il tanto atteso rapporto dell’Onu sul Xinjiang. Accusando Pechino. "Gravi violazioni dei diritti umani sono state commesse. La detenzione arbitraria e discriminatoria degli uiguri e di altri musulmani nella regione del Xinjiang potrebbe costituire un crimine internazionale, in particolare un crimine contro l’umanità”, scrive la commissaria per i diritti umani delle Nazioni Unite nelle 48 pagine del report.
Nei centri di detenzione del Xinjiang, almeno dal 2017 al 2019, si è verificato un "modello di detenzione arbitraria su larga scala". Sulla base di interviste con decine di testimoni di prima mano, le Nazioni Unite hanno descritto in dettaglio un modello di tortura, oltre ad altre forme di violazioni "crudeli, inumane o degradanti", e accuse che appaiono "credibili" di violenza sessuale e di genere, incluso lo stupro. Persone percosse con manganelli, compresi quelli elettrici, mentre erano legati alla cosiddetta "sedia tigre"; interrogatori con acqua versata in faccia; isolamento prolungato e costrizione a stare seduti immobili su piccoli sgabelli per lunghi periodi di tempo", si legge nel rapporto. I detenuti erano sottoposti a "fame costante" e "sorveglianza continua". Impossibilitati a pregare. Erano costretti a memorizzare le cosiddette "canzoni rosse". Erano inoltre obbligati a sottoporsi regolarmente a iniezioni e prendere pillole che procuravano sonnolenza. Alcune donne hanno raccontato di essere state "costrette dalle guardie a praticare sesso orale durante gli interrogatori. Altre di essere state sottoposte a "esami ginecologici invasivi”. "Il tasso di natalità nello Xinjiang è sceso di circa il 48,7%, passando dal 15,88 per mille nel 2017 all'8,14 per mille nel 2019. La media di tutta la Cina è del 10,48 per mille", si legge nel rapporto. Il rapporto non nomina la sterilizzazione forzata, ma afferma che "è probabile che le misure coercitive abbiano integrato la rigorosa applicazione delle politiche di pianificazione familiare".
Per quanto il documento non contenga alcuna nuova rivelazione rispetto a quanto era già emerso in questi anni da altre inchieste internazionali, la sua pubblicazione è rilevante perché le accuse a Pechino stavolta portano il sigillo dell’Onu. "Le accuse di pratiche ricorrenti di tortura o maltrattamenti, comprese le cure mediche forzate e le cattive condizioni carcerarie sono credibili, così come le accuse individuali di violenza sessuale e di genere”, si legge. Nessun riferimento, invece, al termine “genocidio”, come invece gli Usa hanno bollato le azioni del governo cinese nella regione occidentale del Paese.
“Meglio tardi che mai: questo rapporto espone le massicce violazioni dei diritti umani da parte della Cina”, commenta Sophie Richardson, responsabile per la Cina dell’ong Human Rights Watch. Bachelet era stata accusata da gruppi di difesa dei diritti umani ed esperti accademici di essere troppo morbida con Pechino dopo la controversa visita in Cina che fece nel Xinjiang a maggio. "Le conclusioni schiaccianti dell'Alto commissario spiegano perché il governo cinese ha lottato con le unghie e con i denti per impedirne la pubblicazione, che mette a nudo gli abusi dei diritti da parte della Cina”, continua Richardson. “Ora il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite dovrebbe utilizzare questo rapporto per avviare un'indagine completa sui crimini contro l'umanità del governo cinese”. Il lungo ritardo (un anno) nella pubblicazione del rapporto potrebbe rendere però più difficile l’impresa. C’è poco tempo per i governi e le ong di costruire una risposta solida in seno al Consiglio per i diritti umani, che inizia la sua ultima sessione dell'anno tra 12 giorni.
Pechino aveva ricevuto una copia del rapporto - come da prassi - ed è subito andata all’attacco. “Il rapporto si basa sulla presunzione di colpevolezza, utilizza informazioni false ed è una farsa pianificata dagli Stati Uniti, dalle nazioni occidentali e dalle forze anti-Cina”, ha dichiarato Liu Yuyin, portavoce della missione permanente Onu a Ginevra. Che ha pubblicato - in risposta - un documento di 121 pagine dove si sottolinea la minaccia del terrorismo e la stabilità che il programma statale di "de-radicalizzazione" e di "centri di istruzione e formazione professionale" ha portato nel Xinjiang.
“Questo rapporto è un insieme di informazioni false che servono agli Stati Uniti e ad altri Paesi occidentali come strumenti politici per usare strategicamente lo Xinjiang e contenere la Cina", ha dichiarato il portavoce del Ministero degli Esteri Wang Wenbin. "Dimostra ancora una volta che l'Ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite è stato ridotto a un esecutore e complice degli Stati Uniti e di altri Paesi occidentali".
Il rapporto afferma tuttavia che l'agenzia delle Nazioni Unite non è stata in grado di confermare le stime sul numero totale di persone detenute o colpite dal sistema che la Cina chiama istruzione e formazione professionale.
Le organizzazioni per i diritti umani e varie inchieste internazionali sostengono che almeno un milione di persone siano state imprigionate in campi di internamento per combattere l’estremismo religioso, subendo torture e costrette ai lavori forzati.
In concomitanza con l’inizio del viaggio nella regione di Bachelet a maggio, un consorzio di 14 media internazionali (tra cui L’Espresso), pubblicava nuovi scioccanti dettagli sulla persecuzione nei confronti della minoranza musulmana degli uiguri: gli Xinjiang Files. Migliaia di foto e documenti hackerati dai server della polizia cinese, discorsi classificati di alti funzionari, manuali interni di polizia, dettagli sull'internamento di oltre 20mila uiguri e fotografie di luoghi altamente sensibili. “I file rivelano, con dettagli senza precedenti, l'uso da parte della Cina dei campi di rieducazione e delle prigioni. Le prove più solide finora emerse di una politica che prende di mira quasi tutte le espressioni dell'identità, della cultura o della fede islamica, e di una catena di comando che arriva fino al leader cinese Xi Jinping. Per chi cerca di fuggire, l’ordine è quello di sparare per uccidere”.