Elezioni, Gromyko: "Naturale che in Italia la Russia voglia un governo amico"
di Rosalba Castelletti , di Rosalba Castelletti"Non è strano che la Russia segua gli affari interni di Paesi, come l'Italia, che sostengono militarmente l'Ucraina e che speri in un'evoluzione che miri non a sconfiggere la Russia, ma a far tornare tutte le parti del conflitto in un contesto diplomatico e politico". Aleksej Gromyko, 53 anni, è il direttore dell'Istituto per l'Europa dell'Accademia russa delle Scienze.
"Per decenni abbiamo avuto partnership con think tank e ambienti universitari italiani", ci dice accogliendoci nel suo grande e luminoso studio alle spalle del Cremlino, tappezzato di libri e souvenir dal mondo. Su un tavolino una bandiera europea, sugli scaffali foto in cui compare anche il nonno, Andrej Gromyko, il ministro degli Esteri dell'Urss più longevo, in carica dal 1957 al 1985, soprannominato "Mr Njet" e passato alla storia per aver detto: "Meglio dieci anni di negoziati che un solo giorno di guerra".
"Non è strano che la Russia segua gli affari interni di Paesi, come l'Italia, che sostengono militarmente l'Ucraina e che speri in un'evoluzione che miri non a sconfiggere la Russia, ma a far tornare tutte le parti del conflitto in un contesto diplomatico e politico". Aleksej Gromyko, 53 anni, è il direttore dell'Istituto per l'Europa dell'Accademia russa delle Scienze.
"Per decenni abbiamo avuto partnership con think tank e ambienti universitari italiani", ci dice accogliendoci nel suo grande e luminoso studio alle spalle del Cremlino, tappezzato di libri e souvenir dal mondo. Su un tavolino una bandiera europea, sugli scaffali foto in cui compare anche il nonno, Andrej Gromyko, il ministro degli Esteri dell'Urss più longevo, in carica dal 1957 al 1985, soprannominato "Mr Njet" e passato alla storia per aver detto: "Meglio dieci anni di negoziati che un solo giorno di guerra".
A pochi giorni dal lancio della cosiddetta "operazione militare speciale", anche il nipote, rinomato studioso, si pronunciò a favore di una risoluzione pacifica siglando un documento che guardava con "preoccupazione" al conflitto in Ucraina e invocava un cessate-il-fuoco temporaneo. Firma che gli costò l'espulsione dal Comitato scientifico presso il Consiglio di sicurezza russo. Ma su questo Aleksej Gromyko preferisce glissare. Ora, parlando con piglio deciso, contesta che si parli di "aggressione all'Ucraina non provocata" e difende la Russia.
Mosca come vede gli ultimi cambiamenti ai vertici europei dal Regno Unito alla Svezia?
"Bisogna valutare caso per caso. I governi cambiano per vari motivi, ma molto di rado per ragioni di politica estera. Nel caso britannico il partito al potere è rimasto lo stesso, è soltanto cambiato il suo leader e di conseguenza il primo ministro, ma la coerenza tra il governo Johnson e Truss sarà quasi assoluta. A essere interessanti saranno semmai le future elezioni in cui potrebbero arrivare al potere i laburisti. Invece in Svezia al potere è arrivata la destra, perché la società si trova ad affrontare sfide come la crescita della criminalità e l'immigrazione".
E per quanto riguarda le elezioni italiane di oggi?
"Da voi si è andati a elezioni per motivi puramente interni. Certo, il contesto internazionale influisce. Molti politici hanno cavalcato nella loro retorica certi temi di politica estera perché giovava alla loro campagna elettorale. Lo hanno fatto Meloni e Di Maio. In ogni caso non possiamo che salutare il fatto che grazie alle elezioni possano arrivare al potere nuove forze politiche".
La Russia è entrata a gamba tesa nella nostra campagna elettorale, in particolare nel dibattito sulle sanzioni, con varie dichiarazioni che denunciavano l'asservimento italiano agli Usa. Quanto conta questo voto per Mosca?
