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La pulizia etnica del Cremlino tra i riservisti al confine georgiano: via libera agli slavi, fermati caucasici e siberiani

Il muro umano dei russi in fuga dal reclutamento forzato cresce di ora in ora, colonne fino a 50 chilometri
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UPPER LARS (CONFINE TRA GEORGIA E RUSSIA) – I militari russi hanno fatto una strana domanda al cuoco Eduard: “Sai preparare i khinkali?”. Sentirsi chiedere un’antica ricetta al posto di blocco, prima della frontiera con la Georgia, lo ha gettato nel panico. “Ho risposto di no – dice appena passato il confine – ho capito che volevano fregarmi. Sono salvo perché ho il passaporto registrato a Pjatigorsk, nella regione di Stavropol”. Se Eduard fosse caduto nella trappola, rivelando di essere daghestano, ora non sarebbe qui.

Le decine di migliaia di russi che tra le montagne del Caucaso cercano di sfuggire all’arruolamento forzato preteso da Vladimir Putin, per rifornire di ragazzi il fronte della sua guerra contro l’Ucraina, non sono tutti uguali. Una cosa sono gli slavi, un’altra i caucasici e le minoranze etniche siberiane. Da ieri la colonna degli arruolabili in fuga, lunga dai 16 ai 50 chilometri tra il va…

UPPER LARS (CONFINE TRA GEORGIA E RUSSIA) – I militari russi hanno fatto una strana domanda al cuoco Eduard: “Sai preparare i khinkali?”. Sentirsi chiedere un’antica ricetta al posto di blocco, prima della frontiera con la Georgia, lo ha gettato nel panico. “Ho risposto di no – dice appena passato il confine – ho capito che volevano fregarmi. Sono salvo perché ho il passaporto registrato a Pjatigorsk, nella regione di Stavropol”. Se Eduard fosse caduto nella trappola, rivelando di essere daghestano, ora non sarebbe qui.

Le decine di migliaia di russi che tra le montagne del Caucaso cercano di sfuggire all’arruolamento forzato preteso da Vladimir Putin, per rifornire di ragazzi il fronte della sua guerra contro l’Ucraina, non sono tutti uguali. Una cosa sono gli slavi, un’altra i caucasici e le minoranze etniche siberiane. Da ieri la colonna degli arruolabili in fuga, lunga dai 16 ai 50 chilometri tra il valico di Upper Lars e Vladikavkaz, viene divisa in due. La pulizia etnica del Cremlino, eseguita in cinque checkpoint, lascia espatriare i “russi puri” non ancora reclutabili. Ceceni, ingusci, daghestani, tatari, osseti, buriati e i maschi di popoli già deportati da Stalin ai tempi dell’Urss, vengono invece già respinti e fermati. “La selezione – dice Kirill, grafico fuggito da Mosca - si fa a vista. Li costringono a entrare negli uffici segnalati dalla cifra 222, sequestrano i documenti e consegnano la cartella che li precetta subito al fronte ucraino”.

Esibire il sacrificio delle minoranze nazionali perseguitate da secoli, è l’estremo tentativo di Putin per arginare lo shock popolare scatenato con la mobilitazione bellica. Rastrellamenti nei villaggi remoti e blocchi alle frontiere non sono l’unica arma del terrore. Anche donne e bambini, in Ossezia del Nord, devono ormai seguire una fila a parte. Nei nuovi “uffici mobili per il reclutamento” sono arrivati i computer. Le madri identificate vengono associate al loro compagno: se questo risulta già in salvo in Georgia, sulla sua famiglia cala il divieto di espatrio. “Un ricatto – dice Natia, radiologa di 33 anni con due figli piccoli e uno nel ventre – sequestrano i congiunti per convincere i riservisti a rientrare in Russia, senza chiedere l’estradizione alle nazioni ospitanti”. Dopo una settimana, l’esito della mobilitazione di guerra preoccupa il potere di Mosca. Per la prima volta nella storia i russi fuggono dalle armi e cercano rifugio nei Paesi vicini, dal Kazakhstan alla Mongolia, che sono stati spinti più volte a invadere.

Terrore e rifiuto di obbedire al potere, in Caucaso stanno generando un esodo senza precedenti. Contro la frontiera georgiana preme ormai un impenetrabile muro umano: 10mila i passaggi registrati ogni giorno. “Voli e treni – dice Jerma, muratore arrivato in auto da San Pietroburgo – sono esauriti e presidiati dalla polizia. Non resta che salire in macchina, abbandonarla a Vladikavkaz e fare a piedi i 40 chilometri fino al confine”. Marce e attese durano da uno a tre giorni. Il tentativo di fuga, compreso l’acquisto di una bicicletta e il passaggio fino a Tbilisi, costa fra 600 e 1300 dollari. “I militari però – dice Tornik, elettricista fuggito da Sochi – informano che i reclutabili tra 18 e 65 anni da mercoledì 28 non potranno più lasciare la Russia. A chi raggiunge la frontiera verrà consegnata la cartella di precetto e finirà su un convoglio per l’Ucraina. Lo scandalo dei russi in fuga dalla loro patria per Putin è impresentabile”.

Le autorità, a Mosca e a Tbilisi, si chiedono cosa succederà a cavallo del confine quando sarà chiaro che si è chiusa la finestra per evitare di morire in guerra. Chi è al confine giura che indietro non tornerà. A nord del valico di Stepantsminda migliaia di ragazzi si preparano così a eludere i posti di blocco risalendo i sentieri di montagna. Guide georgiane si offrono di guidarli lungo versanti non battuti poco sotto quota quattromila, già in parte innevati. “La crisi militare – dice Ilija, partito da Niznij Novgorod con la valigia legata allo skateboard – minaccia di precipitare in emergenza umanitaria. Oggi il tempo è bello, ma autunno e inverno incombono. Se questo esodo non si ferma, in Caucaso si prepara una strage”. Il governo di Tbilisi ha escluso di preparare il blocco della frontiera con la Russia. Il Cremlino da oggi potrebbe concedere l’espatrio solo con speciali visti business, negati agli arruolabili. Disperdere la massa accalcata in Ossezia sembra un’impresa pericolosa ma cruciale. In territorio georgiano la colonna di tir fermi da sei giorni prima della dogana russa raggiunge la periferia della capitale, 140 chilometri a sud. Oltre 5 mila le auto abbandonate da chi prosegue a piedi.

“Il commercio con Armenia, Azerbaijan e Turchia – dice Artak, camionista di Erevan carico di cognac – è paralizzato. L’autostrada militare è invasa dai russi in fuga, non possiamo schiacciarli”. I primi precettati da Putin sarebbero 300 mila. Fonti russe ammettono però che “oltre un milione di persone ha già lasciato la propria casa”. All’incubo guerra si somma la perdita di fiducia nel futuro: la paura del caos interno scatenato da una sconfitta in Ucraina e dal tramonto dell’era Putin. “Il Cremlino – dice Semyon, programmatore di software a Samara – non sta perdendo la sua scommessa per la resistenza di Kiev, ma per l’odio che dilaga tra il Caucaso e la Siberia. Nei secoli, i poteri russi sono sempre finiti così, demoliti al loro interno: anche oggi la domanda non è più se, ma quando”. I condannati di Upper Lars però non possono aspettare, un giorno in più costa la vita.