Kazakhstan, l'inviato del patriarca russo: "Possibile un incontro tra Kirill e il Papa, ma va preparato"
dal nostro inviato Iacopo Scaramuzzi , dal nostro inviato Iacopo ScaramuzziNUR SULTAN - Solo un paio di sedie dividono Papa Francesco dal metropolita russo Antonio, ma la distanza reale, misurata dalle parole, è molto più ampia. A Nur Sultan, futuristica capitale del Kazakhstan, si riuniscono oltre ottanta leader mondiale delle varie religioni. Appuntamento periodico che vuole testimoniare la possibilità del dialogo e della fratellanza oltre le differenze, ma la guerra di Vladimir Putin ha creato un solco difficilmente rimarginabile.
Quando Jorge Mario Bergoglio affronta il tema della “sfida della pace”, nel suo discorso, fa subito riferimento, ancorché implicitamente, all’invasione russa dell’Ucraina…
NUR SULTAN - Solo un paio di sedie dividono Papa Francesco dal metropolita russo Antonio, ma la distanza reale, misurata dalle parole, è molto più ampia. A Nur Sultan, futuristica capitale del Kazakhstan, si riuniscono oltre ottanta leader mondiale delle varie religioni. Appuntamento periodico che vuole testimoniare la possibilità del dialogo e della fratellanza oltre le differenze, ma la guerra di Vladimir Putin ha creato un solco difficilmente rimarginabile.
Quando Jorge Mario Bergoglio affronta il tema della “sfida della pace”, nel suo discorso, fa subito riferimento, ancorché implicitamente, all’invasione russa dell’Ucraina: “Negli ultimi decenni”, dice, “il dialogo tra i responsabili delle religioni ha riguardato soprattutto questa tematica. Eppure, vediamo i nostri giorni ancora segnati dalla piaga della guerra, da un clima di esasperati confronti, dall’incapacità di fare un passo indietro e tendere la mano all’altro. Occorre un sussulto e occorre, fratelli e sorelle, che venga da noi. Se il Creatore, a cui dedichiamo l’esistenza, ha dato origine alla vita umana, come possiamo noi, che ci professiamo credenti, acconsentire che essa venga distrutta? E come possiamo pensare che gli uomini del nostro tempo, molti dei quali vivono come se Dio non esistesse, siano motivati a impegnarsi in un dialogo rispettoso e responsabile se le grandi religioni, che costituiscono l’anima di tante culture e tradizioni, non si impegnano attivamente per la pace?”, domanda Francesco. “Non giustifichiamo mai la violenza. Non permettiamo che il sacro venga strumentalizzato da ciò che è profano. Il sacro non sia puntello del potere e il potere non si puntelli di sacralità! Dio è pace e conduce sempre alla pace, mai alla guerra”, scandisce il Papa.
A poca distanza siede il rappresentante del patriarca russo. Kirill aveva preannunciato la sua partecipazione nei mesi scorsi, il Pontefice argentino lo avrebbe voluto vedere, per la seconda volta dopo lo storico incontro a Cuba nel 2016 – il primo tra un Papa e un Patriarca russo – per chiedergli, da fratello, di fare di tutto per porre fine alla guerra. La guerra in Ucraina ha cambiato tutto. Il Patriarca ha offerto a Putin, con toni apocalittici, la giustificazione spirituale dell’intervento militare. In Kazakhstan non avrebbe potuto promettere nulla a Francesco, e sarebbe stato invece bersaglio di critiche anche aspre. Non solo: da quando il paese, confinante a nord con la Russia, ha criticato la guerra di Putin, forse temendo una sorte analoga, la visita di Kirill avrebbe solo rafforzato l’apprensione. E così, sebbene l’ortodossia russa sia di casa in questo paese a maggioranza musulmana, ha dato forfait. Ed ha inviato il suo “ministro degli Esteri”, il mite metropolita Antonio, che ha nominato di recente in sostituzione di Hilarion, falco convertitosi in colomba con la guerra in Ucraina.
“Il Papa ha confermato che è necessario fare un altro incontro”, ha detto ora il metropolita Antonio, ma “dobbiamo vedere quando e dove: non abbiamo discusso i dettagli”. Quanto alla definizione con cui il Papa, nei mesi scorsi, ha bollato Kirill – “chierichetto di Putin” – “è chiaro che espressioni di questo genere non sono utili per l’unità dei cristiani: è stata una sorpresa, diciamo… ma sappiamo che è importante che due leader religiosi vadano avanti insieme”.