"Se un politico si pronuncia sulla situazione di un altro Paese non vuol dire che stia ingerendo. Se fosse così, bisognerebbe riconoscere che tutti interferiscono negli affari altrui. All’estero tutti parlano della politica interna russa per esempio. E Barack Obama si pronunciò contro la Brexit prima del referendum del 2016 e fu per questo accusato dagli euroscettici britannici d’ingerenza. Ma il caso più assurdo è stato quando il Partito Democratico statunitense ha accusato la Russia di aver interferito nelle presidenziali del 2016 in base al rapporto del britannico Jonathan Steele che si è rivelato infondato. Inoltre, se si pensa che il proprio popolo possa essere influenzato dalla dichiarazione di un politico straniero, lo si reputa incapace di fare una scelta. Ci sono, in realtà, anche esempi di ingerenza legittimata. I circoli governativi di Polonia e Ungheria hanno più volte accusato Bruxelles di ingerenza dei loro affari. Quello che voglio dire è che ogni Paese persegue i suoi interessi e interviene per indicare quale sarebbe l'esito del voto in un altro Stato per sé più vantaggioso. Mi sembra che la Russia non sia un'eccezione. Non vedo niente di male nel fatto che Mosca esprima la propria propensione verso certe forze politiche italiane piuttosto che altre. Bisogna anche tenere presente il contesto paneuropeo. Molti Paesi Ue forniscono armi in una zona di conflitto dove una parte belligerante è la Russia. Da questo punto di vista, non è strano che Mosca segua come si sviluppa la situazione interna in questi Paesi, Italia compresa, e speri in un'evoluzione favorevole".
Mosca si aspetta dunque che l'eventuale vittoria di una coalizione di centro destra in Italia possa rompere il fronte europeo su sanzioni e invio di armi a Kiev?
"Non esiste un consenso in Europa su sanzioni e forniture di armi, così come non esiste in Italia. La Ue nella sua storia non aveva mai fornito armi a una parte belligerante. È la prima volta dal 1957 e a molti non piace. Storicamente i politici europei si sono sempre battuti per la più rapida cessazione dei conflitti nel mondo e si sono proposti più volti come mediatori. È proverbiale la tesi di 1984 di Orwell: la guerra è pace, la pace è guerra. Adesso sembra che molti politici in Europa ritengano che quanto più sanguinoso sia un conflitto militare tanto meglio sia. Chi ha più buonsenso? Chi si pronuncia per porre fine al conflitto o chi come Borrell sostiene che si debba decidere solo sul campo di battaglia? Si è creata una situazione assurda. Chi è a favore dell'escalation viene considerato ragionevole e chi propone una soluzione diplomatica no. Chi verrà eletto in Italia è un vostro affare interno. Ma mi sembra un desiderio naturale e legittimo che la Russia speri che in un Paese importante come l'Italia arrivi al potere una classe politica favorevole ad avere buoni rapporti con noi".
E quali condizioni ci vogliono per una soluzione diplomatica?
"Non lo sappiamo. La Russia non ha cambiato gli obiettivi prefissati il 24 febbraio, tra cui la non adesione dell'Ucraina alla Nato e il suo status non nucleare, nonché garanzie di sicurezza per Donbass e Crimea. Quindi finché Kiev non tornerà al tavolo delle trattative, non resta che la via militare. Che cosa succede adesso è chiaro anche a un non specialista militare. Tanto più aumenta la gittata delle armi fornite a Kiev dall'Occidente, tanto più si allarga la zona cuscinetto per garantire la sicurezza non solo di Donbass e Crimea, ma anche di territori russi come Voronezh, Kursk, Belgorod. Se l'Ucraina continua a distruggere le infrastrutture civili del Donbass, e in particolare di Donetsk, la Russia non potrà che ricorrere allo stesso metodo. Naturalmente non intendo dire che colpirà palazzi residenziali, ospedali e scuole ucraine, ma magari infrastrutture civili ed industriali".
