Nulla di nuovo sul fronte orientale
di Carlo Bonini , Daniele Raineri (inviato in Ucraina) , Fabio Tonacci (inviato in Ucraina). Foto di Rick Mave. Coordinamento multimediale di Laura Pertici. Produzione Gedi VisualAlla fine degli anni Venti del Novecento, lo scrittore tedesco Erich Paul Remarque consegnò il senso e la dimensione dell'atrocità della guerra di trincea 1914-1918 a un romanzo storico - Niente di nuovo sul fronte Occidentale - destinato a entrare nell'immaginario collettivo di successive generazioni che quella guerra non avevano vissuto. La guerra che si combatte in Donbass tra russi e ucraini di quella atroce fissità condivide la posta in gioco dell'avanzare o ritirarsi di pochi chilometri, la dimensione fisica e psicologica della trincea, ma è combattuta con micidiali armi moderne che consentono di fare a pezzi il nemico a decine di chilometri di distanza senza neppure sentirne le urla. In spazi immensi, dove singole compagnie sono responsabili di quadranti di operazioni di decine e decine di chilometri.
E dove dunque nessuno può davvero mai dire di controllare fino in fondo uno spicchio di terra, esposti come si …
Alla fine degli anni Venti del Novecento, lo scrittore tedesco Erich Paul Remarque consegnò il senso e la dimensione dell'atrocità della guerra di trincea 1914-1918 a un romanzo storico - Niente di nuovo sul fronte Occidentale - destinato a entrare nell'immaginario collettivo di successive generazioni che quella guerra non avevano vissuto. La guerra che si combatte in Donbass tra russi e ucraini di quella atroce fissità condivide la posta in gioco dell'avanzare o ritirarsi di pochi chilometri, la dimensione fisica e psicologica della trincea, ma è combattuta con micidiali armi moderne che consentono di fare a pezzi il nemico a decine di chilometri di distanza senza neppure sentirne le urla. In spazi immensi, dove singole compagnie sono responsabili di quadranti di operazioni di decine e decine di chilometri.
E dove dunque nessuno può davvero mai dire di controllare fino in fondo uno spicchio di terra, esposti come si è alle incursioni del nemico lungo i fianchi scoperti che inevitabilmente ogni unità finisce per concedere. Da due mesi, nel Donbass si muore ogni giorno per contendersi pochi chilometri di terra. Tra i cinque e i seicento soldati ucraini al giorno, secondo Mosca. Tra i cinque e gli ottocento russi al giorno, secondo Kiev. Fonti militari Nato prevedono che questo stallo di sangue ci accompagnerà fino alla fine di ottobre, quando l'arrivo dell'inverno ucraino congelerà le posizioni sul terreno. Per quella data, le stesse fonti prevedono che l'armata russa avrà completato la conquista del Donbass e che l'esercito ucraino avrà portato a compimento l'operazione di riposizionamento verso sud, sud-est delle proprie unità nella prospettiva di una offensiva verso la Crimea non appena il disgelo la consentirà.
Lo stallo
Nel Donbass la situazione è in stallo. La linea del fronte si è calcificata, c'è una sensazione claustrofobica, russi e ucraini si fronteggiano nei soliti posti tutti raggruppati a poca distanza: Bakhmut, Soledar, Aadvika. Con una macchina ci vuole poco per passare da uno all'altro. Quando si esce dal Donbass la prima città degna di questo nome che si incontra è Dnipro, dove ci sono il sushi, i negozi Apple, i grattacieli, i ristoranti sul fiume e persino il cielo sembra più bello. Per arrivarci ci vogliono cinque ore su una strada che procede dritta tra campi e alberi e paesotti.
Viene da pensare: ma se i russi ci hanno messo cinque mesi di combattimenti durissimi per avanzare di trenta chilometri nel Donbass - trenta chilometri nel punto di massima profondità, in altri punti sono avanzati di un paio di chilometri o anche niente - come possono pretendere di coprire tutta questa distanza che ancora manca prima di raggiungere la prossima città significativa? Se hanno sparato fino a sessantamila colpi d'artiglieria al giorno per consentire ai fanti di spostare un po' il fronte verso ovest con uno sforzo che non ha precedenti in queste pianure - che pure hanno visto le battaglie tra l'Armata Rossa e la Wehrmacht tedesca durante la Seconda Guerra Mondiale - cosa pensavano di fare? Conquistare duecento metri al giorno per tutta la strada fino a Dnipro? Tra l'altro non è nemmeno nel mezzo dell'Ucraina, è molto spostata verso est e per arrivare fino al centro del Paese ci sono ancora molte ore di autostrada da fare.
