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Chi decide sulle atomiche in Italia?

Un test di lancio di una bomba nucleare tattica B-61 
La minaccia nucleare di Putin pone il problema delle bombe tattiche rimaste nel nostro Paese. Armi americane, destinate a essere usate anche da caccia dell’Aeronautica. Senza che dai tempi della Guerra Fredda sia mai stato chiarito chi debba autorizzarne l’impiego e in base a quali regole
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Lo scenario apocalittico evocato dalle continue minacce nucleari russe mette l’Italia in una posizione scomoda. A Roma, come in tutte le capitali dell’Alleanza atlantica, la questione è stata sepolta con la fine della Guerra Fredda e da allora nessuno ha più preso in considerazione l’eventualità di fronteggiare un attacco atomico. Sul nostro territorio è però rimasta una scorta di bombe “tattiche”, senza che si conosca chi e quando ne possa decidere l’impiego: la materia non è soltanto segreta, ma anche confusa perché né gli Stati Uniti, né la Nato hanno ancora definito una dottrina per gestire le prospettive sinistre innescate dall’invasione dell’Ucraina.

Lo scorso agosto l’ammiraglio Chas Richard, responsabile dell’arsenale nucleare americano, ha dichiarato che gli Usa stanno “furiosamente riscrivendo una teoria della deterrenza per fronteggiare la …

Lo scenario apocalittico evocato dalle continue minacce nucleari russe mette l’Italia in una posizione scomoda. A Roma, come in tutte le capitali dell’Alleanza atlantica, la questione è stata sepolta con la fine della Guerra Fredda e da allora nessuno ha più preso in considerazione l’eventualità di fronteggiare un attacco atomico. Sul nostro territorio è però rimasta una scorta di bombe “tattiche”, senza che si conosca chi e quando ne possa decidere l’impiego: la materia non è soltanto segreta, ma anche confusa perché né gli Stati Uniti, né la Nato hanno ancora definito una dottrina per gestire le prospettive sinistre innescate dall’invasione dell’Ucraina.

Lo scorso agosto l’ammiraglio Chas Richard, responsabile dell’arsenale nucleare americano, ha dichiarato che gli Usa stanno “furiosamente riscrivendo una teoria della deterrenza per fronteggiare la nuova situazione”. Richard ha detto che “Mosca sta esercitando una pressione esplicita e implicita, tentano di sfruttare una falla nella deterrenza, una soglia sotto la quale loro erroneamente credono di potere usare armi nucleari, come ad esempio impiegare le loro bombe tattiche a corto raggio”. Il problema è stabilire come procedere in questo territorio inesplorato e pericolosissimo.

Le regole dei due blocchi

Fino al 1991 tutto era chiaro. C’erano due blocchi che si sfidavano, sotto le bandiere della Nato e del Patto di Varsavia, e la garanzia di una reciproca distruzione totale li frenava dall’iniziare un conflitto. E c’erano regole minuziose per l’uso degli ordigni più devastanti, che permettessero di deciderne l’impiego con la massima rapidità: la necessità di rispondere nel giro di minuti era indispensabile per rendere credibile l’equilibrio del terrore. In questo contesto, le autorità italiane avrebbero sostanzialmente rispettato gli accordi atlantici in maniera quasi automatica: i tempi ridottissimi annullavano l’autonomia nazionale.

Poi è cambiato tutto, c’è stata una lunga stagione di pace e tantissime testate al plutonio sono state rottamate o disattivate. Una piccola riserva è rimasta, pronta all’uso. Guarda caso, si tratta proprio delle “bombe tattiche” diventate protagonista del dibattito di queste ore. Sono ogive statunitensi chiamate B-61 schierate in Europa: vengono sganciate direttamente dagli aerei sul bersaglio, come accadde a Hiroshima. E hanno una potenza che va da 0,2 a duecento chilotoni, ossia da un decimo a dieci volte il fungo che cancellò la città giapponese nel 1945.

L’eredità al plutonio

Le B-61 sul suolo europeo hanno due diverse catene di comando. Una parte si trova nelle basi statunitensi in Germania, Inghilterra e in Italia e verrebbero caricate a bordo di aerei dell’Us Air Force. Un’altra scorta è custodita in bunker americani per essere trasferita su caccia della Nato, più esattamente su jet inglesi, belgi, tedeschi e italiani. Nel nostro Paese ad Aviano, in provincia di Pordenone, ci sono gli ordigni per i velivoli statunitensi mentre quelli per i Tornado dell’Aeronautica militare sono a Ghedi, non lontano da Brescia. I numeri esatti sono top secret: la stima minima è che ci siano una ventina di B-61 ad Aviano e una quindicina a Ghedi.

Queste ultime dovrebbero disporre di una “doppia chiave”, come quella che si vede nei film: l’attivazione della testata richiede l’inserimento contemporaneo di due codici, in mano a un ufficiale americano e a uno italiano. Tutto il resto è segreto.   

L’ultima analisi completa della situazione risale al 2007 e venne realizzata dal professor Natalino Ronzitti dello Iai, l’Istituto Affari Internazionali, per l’ufficio studi del Senato: “Non sono peraltro pubblici i dettagli del sistema connesso alla doppia chiave. Elementi possono essere desunti da una serie di interviste date a Repubblica nel 1981 dall’allora ministro della Difesa Lelio Lagorio, secondo cui «fin dal 1962 l’Italia ha sempre ottenuto il principio della doppia chiave. L’uso delle basi non dipende esclusivamente dal comando americano, ma dal combinato consenso delle autorità italiane e statunitensi. Certo, la parola ultima, a conflitto scoppiato spetta al comandante in capo di tutte le forze». Successivamente fu precisato dallo stesso ministro che «il governo italiano non accetta che l’uso di armi atomiche dal proprio territorio sia disposto senza l’espresso e preventivo assenso delle autorità italiane» e veniva precisato come la realizzazione tecnica del meccanismo dovesse essere classificata come riservata”.

