STRASBURGO - La paura che l'Italia diventi un "precedente". Il terrore che una volta sdoganato un governo guidato da un leader dell'estrema destra, possa scattare un devastante effetto domino. Il voto di ieri a Strasburgo sull'Ungheria ha riaperto il "caso Italia" e gettato una nuova ombra sulla campagna elettorale del nostro Paese. Lega e Fratelli d'Italia hanno infatti votato in difesa dell'Ungheria di Orbán. Una scelta in dissenso anche rispetto ai popolari del Ppe. E che sta rialimentando i sospetti su un partito che, al di là del dibattito italiano, nei palazzi dell'Europa viene semplicemente definito "post fascista".
Ma non si tratta solo di una attenzione su uno stato membro importante come l'Italia. "Se la Meloni diventa presidente del consiglio, per la prima volta l'estrema destra guiderà il governo in uno dei Paesi fondatori dell'Ue. È questo che fa davvero paura qui, nel Parl…
STRASBURGO - La paura che l'Italia diventi un "precedente". Il terrore che una volta sdoganato un governo guidato da un leader dell'estrema destra, possa scattare un devastante effetto domino. Il voto di ieri a Strasburgo sull'Ungheria ha riaperto il "caso Italia" e gettato una nuova ombra sulla campagna elettorale del nostro Paese. Lega e Fratelli d'Italia hanno infatti votato in difesa dell'Ungheria di Orbán. Una scelta in dissenso anche rispetto ai popolari del Ppe. E che sta rialimentando i sospetti su un partito che, al di là del dibattito italiano, nei palazzi dell'Europa viene semplicemente definito "post fascista".
Ma non si tratta solo di una attenzione su uno stato membro importante come l'Italia. "Se la Meloni diventa presidente del consiglio, per la prima volta l'estrema destra guiderà il governo in uno dei Paesi fondatori dell'Ue. È questo che fa davvero paura qui, nel Parlamento europeo. È quel che mi dicono quasi tutti i miei colleghi". Sandro Gozi, eurodeputato italiano dei liberali di Renew ed ex sottosegretario con delega ai Rapporti con l'Ue, davanti alla porta che apre l'accesso all'aula descrive così il clima che si respira nell'assemblea dell'Europarlamento. Il ragionamento è molto semplice: se in Italia, grande paese fondatore dell'Ue, nasce un esecutivo di destra e l'Unione lo legittima, allora nessuno potrà più invocare il "cordone sanitario" nelle altre nazioni. In Svezia che ha appena chiuso le urne, in Spagna che presto tornerà al voto. Ma soprattutto in Francia dove c'è già un modello-specchio di Giorgia Meloni: Marine Le Pen. Come si potrebbe sostenere la prossima volta che il Front National non può governare? E in una certa misura lo stesso discorso potrebbe riguardare la Germania dove gli estremisti dell'Afd appaiono costantemente in crescita.
Non è un caso che stavolta il Ppe che da almeno un anno ha sperimentato un patto di fatto con i conservatori dell'Ecr (gruppo egemonizzato proprio dalla rappresentanza di Fdi) non ha per niente coperto la mossa dell'alleato occulto. Anzi, ieri il vertice dei popolari ha iniziato a spiegare informalmente che non esiste un accordo con i Conservatori. Ma che il Ppe ha solo sfruttato i loro voti ogni qualvolta aveva bisogno di fermare le pretese di Socialisti, Verdi e Liberali. Il punto è che i popolari europei, guidati dai tedeschi, non si possono permettere di sbilanciarsi fino a questo punto.
La dimostrazione è quel che accadrà domenica prossima. La Commissione europea approverà la proposta per sospendere una quota dei fondi europei destinati all'Ungheria. Lo farà sulla base del Meccanismo condizionale sullo Stato di diritto. Probabilmente - come aveva proposto nei giorni scorsi il commissario austriaco al Bilancio, Johannes Hahn - chiederò di bloccare il 20 per cento di tutti fondi. Non una misura irrilevante. Che verrà adottata sull'onda della sentenza della Corte Ue che ha promosso il Meccanismo e sull'onda del voto di ieri dell'Eurocamera.
È vero, però, che rispetto all'eventuale governo di destra in Italia l'atteggiamento decisamente ostile del Parlamento europeo è accompagnato da una prudenza impaurita della Commissione e del Consiglio che vogliono sottoporre il futuro governo di Roma alla prova dei fatti. E il caso Ungheria può diventare il primo vero test su cui misurare l'europeismo e la lealtà europeista di Giorgia Meloni. Perché? Perché la procedura del Meccanismo sulla condizionalità prevede che il Consiglio dia una risposta alla Commissione entro un mese, ossia entro il 18 ottobre. Ma può suggerire un rinvio di tre mesi. E con ogni probabilità è proprio quel che accadrà. A quel punto, prevedibilmente, non sarà più in carica il governo Draghi ma quello nuovo. E se il premier sarà Meloni, allora toccherà a lei mostrare di essere in linea o meno. Considerando, per altro, che il Consiglio dovrà decidere a maggioranza qualificata. E dando per scontato che la Polonia (che rischia la medesima procedura per i medesimi motivi) difenderà Budapest, l'Italia potrebbe risultare decisiva. A quel punto sarà evidente chi sta di qua e chi sta di là.