I russi non dicono quasi nulla. Hanno dichiarato una "pausa operativa" nei combattimenti nella regione del Donbass, come se fosse una cosa normale, e i soldati ucraini spossati si sono subito adeguati. Poi la pausa operativa è finita e non ci sono stati grandi cambiamenti. Mosca ha anche rivisto al minimo l'obiettivo finale del conflitto e ne ha scelto uno più modesto e a portata di mano. Il nuovo traguardo minimo è la conquista di tutto il Donbass e viene fatta circolare l'idea che sia stato sempre quello, fin da prima dell'invasione - e c'è da trattenersi per non scrivere che la situazione è "orwelliana", ma se la Difesa russa non usasse 1984 come un manuale d'istruzioni sarebbe anche meglio.
Il reticolo di trincee
Il Donbass è formato da due regioni. I soldati russi controllano quella di Lugansk e i soldati ucraini controllano una parte ampia di quella di Donetsk. I russi non hanno le forze per andare avanti e gli ucraini non hanno le forze per cacciarli - anche perché la guerra si è spostata a sud nella regione di Kherson. Il Wall Street Journal definisce questo periodo a violent stalemate, "uno stallo violento". Il risultato è che a est la linea del fronte si è fermata e come per forza di gravità affonda nel suolo. Le due parti scavano, allargano le postazioni, creano un reticolo di decine di chilometri di trincee, rendono stabili posizioni che erano precarie. Scavano come soluzione primordiale contro i bombardamenti degli altri. Scavano prima che arrivi l'inverno e il terreno diventi così duro che le pale ci rimbalzeranno sopra e non serviranno più a nulla. Scavano come piano a lungo termine ma anche come salvezza in caso d'emergenza.
Un giorno, durante una camminata con una pattuglia vicino a una postazione difensiva, così vicini alla capitale separatista di Donetsk che nella nebbia si vedevano le sagome degli edifici più alti, un soldato rifiutò di proseguire oltre.
Non posso portarti più vicino - disse - perché non hai la pala
"Se i russi cominciano a sparare con l'artiglieria e siamo allo scoperto ciascuno di noi scaverà in fretta una buca poco profonda dove stare rannicchiato fino a quando non smette. Ma ci vuole questa che noi ci portiamo sempre dietro" e indicò una pala pieghevole di metallo.
A pensarci, questa della pala è una tattica spaventosa. Fa affidamento sul fatto che quando i colpi d'artiglieria cadono ed esplodono a contatto con il terreno è molto più probabile essere uccisi dalle schegge proiettate tutto attorno per un raggio di cento metri che dal colpo stesso. Schiacciarsi dentro una buca e aggrapparsi alla terra è come fare una scommessa: i colpi cadranno vicino, le esplosioni faranno tremare tutto, le schegge voleranno ovunque a fil di terreno ma nessun colpo centrerà proprio la buca per un fattore probabilistico. Chi riesce a starsene acquattato e fermo sotto il fuoco ha più chance di cavarsela. La matematica dice che il calcolo è giusto, ma c'è da chiedersi in che stato le truppe escano da un'esperienza di questo tipo. Quante volte lo puoi fare prima che i nervi non ti reggano più?
Un lavoro di pale
I soldati si adattano a questa fase stagnante. Le pale, ovviamente, non fanno il grosso del lavoro. Da mesi nei prati si vedono escavatori piazzati a creare chilometri di trincee. Di solito all'inizio della trincea c'è un ingresso abbastanza largo da far passare un veicolo, per scaricare munizioni o caricare i feriti da portare via. Poi ci sono delle curve molto angolate, che in teoria sono uno spreco perché una bella linea retta sarebbe più veloce da scavare per gli escavatori, ma servono se un colpo d'artiglieria cade proprio dentro alla trincea. Se succede, le schegge si fermano alla prima curva.
Poi ci sono delle ramificazioni più piccole e meno profonde che non portano da nessuna parte, come vicoli ciechi, in fondo ai quali basta alzarsi in piedi per vedere cosa succede fuori - o persino per saltare fuori. Alcune trincee sono di collegamento e sono profonde soltanto mezzo metro, si usano in caso d'emergenza a carponi. Tra una e l'altra ci sono i bunker, gli unici rifugi dove fra tre mesi si riuscirà a superare l'inverno. Se la trincea è stata scavata di fresco non ha nulla sopra, ma quelle più vecchie cominciano a coprirsi di travi, sacchetti di sabbia e rami sopra la testa. In quelle fresche ci si cammina male perché sotto i piedi la terra è troppo morbida e non è stata ancora battuta.