Nella ampia sala blu del palazzo dell’Indipendenza, tra cardinali, vescovi luterani e anglicani, sceicchi, rabbini, monaci buddhisti, Antonio fa mostra di cordialità e toni gentili, ma la sostanza di quel che dice cementa l’incomunicabilità. Va a salutare il cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin, gli assicura in buon italiano, davanti ai giornalisti, l’intenzione di “potere essere utile in questo conune intento”, ricorda l’udienza che gli ha concesso il Papa ad agosto, “un dialogo molto cordiale come sempre”. Poi quando prende la parola non lascia molti margini al dialogo. Prima legge un messaggio inviato da Kirill: il patriarca evoca i “conflitti e il terrorismo” che si diffondono oggi, per poi affermare: “Abbiamo assistito alla distorsione dei fatti storici e alla manipolazione senza precedenti della coscienza di massa. E’ perché c'è sempre meno amore, misericordia, compassione nella società. Sempre più spesso ascoltiamo e leggiamo nello spazio pubblico parole piene di odio verso interi popoli, culture e religioni”
Il metropolita chiosa: “I contrasti politici economici e sociali si impadroniscono sempre più del mondo, e invece siamo chiamati a costruire un mondo dove non ci siano egemoni o satelliti, un mondo basato sui valori morali superiori che ci ha dato il Signore”. Ancora: c’è la tendenza a “creare il nemico, indicarlo con il dito e appellare tutti all’odio”. La comunità mondiale, per il rappresentante russo, vive “un periodo difficile, un momento di polarizzazione più forte che mai, con la minaccia di un conflitto globale e perfino della catastrofe nucleare”. Ma per il pubblico “è difficile navigare nel flusso di informazioni”. La responsabilità, a quanto traspare dalle parole del metropolita Antonio, non è da rintracciare a Mosca.
Il presidente kazako Qasym-Jomart Toqaev ringrazia il patriarcato russo per la partecipazione, il Segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres invia un video-messaggio per elogiare lo sforzo del dialogo tra leader religiosi, il rabbino capo di Israele Yitzhak Yosef vola alto con un discorso tutto spirituale, il grande imam di al-Azhar, Ahmed al Tayyib, critica le “azioni politiche arroganti che stanno scuotendo i pilastri dell’economia internazionale, gettano i paesi ricchi e poveri in gravi e inaspettate turbolenze e colpiscono i mezzi di sussistenza delle persone”. Poi, proseguendo l’elenco dei problemi della società attuale, si avventura in un’analisi dei danni causati dalla liberazione sessuale: “Il fatto che una donna vada con un’altra donna o abbia più di un marito non è accettabile nemmeno per gli animali”, sostiene, “figuriamoci per le persone con cuori puri e menti sane”. In sala qualcuno nasconde a fatica il disagio.
Il Papa, da parte sua, parte dall’esperienza della pandemia per auspicare che l’umanità faccia tesoro della lezione, grazie anche all’apporto delle religioni. Bisogna evitare, dice, sia il fondamentalismo che l’idea, imposta nel Kazakhstan sovietico, che la religione sia un “fattore di destabilizzazione della società moderna”. Difende la libertà religiosa per “ispirare e illuminare le scelte da prendere nel contesto delle crisi geopolitiche, sociali, economiche, ecologiche ma, alla radice, spirituali che attraversano molte istituzioni odierne, anche le democrazie, mettendo a repentaglio la sicurezza e la concordia tra i popoli”. Analizza quattro sfide per l’umanità attuale: la pandemia, l’accoglienza degli stranieri, la cura dell’ambiente e la pace. La distanza con l’inviato russo è profonda. Tra le pieghe del suo discorso, però, Francesco non rinuncia a indicare una strada per uscire dall’impasse: “Impegniamoci, ancora di più, a promuovere e rafforzare la necessità che i conflitti si risolvano non con le inconcludenti ragioni della forza, con le armi e le minacce, ma con gli unici mezzi benedetti dal Cielo e degni dell’uomo”, dice al metropolita russo e agli altri leader religiosi che lo ascoltano: “L’incontro, il dialogo, le trattative pazienti, che si portano avanti pensando in particolare ai bambini e alle giovani generazioni”.
Un concetto ripreso a conclusione della messa che il Papa ha celebrato nel piazzale dell’Expo di Nur Sultan, quando ha fatto appello per i “tanti luoghi martoriati dalla guerra, soprattutto alla cara Ucraina”: “Cosa deve accadere ancora? Quanti morti bisognerà attendere prima che le contrapposizioni cedano il passo al dialogo per il bene della gente, dei popoli, dell’umanità? L’unica via di uscita è la pace, e la sola strada per arrivarci è il dialogo”. Ricetta valida anche per la nuova fiammata di violenza al confine tra Armenia e Azerbaijan, dove, tra accuse reciproche, sono state uccise nelle ultime ore cento persone da entrambi i lati: anche lì, “sulle contese prevalga il confronto pacifico e la concordia”, ha detto Bergoglio. “Il mondo impari a costruire la pace, anche limitando la corsa agli armamenti, e convertendo le ingenti spese belliche in sostegni concreti alle popolazioni”.