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L'Albania taglia i rapporti diplomatici con l'Iran dopo l'attacco hacker

(reuters)
Tirana ordina l'espulsione di tutto lo staff dell'ambasciata. È la prima volta per un Paese Nato. Dietro le tensioni la presenza di un gruppo di mujaheddin anti-Teheran, una caccia alle spie e soprattutto un cyberattacco
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Con un annuncio perentorio diramato stamattina, l’Albania ha drasticamente rotto i rapporti diplomatici con l’Iran: il premier Edi Rama ha concesso ai diplomatici iraniani 24 ore di tempo per lasciare il Paese. In realtà le relazioni con il regime degli ayatollah erano ai minimi termini da mesi. La definitiva cacciata dell’ambasciatore e dei suoi uomini è il frutto maturo di una estenuante attività di spionaggio e controspionaggio sull’altro lato dell’Adriatico.


L’escalation è stata continua: dalla caccia alle spie con le relative espulsioni al grande, riuscito assalto informatico messo in atto degli hacker iraniani a luglio, fino all’allarme rosso sca…

Con un annuncio perentorio diramato stamattina, l’Albania ha drasticamente rotto i rapporti diplomatici con l’Iran: il premier Edi Rama ha concesso ai diplomatici iraniani 24 ore di tempo per lasciare il Paese. In realtà le relazioni con il regime degli ayatollah erano ai minimi termini da mesi. La definitiva cacciata dell’ambasciatore e dei suoi uomini è il frutto maturo di una estenuante attività di spionaggio e controspionaggio sull’altro lato dell’Adriatico.


L’escalation è stata continua: dalla caccia alle spie con le relative espulsioni al grande, riuscito assalto informatico messo in atto degli hacker iraniani a luglio, fino all’allarme rosso scattato per la segnalazione proveniente dall’intelligence Usa di un attentato terroristico di matrice iraniana in preparazione.

La mossa di Tirana resta però clamorosa per portata ed implicazioni: non solo è la prima volta nella storia delle relazioni internazionali che un Paese rompe le relazioni diplomatiche con un altro Stato sulla base di un attacco informatico, per quanto grave; ma è per di più una decisione presa da un Paese Nato: l’Occidente lancia così un segnale al regime di Teheran, che nei giorni scorsi aveva alzato una nuvola di pepe dicendosi disponibile a rifornire di energia l’Europa, assetata di gas e petrolio per la crisi ucraina.

I mujaheddin del Mek a Tirana

Ma per capire da cosa sia nata questa crisi di rapporti tra Tirana e Teheran bisogna partire dalla comunità di circa tremila dissidenti iraniani – i mujaheddin del Mek (Mujaheddin-e Khalq) – ospitata in Albania nel campo militare di Ashraf 3 a Manez, una trentina di chilometri a Ovest di Tirana. Un gruppo a lungo incluso nella lista delle organizzazioni terroristiche sia negli Usa che in Europa, ma da anni riabilitato al punto che furono proprio gli americani a proporre al Mek di trasferirsi dall’Iraq all’Albania per mantenere viva l’opposizione al regime iraniano, e a convincere gli albanesi ad accettarli come ospiti. E fu Washington a finanziare il trasferimento e la realizzazione del campo.

L'attacco hacker di Stato

Ecco perché l’intelligence iraniana ha puntato il binocolo sull’Albania. Ci sono state diverse espulsioni di diplomatici iraniani, ma Teheran nei mesi scorsi ha alzato il tiro. Il 15 luglio l’Albania ha subito un grave attacco informatico che ha fatto saltare i servizi digitali e i siti web del governo albanese, che ha investito molto nella digitalizzazione e ha sistemi informatici moderni. Per il premier Rama non c’erano dubbi: l’attacco non era partito da una banda di criminali a caccia di denaro ma era "un’aggressione di Stato": "L'indagine approfondita ha messo a nostra disposizione prove innegabili che l'attacco informatico contro il nostro Paese è stato orchestrato e sponsorizzato dalla Repubblica islamica dell'Iran, che aveva coinvolto quattro gruppi per l'attacco all'Albania", ha detto Rama in un video.


Un gruppo che si fa chiamare "HomeLand Justice" ha rivendicato l'attacco condotto con un ransomware, un sistema utilizzato sempre più spesso in Iran per fini politici e non per ricatti economici. Il gruppo ha pubblicato dati personali come i permessi di soggiorno dei dissidenti iraniani e i numeri di telefono dei cittadini albanesi. Il governo di Tirana disse che i metodi degli hacker erano identici a quelli subiti l'anno scorso da altri Paesi Nato: Germania e Lituania, Paesi Bassi e Belgio. Una strategia, insomma.

Pochi giorni dopo, il 22 luglio, l’Albania espulse Dabiel Kassrae, un iraniano 29enne di cittadinanza italiana dichiarato "persona non grata": viveva in Albania dal 2016, secondo i servizi albanesi era un infiltrato dal regime iraniano che gironzolava spesso nei pressi del campo del MEK tentando di reclutare membri del movimento. È solo l’ultima di una serie di espulsioni: a gennaio erano già stati cacciati due diplomatici iraniani a Tirana per avere “tentato di svolgere attività contro la comunità mujaheddin" a Manze.

Già lo scorso ottobre la polizia aveva identificato i membri di una cellula terroristica iraniana che, secondo le accuse, pianificava attacchi terroristici in Albania contro il Mek. Ma a luglio, mentre scattava l’operazione di hackeraggio, l’allarme rosso si è acceso di nuovo: il gruppo dei mujaheddin del Mek ha annullato il “Vertice mondiale dell’Iran libero” convocato il 23 e 24 luglio nel loro campo militare per un avvertimento ricevuto dell'ambasciata americana a Tirana su una possibile minaccia terroristica. Era previsto che partecipassero anche senatori e membri del Congresso americano, oltre a diverse autorità politiche di primo piano del mondo occidentale.

Ecco da quale ingarbugliata matassa sgorga la sorprendente decisione albanese di oggi di rompere i rapporti diplomatici con Teheran. Una decisione che ha il sostegno dell'amministrazione Biden: "Gli Stati Uniti condannano fermamente l'attacco informatico dell'Iran – dice il Consiglio di sicurezza nazionale Usa - e ci uniamo all'appello del primo ministro Rama affinché l'Iran sia ritenuto responsabile di questo incidente informatico senza precedenti. Gli Stati Uniti intraprenderanno ulteriori azioni: l'Iran minaccia la sicurezza di un alleato e crea un precedente preoccupante per il cyberspazio", dice la portavoce Adrienne Watson.