A volte succede che un reparto ucraino non regga l'urto dei bombardamenti. Tre mesi fa un gruppo di reclute si è trovato preso in mezzo tra cannoni dei soldati russi da un lato e i cannoni dei separatisti dall'altro. Di solito i reparti freschi hanno una proporzione obbligatoria tra veterani e soldati senza esperienza per prevenire le crisi di panico: per ogni gruppo di reclute ci dev'essere almeno un veterano. Ma nel loro caso per un motivo o per l'altro non c'erano quasi soldati esperti. Gli ucraini hanno aspettato per tre giorni sotto il fuoco che arrivasse il cambio, come gli era stato detto dal comando; hanno aspettato un quarto, un quinto e un sesto giorno. Al settimo, dopo tre morti, hanno mollato la posizione, hanno camminato per trenta chilometri e si sono infilati in un bosco di conifere a dormire, finalmente lontani dai colpi di artiglieria. A vederli sembravano un reparto fantasma.
"Io sono un dottore, non avevo mai preso un fucile in mano fino a un mese fa, non dovrei essere nemmeno qui - diceva un ventenne con gli occhi cerchiati - ci dev'essere un errore. Ci hanno bombardato per giorni, la nostra presenza era inutile. Del tutto inutile. Non sono nemmeno riuscito ad alzare la testa sopra l'orlo della mia buca, figurarsi se sarei riuscito a sparare a qualcuno". Altri fra i cespugli si coprivano il volto con i berretti. Era una fase della guerra troppo prematura e non c'era ancora stato il tempo di preparare linee fortificate, scavare trincee vere, prepararsi a resistere. Questi cedimenti sono le occasioni che gli eserciti aspettano, per infilarsi nel varco e allargarlo e far vacillare tutta una linea di difesa. Il reparto ucraino era stato due giorni sotto gli alberi, poi gli ufficiali erano venuti a prenderne il controllo. Per prima cosa avevano tolto ai soldati le armi, segno che c'era il rischio di un'accusa formale di diserzione. È una delle storie della battaglia del Donbass che si perde assieme a cento altre. Anche dal lato russo ci sono stati cedimenti di gruppo - e i soldati, tanto per non lasciare spazio a dubbi, hanno girato dei video per annunciare la loro intenzione di non combattere e li hanno caricati sui social.
Una guerra "diversa"
Un istruttore ucraino del reggimento nazionalista Azov in un campo d'addestramento in mezzo a un bosco dice a Repubblica che all'inizio dell'invasione preparava i soldati a una guerra mobile, veloce, fatta di imboscate e sparizioni. "Adesso il fronte si è fermato, sono passati pochi mesi ma già insegno alle nuove reclute la guerra statica, di trincea, e quando si è in trincea è una questione di saper resistere all'urto del nemico". In lontananza si sente il brontolio delle cannonate, come un temporale. Un altro istruttore in un altro campo di addestramento spiega che
oggi combattiamo come cento anni fa, è una guerra di trincea, sembra la Prima Guerra Mondiale.
Lui lavora nello spiazzo di un edificio abbandonato, ha fatto tre anni nella Legione straniera e oggi addestra i volontari bielorussi che vengono a combattere contro i russi. Non è possibile dire di più perché viene da un paese molto filorusso: "Ci tengo a rivederlo", dice.
Yura è un ufficiale dell'esercito ucraino nel Donbass. Brizzolato, l'aria comune a molti militari ucraini che sono lontani dal sembrare guerrieri eppure si arrangiano a combattere una guerra inevitabile. "A marzo era come un film: le forze speciali si lasciavano superare apposta dai russi che andavano veloci verso Kiev e poi due giorni dopo sbucavano dai boschi con i controcarri Javelin e li usavano contro i convogli di camion che portavano carburante e munizioni; era come accendere un falò, i guidatori saltavano giù e scappavano via. Avevano creduto di essere i fortunati, gli ultimi della fila che facevano la vita tranquilla, invece si ritrovavano in mezzo al fuoco mentre i loro compagni davanti se ne stavano parcheggiati, senza sparare un colpo, senza vedere i rifornimenti e senza vedere i nemici.
