La terza fase della guerra in Ucraina: ora l'iniziativa è in mano a Kiev
di Gianluca Di Feo , di Gianluca Di FeoIl Cremlino è sotto scacco, ha pochissime pedine da muovere e deve inventare rapidamente una tattica che riduca i danni
La guerra in Ucraina è entrata in una nuova fase, la terza dall’inizio dell’invasione russa. Adesso sono gli ucraini ad avere l’iniziativa: in queste ore possono scegliere dove e come colpire. Attacchi sono segnalati su tutta la linea, aumentando la confusione dei comandi di Mosca che teme un’altra offensiva in profondità. L’assalto può scattare verso Lugansk, per rioccupare i territori persi durante l’estate e ridicolizzare i proclami di vittoria del Cremlino. Oppure verso Donetsk, per assediare la capitale dell’altra repubblica secessionista: un obiettivo difficile ma dall’enorme valore simbolico. Infine, ci sono segnali di ulteriori puntate a Sud, nell’area pianeggiante tra Kherson e Dnipro.
Alcuni analisti credono che gli ucraini ora si fermeranno, per consolidare le conquiste. Altri ritengono che tenteranno di sfruttare lo sbandamento russo per andare avanti il più possibile. …
La guerra in Ucraina è entrata in una nuova fase, la terza dall’inizio dell’invasione russa. Adesso sono gli ucraini ad avere l’iniziativa: in queste ore possono scegliere dove e come colpire. Attacchi sono segnalati su tutta la linea, aumentando la confusione dei comandi di Mosca che teme un’altra offensiva in profondità. L’assalto può scattare verso Lugansk, per rioccupare i territori persi durante l’estate e ridicolizzare i proclami di vittoria del Cremlino. Oppure verso Donetsk, per assediare la capitale dell’altra repubblica secessionista: un obiettivo difficile ma dall’enorme valore simbolico. Infine, ci sono segnali di ulteriori puntate a Sud, nell’area pianeggiante tra Kherson e Dnipro.
Alcuni analisti credono che gli ucraini ora si fermeranno, per consolidare le conquiste. Altri ritengono che tenteranno di sfruttare lo sbandamento russo per andare avanti il più possibile. I generali di Kiev hanno un grande vantaggio: possono spostare le loro forze con facilità, immediatamente dietro la prima linea, concentrandole nei punti dove lo schieramento avversario appare più fragile: lì, come accaduto la scorsa settimana, sono in grado di ottenere numeri otto volte superiori ai difensori. Invece il comando di Mosca è obbligato a muovere i rinforzi all’interno dei confini russi per evitare il fuoco dei razzi Himars e dei cannoni semoventi occidentali, triplicando così la lunghezza dei percorsi.
A condizionare le scelte del Cremlino c’è pure il peso delle perdite di materiali: decine di tank e blindati lasciati nelle mani degli avversari, assieme a scorte monumentali di munizioni. In una sola officina di Izyum sono stati abbandonati i veicoli corazzati di due compagnie. Prede che verranno presto riutilizzate dagli ucraini, che stanno già impiegando queste munizioni per allungare il tiro della loro artiglieria. Insomma, non si capisce come faranno i russi a organizzare una reazione, ma di sicuro ci vorranno mesi prima che siano capaci di tornare all’attacco. La priorità per Mosca è puntellare il morale dei soldati, che per la prima volta conoscono l’entità della disfatta: molti si sono ritirati ordinatamente; tanti sono scappati di corsa; tutti sanno che le cose vanno molto male. Figure di spicco della nomenklatura putiniana ieri hanno dichiarato che non ci sarà la mobilitazione dei giovani di leva e non sarà proclamato lo stato di guerra: un messaggio che serve a tranquillizzare la popolazione ma trasmette un segnale sinistro ai fanti in prima linea, che chiedono rinforzi. In alcuni dei territori riconquistati dagli ucraini sono rimaste sacche di resistenza, asserragliate in fabbriche o villaggi, che ora dopo ora perdono speranza nei soccorsi dal quartiere generale.
Il Cremlino è sotto scacco, ha pochissime pedine da muovere e deve inventare rapidamente una tattica che riduca i danni. E molti oggi ricordano l’aneddoto sull’infanzia di Putin, che da bambino andava a caccia di ratti tra le rovine di Leningrado. Un topo chiuso in un angolo gli si avventò addosso, sfiorandogli la testa. Una lezione che il nuovo Zar non ha mai dimenticato: “Ognuno dovrebbe tenerlo a mente: mai mettere qualcuno nell’angolo”. E oggi è lui a trovarsi intrappolato, tra la situazione sul campo e la delusione di un popolo che comincia a conoscere la verità sul conflitto.