Tunisi, via alla Mostra del cinema "queer" in un paese dove l'omosessualità è reato
di Leonardo Martinelli , di Leonardo MartinelliTUNISI - La serata inaugurale del Festival del Cinema Queer di Tunisi si terrà giovedì sera al Rio, sala storica in pieno centro: una facciata art déco concepita negli anni Venti del secolo scorso da Francesco Marcenaro, architetto italiano che allora imperversava in città. Si trova subito dietro al mastodontico edificio del ministero degli Interni, da cui dipende quella polizia che a più riprese interviene contro i gay tunisini, in un Paese in cui l’omosessualità è ancora penalmente punita. Come fa notare a La Repubblica uno degli organizzatori del festival, “la contraddizione è la parola d’ordine di tutto il Mediterraneo”.
Insomma, da una parte c’è la repressione (a tratti violenta, ma non generalizzata). Dall’altra, una società civile molto attiva in una democrazia (rarissima, quasi unica nel mondo arabo), che sarà imperfetta, ma resiste e si fa sentire, anche sui…
TUNISI - La serata inaugurale del Festival del Cinema Queer di Tunisi si terrà giovedì sera al Rio, sala storica in pieno centro: una facciata art déco concepita negli anni Venti del secolo scorso da Francesco Marcenaro, architetto italiano che allora imperversava in città. Si trova subito dietro al mastodontico edificio del ministero degli Interni, da cui dipende quella polizia che a più riprese interviene contro i gay tunisini, in un Paese in cui l’omosessualità è ancora penalmente punita. Come fa notare a La Repubblica uno degli organizzatori del festival, “la contraddizione è la parola d’ordine di tutto il Mediterraneo”.
Insomma, da una parte c’è la repressione (a tratti violenta, ma non generalizzata). Dall’altra, una società civile molto attiva in una democrazia (rarissima, quasi unica nel mondo arabo), che sarà imperfetta, ma resiste e si fa sentire, anche sui diritti Lgbtq. Il Mawjoudin Queer Film Festival, che si terrà fino a sabato, è organizzato proprio da Mawjoudin-We exist, che si batte per i diritti della comunità. È un’associazione regolarmente riconosciuta dalla Repubblica tunisina: un’altra contraddizione, ma ben vengano le contraddizioni…
L’attuale presidente, Kais Saied, in carica dal 2019, ha fatto passare con un referendum, nel mese di luglio, una nuova Costituzione, che sposa l’iperpresidenzialismo e, secondo alcuni osservatori, rappresenta una svolta autoritaria. Saied, personaggio misterioso e pure lui contraddittorio, comunque un conservatore islamico, è contrario alla depenalizzazione dell’omosessualità, richiesta da più parti in Tunisia. Eppure, ecco puntuale il festival del cinema queer, con la partecipazione di 32 film in arrivo da tutto il mondo (Italia compresa), altre performance artistiche e dibattiti sui diritti Lgbtq, il tutto in maniera pubblica: è il segnale che la società civile tunisina non vuole cedere neanche nei confronti di Saied. Fra l’altro è la terza edizione (le prime nel 2018 e nel 2019): ritorna, con grande lustro, dopo il Covid.
Adesso bisognerà vedere, i prossimi giorni, se ci saranno interventi della polizia nel corso della manifestazione. Ma i promotori restano fiduciosi e al tempo stesso prudenti: pubblicizzano l’evento soprattutto nella loro comunità. Il festival è un caso unico nel Nordafrica e uno dei rarissimi nel mondo arabo. Tra i film partecipanti, pure alcuni italiani, come “Amare Affondo”, di Matteo Russo, la storia della passione drammatica tra due giovani nella provincia profonda del Sud Italia. Poi, “Sto bene”, del salernitano Emiliano Sisolfi”, e “Un uomo deve essere forte”, di Ilaria Ciavattini ed Elsi Perino, documentario sulla storia vera, nella zona di Brescia, di una donna che diventa uomo, anche dinanzi alla legge italiana.
Ritornando alla situazione tunisina, è l’articolo 230 del Codice penale a condannare l’omosessualità: la rende passibile di tre anni di carcere per le persone prese in “flagranza di reato”. È un residuo del periodo coloniale francese, mai modificato dopo l’indipendenza, che avvenne nel 1956. Gli arresti possono dare luogo a un test anale forzato, che l’Onu ha definito “tortura”. Gli ultimi dati disponibili indicano 120 processi che si sono svolti nel 2019 per omosessualità. Quindi, la situazione non è assolutamente rosea. Ma proprio quella “flagranza” è stata lo spunto per una pièce teatrale, diretta da Essia Jaibi e prodotta da Mawjoudin-We exist. L’opera mette in scena la storia di un gruppo di amici, tra cui esponenti della comunità Lgbtq, vittime di intolleranza, ma non è priva anche di una buona dose di ironia, soprattutto nei confronti dell’atteggiamento dei poliziotti. Ne sono state date nove rappresentazioni fino all’inizio di giugno e ritornerà in scena, sempre a Tunisi, al principio di ottobre. Una parte della società civile, all’apparenza, naviga oltre la legge.