Poi il caos è arrivato nel Donbass. Non c'erano posizioni ben definite, alcune unità avevano il compito di battere i boschi per impedire che i russi li usassero per avvicinarsi senza farsi vedere, altre unità giravano da una collina all'altra e facevano alzare i droni per vedere i blindati russi con una mezz'ora ora di anticipo sul loro arrivo - ti potevi aspettare che saltassero fuori da qualsiasi direzione. Quei giorni sono finiti. Adesso conosciamo casella per casella le loro posizioni e anche loro le nostre". Guerra di trincea quindi? Yura dice che lo stallo non è così fermo come sembra: "Si passa molto tempo in trincea e scaviamo ogni giorno, ma ci sono colpi di mano. Squadre di venti uomini per volta escono di notte e arrivano fino alle posizioni dei nemici. Assalti su scala ridotta, piccoli test per vedere dove sono i punti deboli e dove si può passare. Lo facciamo noi e lo fanno loro. Una settimana fa un gruppo di mercenari della Wagner ci ha provato: è stato visto, i nostri lo hanno distrutto, hanno trovato molti cadaveri sul terreno. La Russia ha affidato al gruppo Wagner il settore di Bakhmut".
Bombardare per far impazzire
Come fanno i russi a pensare di conquistare il Donbass se il ritmo della loro avanzata è così lento? "I russi hanno una tattica di avanzata infallibile - dice Yura - puntano i loro pezzi di artiglieria sul settore che vogliono prendere, lo martellano con migliaia di cannonate fino a quando è impossibile restare un minuto di più e quando sono soddisfatti del lavoro che hanno fatto muovono la fanteria a occupare quello che resta. Non c'è nulla da fare contro questa tattica, è come un rullo compressore. È così che a giugno hanno preso prima Severodonetsk e poi Lysychansk".
Ad aprile era possibile vedere questa tattica da vicino, senza andare embedded con i russi. C'era un'altura sopra la città di Rubizhne, l'ultima a cadere prima di Severodonetsk, e fra i giornalisti internazionali ci si passava la posizione di un punto di osservazione che affacciava sulla zona bombardata. La strada che portava a Rubizhne poco prima di entrare nel centro abitato incrociava un bivio e salendo verso ovest si arrivava a un piccolo gruppetto di case di campagna; vicino c'era una collinetta spoglia, tipo un panettone erboso, con una visuale perfetta. La metà nord della città era da tempo sotto il controllo delle milizie cecene, che ormai stavano prevalendo anche nella metà sud. Il centro dei combattimenti era la stazione ferroviaria, poi c'era una coda di case ancora sotto il controllo dei soldati ucraini, sul margine inferiore di Rubizhne, in direzione di Severodonetsk.
I russi bombardavano con i cannoni da quattro posizioni. Un colpo dietro l'altro. Lenti, metodici, come una compagnia edile che fosse intenta a demolire un quartiere di caseggiati eliminati dal piano urbanistico. Per inerpicarsi sulla collinetta era meglio tenersi bassi, perché c'era la consapevolezza acuta che tutta l'area era tenuta sotto osservazione dall'alto (con i droni) e da terra e come regola generale è meglio non spiccare sul bordo di una collina e non farsi scambiare per soldati ucraini che magari vogliono dirigere il fuoco delle loro batterie contro quelle russe. Intanto, dentro la città, il lavoro dell'artiglieria andava avanti con monotonia industriale. Le cannonate che partono hanno un suono più secco, quelle che atterrano hanno un suono più slabbrato, durano qualche decimo di secondo in più, come una pila di piatti che cade in lontananza.
Sotto Rubizhne sembrava deserta, perché era ovvio che qualsiasi persona sana di mente in quel momento si era nascosta in qualche cantina, il più in profondità possibile. Dopo un po', era facile immaginare che le pause più lunghe di un minuto tra un colpo e l'altro fossero dovute alla necessità, da parte dei serventi ai pezzi, di prendersi qualche pausa per fumare una sigaretta o per lasciare raffreddare la canna surriscaldata. Poi riprendeva: sbuffi di fumo bianco, aria che tremava, quartieri crivellati. All'apice della battaglia per prendere la regione di Luhansk i soldati russi sono arrivati a sparare sessantamila colpi al giorno. A destra della collinetta c'era un gruppo di edifici abbandonati e una scuola. Sopra la collina se si voleva cercare un punto d'osservazione ancora più vicino ci si poteva spostare sulla destra, ma ci si imbatteva in un camion militare ucraino parcheggiato dietro un muro e in un gruppo di soldati ucraini nascosti dentro una scuola - che non rilasciava interviste. Guardavano lo sfacelo e non muovevano un passo fuori, per non attirare il fuoco. La scuola non era più in uso e non c'erano civili nei dintorni perché tutte le lezioni erano state sospese il giorno dell'invasione, due mesi prima. Tutta quella zona adesso è sotto il controllo di Mosca.