È proverbiale la frase di suo nonno "Meglio 10 anni di negoziati che un giorno di guerra". Non c'era proprio altra via che lanciare "l'operazione militare speciale"?
"La Russia ha appoggiato per sette anni il Protocollo di Minsk 1 e Minsk 2 per giungere a un compromesso per via politica e diplomatica. I protocolli prevedevano, tra l'altro, la reintegrazione del Donbass all'interno dell'Ucraina. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky è stato eletto perché si era presentato come il presidente della pace, ma è stato proprio lui a dire che bisognava disfarsi di alcune clausole di Minsk 2, in particolare quelle che riguardavano la concessione dell'autonomia costituzionale alle Repubbliche del Donbass. È stato lui ad adottare le leggi più repressive sulla lingua russa in Ucraina. E a continuare la glorificazione di coloro che parteciparono alla seconda guerra mondiale dalla parte di Hitler. Non ha abolito i decreti approvati sotto Poroshenko che proclamavano Bandera e Shukhevich eroi nazionali. In Ucraina molte vie sono state intitolate a questi personaggi. E non è rimasta neppure una scuola dell'obbligo o università dove studiare in lingua russa nonostante in Ucraina la maggioranza parli russo in casa. Se Zelensky fosse il leader dell'Italia, avrebbe proibito il tedesco nel Sudtirol. Come avrebbe reagito la popolazione germanofona? Vi ricordo che la situazione sudtirolese fu risolta proprio grazie a leggi simili a quelle che si proponevano all'interno dei Protocolli di Minsk: la concessione di autonomia culturale e linguistica. Nessuno chiedeva all'Ucraina di diventare uno Stato federato. Però per porre fine al conflitto nel Donbass, bisognava ricorrere a una certa decentralizzazione e non è stato fatto. Nel febbraio 2022, intervenendo alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, Zelensky ha proposto che l'Ucraina rinunciasse allo status non nucleare. Possiamo discutere sui motivi che hanno portato a questa situazione, ma quando in Occidente si parla di aggressione "non provocata", questo termine, "non provocata", non ha niente a che fare con la realtà".
Eppure in primavera anche lei firmò un documento che esprimeva preoccupazione per il conflitto e invocava un cessate-il-fuoco temporaneo, episodio che costò a lei e altri colleghi l'espulsione dal comitato scientifico presso il Consiglio di sicurezza russo. Dopo la controffensiva russa, il leader ceceno Kadyrov ha insinuato che Vladimir Putin sia poco informato su quel che succede sul terreno. È possibile che, per scongiurare epurazioni, al presidente vengano dette mezze verità?
"Mi chiede di speculare. Ma, parlando di un conflitto militare su vasta scala, mi sembra chiaro che la sua dinamica possa variare. Oramai tutti si sono dimenticati dei negoziati svolti per un mese e mezzo prima a Minsk e poi a Istanbul. Viene da chiedersi per quale motivo le trattative in Turchia che si erano concluse con una certa comprensione reciproca si siano arenate. Quand'è che le parti torneranno al tavolo delle trattative? Sembra che Kiev non lo farà anche perché l'Occidente dice di essere pronto a fornire, quasi perennemente, tutti gli aiuti finanziari e militari necessari. Finché sarà così, la Russia non avrà altra scelta se non cercare di ottenere con la forza militare gli obiettivi prefissati il 24 febbraio, tra cui garantire la sicurezza delle Repubbliche di Donetsk, Lugansk e Crimea. Finché Kiev non tornerà al tavolo delle trattative, sarà necessario creare una zona cuscinetto per prevenire ulteriori attacchi ucraini e atti sovversivi sia contro il Donbass sia contro la Crimea. E, dal punto di vista militare, quanto più grande sarà questa zona cuscinetto, meglio sarà".