Gli attivisti in Iran: "Questa non è una rivolta contro il velo, ma contro la dittatura"
di Abu Muslim Shirzad , di Abu Muslim ShirzadNonostante la conferma della morte di almeno 36 manifestanti uccisi dalle forze di sicurezza iraniane fino ad ora, le proteste da Teheran a Roma e da Londra a New York per la morte di Mahsa Amini nelle mani della polizia non si fermano. Il suo nome si ripete su milioni di hashtag.
Per capire la situazione, ho parlato con alcuni manifestanti che protestano sulle strade dell'Iran e con i sostenitori di questa mobilitazione fuori dal Paese.
Masih Alinejad, una nota attivista contro il regime della Repubblica islamica, che ha condiviso sui suoi account nei social media alcuni video delle proteste delle donne iraniane che hanno ottenuto milioni di visualizzazioni, afferma che ciò che sta accadendo in Iran non è dovuto solo a un foulard chiamato hijab, ma è una coraggiosa presa di posizione contro il regime dittatoriale. Alinejad dice che le proteste hanno raggiunto un punto di svolta, ma denuncia il silenzio del mondo su quanto sta accadendo in Ira…
Nonostante la conferma della morte di almeno 36 manifestanti uccisi dalle forze di sicurezza iraniane fino ad ora, le proteste da Teheran a Roma e da Londra a New York per la morte di Mahsa Amini nelle mani della polizia non si fermano. Il suo nome si ripete su milioni di hashtag.
Per capire la situazione, ho parlato con alcuni manifestanti che protestano sulle strade dell'Iran e con i sostenitori di questa mobilitazione fuori dal Paese.
Masih Alinejad, una nota attivista contro il regime della Repubblica islamica, che ha condiviso sui suoi account nei social media alcuni video delle proteste delle donne iraniane che hanno ottenuto milioni di visualizzazioni, afferma che ciò che sta accadendo in Iran non è dovuto solo a un foulard chiamato hijab, ma è una coraggiosa presa di posizione contro il regime dittatoriale. Alinejad dice che le proteste hanno raggiunto un punto di svolta, ma denuncia il silenzio del mondo su quanto sta accadendo in Iran come un tradimento non solo nei confronti delle donne iraniane, ma di tutte le donne che lottano per la libertà in ogni angolo del mondo. Per questo chiede all'Occidente, in particolare ai Paesi europei, di non negoziare con le autorità iraniane sui programmi nucleari di Teheran. “Non negoziate con i nostri assassini”, aggiunge.
Maleeha Hashemi ha 28 anni e vive a Isfahan, la terza città più popolosa dell'Iran dopo Teheran e Mashhad. In questa città, racconta, le proteste vanno avanti da dieci giorni, ma giorno dopo giorno le forze di sicurezza governative diventano sempre più violente con i manifestanti. “Ieri sera i manifestanti volevano accendere un fuoco per protestare, ma sono stati duramente repressi dalle forze di sicurezza in borghese”. Hashemi dice che i manifestanti vengono aggrediti o arrestati, ma ciò nonostante la gente scende in strada e dice “no alla dittatura”. È convinta che questa volta il popolo conquisterà la libertà con il proprio sangue e non rimarrà in silenzio. “Questa sarà la fine del regime degli Akhund (leader religiosi sciiti) in Iran”.
Per capire meglio la situazione, parlo con Ahmad, 38 anni, di Kerman - la città natale di Qassem Soleimani, l’ex comandante delle forze Quds, Corpo speciale delle Guardie della rivoluzione islamica per la diffusione dell'influenza della Repubblica islamica in vari Paesi del Medio Oriente, ucciso in un attacco statunitense per mezzo di droni il 3 gennaio 2020 a Bagdad. Ahmad, che chiede di non citare il suo cognome, afferma che anche in questa città la situazione non sembra molto buona. “I manifestanti hanno persino bruciato i ritratti di Soleimani e questo ha fatto sì che il governo tagliasse i servizi di telecomunicazione e internet per ore. Le strade sono piene di agenti dei servizi segreti in uniforme", aggiunge. Pur essendo a favore dei manifestanti, Ahmad si dice preoccupato per il caos e teme che l'Iran possa diventare una seconda Libia. “Se riescono a mantenere al potere dittatori come Bashar al-Assad in Siria, possono controllare anche le nostre proteste. Ci sarà una repressione. Ma un altro incidente potrebbe creare una reazione tale da far cadere il governo della Repubblica islamica”. Gli chiedo quale sia la differenza tra le proteste attuali e quelle passate, soprattutto quelle del 2019, provocate dall'aumento del prezzo del carburante. “Oggi sono soprattutto giovani e non hanno paura di nulla”, risponde. Provo a fargli un'altra domanda, ma mi dice: “Ci sarebbero molte cose da dire, ma temo di finire nei guai, le spie sono dovunque”. La nostra conversazione finisce lì. Nel 1979, Mohammad Reza Pahlavi fu rovesciato dalla Rivoluzione islamica capeggiata dall'ayatollah Ruhollah Khomeini, che divenne Guida suprema del Paese. Dopo la sua morte, nel 1989, gli succedette Ali Khamenei.
La situazione in Iran sta suscitando reazioni anche a livello internazionale. Amnesty International ha denunciato il comportamento delle forze governative iraniane nei confronti dei manifestanti e ha dichiarato che, come dimostrano le prove raccolte, si tratta di “un uso intenzionale e illegale di armi da guerra contro i manifestanti che sta diventando una spaventosa consuetudine”.
A New York, durante il discorso del presidente iraniano Ebrahim Raisi all'Assemblea generale delle Nazioni Unite, i manifestanti hanno scandito slogan contro la Repubblica islamica all'esterno dell'edificio, mentre il presidente degli Stati Uniti Joe Biden, che ha parlato pochi minuti dopo Raisi, ha dichiarato che il suo paese è al fianco delle “coraggiose donne iraniane che lottano per i loro diritti fondamentali”.
Daryoush Mohammad Poor, ricercatore associato dell'Istitute of Ismaili Studies della Aga Khan University di Londra, ha dichiarato: “È una protesta di massa e unica nel suo genere. È il segno di una società civile viva e vibrante che non ha ceduto a decenni di repressione”. Gli chiedo quale sia la differenza tra le proteste in corso e quelle precedenti. “È un movimento guidato dalle donne. Non si batte per un singolo problema. Non è ideologico. Non è carismatico; è un movimento umanistico”, risponde. Ritiene che queste proteste siano sorte simultaneamente, senza alcun intervento straniero o nazionale. Quando gli chiedo se stiano raggiungendo il loro obiettivo, replica: “Le cose sono già cambiate. Il velo obbligatorio è già morto”. Mohammad Poor ritiene che il regime della Repubblica islamica stia attraversando il momento più debole della sua storia in termini di legittimità. Isolato all'interno e all'esterno, dopo aver perso o cacciato tutti i suoi esponenti più capaci e le sue migliori risorse, lo Stato è ormai in balia di una repressione feroce e spietata. Riusciranno a reprimere la protesta? “È una questione di tempo fino alla prossima rivolta, che sarà evidentemente più grande di questa, se non sarà questa a dare il colpo di grazia. L'omicidio di Mahsa Amini è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso”.
(Traduzione di Luis E. Moriones)