Quarant’anni di silenzio

In pratica, è dal 1981 che non se ne sa nulla. Nel frattempo il mondo è cambiato: sono stati firmati nuovi trattati per limitare la proliferazione atomica e altri accordi di disarmo, la natura stessa della Nato si è trasformata. Tanto che le conclusioni del professor Ronzitti erano chiare: “Occorre vedere come il regime delle basi americane in Italia sia compatibile con il mutato assetto dei rapporti internazionali”. Parole cadute nel vuoto, nel disinteresse del Parlamento e dei partiti. Le procedure militari invece sono proseguite. Ci sono esercitazioni periodiche nei bunker della Lombardia e del Friuli-Venezia-Giulia; le B-61 stanno venendo modernizzate dagli Stati Uniti; i piloti italiani del Sesto Stormo continuano ad addestrarsi a utilizzarle. Di più: nel giro di un anno si comincerà a trasferire la missione ai nuovi “caccia invisibili” F-35 dell’Aeronautica. Ma non ci sono informazioni su chi dovrebbe dare il via libera a un’azione nucleare, sia dei nostri velivoli, sia di quelli statunitensi di Aviano.

Finora l’argomento appariva come una diatriba giuridica, destinata alle dissertazioni accademiche. Oggi le discussioni si stanno facendo terribilmente concrete. Perché tutti gli alti comandi – come dimostrano le dichiarazioni dell’ammiraglio Chas Richard – si interrogano su come rispondere al lancio di un’atomica “tattica” russa sull’Ucraina e aggiornano “furiosamente” i piani rimasti nei cassetti da decenni. I quesiti sono tanti e al momento sembra esclusa una ritorsione nucleare contro la Russia, anche perché l’Ucraina non fa parte della Nato. Davanti però ci sono tantissime incognite. Come considerare il fall out radioattivo su un Paese membro come la Polonia o la Romania: sarebbe o meno ritenuto una forma di attacco? E come reagire alla distruzione di un centro abitato ucraino in prossimità della frontiera europea? Si potrebbe lasciare impunito un simile crimine contro l’umanità?

Lo scenario della ritorsione

Perché una deterrenza sia efficace, bisogna mostrare di non temere il nemico. Così il generale Valeriy Zaluzhnyi, alla guida delle forze armate ucraine, poche settimane fa ha scritto che la resistenza del suo popolo non sarebbe piegata da un’atomica russa “ma la minaccia che nascerebbe per l’intera Europa non può essere ignorata”. Molti analisti ritengono che nella prospettiva di una ritorsione nucleare a un attacco di Mosca in prossimità dei confini Ue, questa dovrebbe essere gestita dai Paesi europei della Nato perché l’intervento diretto americano aprirebbe le porte a un’escalation e allo spettro di un conflitto apocalittico. Lo stesso rischio, però, si correrebbe con un’azione britannica o francese, nazioni dotate di propri missili nucleari. Questo ragionamento lascia sul tavolo tre opzioni teoriche. Gli aerei belgi, che sono F-16 molto datati. Quelli tedeschi, dove i principi costituzionali pongono vincoli rigidissimi a ogni operazione bellica. E i caccia dell’Aeronautica italiana, che hanno dimostrato le loro capacità in ogni campagna dal Kosovo, alla Libia fino alla sorveglianza dell’Isis.

Chi comanda le forze armate

Si torna all’origine della questione. A Roma chi e in base a quali accordi dovrebbe decidere? Nel 1981 il ministro della Difesa Lagorio disse che “la parola ultima spetta al comandante in capo di tutte le forze”. Ma chi è il comandante in capo delle forze armate? Un altro interrogativo mai pienamente risolto, che fu posto dal presidente Francesco Cossiga nel 1988, al tramonto della Guerra Fredda. “Porsi la domanda “Chi comanda le Forze Armate?” ed attendersi una risposta univoca è, ancora oggi, semplificazione eccessiva di un percorso assai complesso – ha scritto nel 2011 il generale Mario Arpino, ex capo di Stato Maggiore della Difesa - , che ha risposte diverse a seconda che si tratti di questioni politico-strategiche, politico-militari, tecnico-operative, ordinative o meramente amministrative. Tuttavia, sebbene molto – forse troppo – articolata, una linea di comando esiste. Fa capo al presidente della Repubblica e al Parlamento, per discendere poi, in fase operativa, dalla presidenza del Consiglio al ministro della difesa, fino al terminale tecnico rappresentato dal capo di Stato maggiore della Difesa. Appare anche evidente che l’organo di coordinamento (non di comando) attorno al quale ruota tutta la catena decisionale, propositiva e di indirizzo sembrerebbe essere, oggi, il Consiglio supremo di Difesa”. Ossia l’organismo che riunisce intorno al capo dello Stato i ministri chiave, i vertici delle forze armate, dell’intelligence e delle forze di polizia. Mai finora si è occupato di armi nucleari. E speriamo che non debba mai farlo.