Brutalità
Il governo ucraino fa circolare l'idea di aver fatto cadere in trappola i russi nella doppia battaglia per prendere Severodonetsk e Lysychansk. È vero, hanno conquistato due città fantasma però hanno perso un numero enorme di soldati e da allora non hanno più la forza di conquistare altro terreno. Non è un'idea campata per aria. Lysychansk è vicinissima a Severodonetsk e sta un poco più in alto, quindi gli ucraini avevano un vantaggio sui russi - costretti ad avanzare in salita - e lo hanno sfruttato per tutta la durata dei combattimenti, fino a quando non sono stati costretti ad andare via. Si dice che siano morti settemila soldati russi soltanto per prendere Lysychansk ed è un numero in linea con le stime più affidabili compilate dall'inizio dell'invasione.
Il Pentagono dieci giorni fa ha dichiarato che ottantamila soldati russi sono stati uccisi o feriti in questi primi sei mesi - quindi il 50% della forza d'occupazione. Gli analisti che tengono il conto dei carri armati distrutti dicono che per ora il totale è duemila - pari al 60% di tutti i carri armati della Russia - più altre centinaia di mezzi corazzati intatti e abbandonati dagli equipaggi che sono fuggiti. Non è dato sapere il numero delle perdite ucraine. Gli esperti militari parlano di "attrito", che è un termine educato per dire che le due parti si concentrano in un'area limitata con l'intento di ammazzare quanti più soldati nemici è possibile - e con la speranza che il numero sia così alto da fermare la guerra. L'effetto di questo attrito sui cervelli dei soldati nel Donbass non è stato studiato, ma se ne vedono le conseguenze brutali. A Popasna i russi hanno tagliato le mani e la testa a un militare ucraino, le hanno infilzate su una cancellata e le hanno lasciate esposte per giorni. A Lysychansk un gruppetto di russi si è filmato mentre castrava e poi uccideva con una pistolettata alla testa un prigioniero ucraino.
Una scommessa di sangue
Yura non è d'accordo con l'idea della trappola tesa ai russi. "Abbiamo resistito fino a quando abbiamo potuto e poi siamo arretrati, che è quello che facciamo fin dall'inizio della battaglia per il Donbass. I russi sono sempre stati sul punto di sfondare, ma poi riusciamo in qualche modo a fermarli. Proprio adesso saremmo sul punto di arretrare, ma hanno dovuto cambiare i loro piani e hanno spostato migliaia di uomini giù a sud, nella regione di Kherson, per resistere alla controffensiva. Anche per loro il numero di soldati è una coperta troppo corta, se la tirano giù sono scoperti qui. Prima c'erano sette russi per ogni soldato dei nostri, oggi ce ne sono tre". La proporzione tre contro uno viene considerata, per qualche leggendaria regola di guerra, ancora accettabile se ti stai difendendo, perché chi attacca è sempre in svantaggio. "Anche ad aprile siamo finiti sotto, ma poi abbiamo fatto saltare i ponti sui fiumi quando loro avanzavano e abbiamo guadagnato tempo. Poi ci sono arrivati i cannoni americani e tutte le altre armi degli alleati e per un po' abbiamo mantenuto un pareggio, più o meno. Non era un vero pareggio, anzi, erano più forti, ma non abbastanza forti da travolgerci e quindi abbiamo puntato i piedi. L'idea è sempre stata quella di far pagare un prezzo alto per ogni chilometro perso. Poi da luglio abbiamo cominciato a bombardare i depositi di munizioni russi con gli HIMARS, i lanciarazzi americani. Rispetto a prima adesso è come se ci fosse silenzio, non hanno più tanti colpi da sprecare".
Negli ultimi giorni i russi hanno cominciato operazioni più aggressive nella zona di Bakhmut per provare a rompere un po' lo stallo che è sceso sul fronte est. Tutto quello che è successo in questi mesi, durante la battaglia che è cominciata a metà aprile e oggi va ancora avanti ma a rilento, fra poche settimane diventerà più difficile. Arriverà il freddo invernale, la logistica sarà un incubo perché tutto quello che oggi è semplice sarà una faccenda rischiosa. I soldati non potranno dormire sul fondo delle trincee, i motori si geleranno, il terreno diventerà troppo fangoso o troppo gelato. Di nuovo, su tutta la linea di difesa dei soldati ucraini cinque chilometri a nord della città di Sloviansk - che è il nuovo obiettivo dei russi - l'idea che reggerà la resistenza sarà quella di rendere costosa la guerra di Mosca. Così costosa che Putin prima o poi dovrà mollare la presa.