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Meloni, in Europa si fa strada il pragmatismo: "Non è il diavolo, ma la Commissione vigili"

Allarme su diritti di donne e minoranze. La preoccupazione del Financial Times: "E' l'opposto di Draghi"
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BERLINO - All’indomani di un’elezione spartiacque che ha catapultato Giorgia Meloni sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo, c’è sempre chi esagera. Come il noto polemista tedesco Jan Fleischauer, che dalle colonne della Welt tuona contro gli italiani “che prendono volentieri i nostri soldi e poi ci insultano per questo”. E che si lamenta del presunto disprezzo dell’Italia “per noi che siamo contribuenti netti della Ue e alla fine facciamo sempre buon viso a cattivo gioco”. Sarebbe appena il caso di ricordare a Fleischauer, a digiuno di elementari nozioni storiche ed economiche, che anche l’Italia è sempre stata un contribuente netto della Ue. O che i soldi cui implicitamente fa riferimento, quelli del Recovery Fund, non vengono dalla Germania bensì dalla Commissione Ue, che emette bond sui mercati per finanziarlo.

C’è poco da fare, in Germania il complesso da primi della classe sopravvi…

BERLINO - All’indomani di un’elezione spartiacque che ha catapultato Giorgia Meloni sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo, c’è sempre chi esagera. Come il noto polemista tedesco Jan Fleischauer, che dalle colonne della Welt tuona contro gli italiani “che prendono volentieri i nostri soldi e poi ci insultano per questo”. E che si lamenta del presunto disprezzo dell’Italia “per noi che siamo contribuenti netti della Ue e alla fine facciamo sempre buon viso a cattivo gioco”. Sarebbe appena il caso di ricordare a Fleischauer, a digiuno di elementari nozioni storiche ed economiche, che anche l’Italia è sempre stata un contribuente netto della Ue. O che i soldi cui implicitamente fa riferimento, quelli del Recovery Fund, non vengono dalla Germania bensì dalla Commissione Ue, che emette bond sui mercati per finanziarlo.

C’è poco da fare, in Germania il complesso da primi della classe sopravvive ancora, in qualche vecchio commentatore un po’ xenofobo. Ma per il resto il tono dei principali editorialisti in Germania è diventato negli anni più pragmatico. E non solo sulla conservatrice Frankfurter Allgemeine Zeitung, che titola “Meloni non è il diavolo” e si dice convinta che la probabile prossima premier italiana “avrà pochi margini politici e ancora meno margini economici” per rovesciare il tavolo a Bruxelles, a cominciare dall’annunciata intenzione di rinegoziare il Pnrr. Anche la progressista Sueddeutsche Zeitung è sobria e descrive con articoli e commenti asciutti la resistibile ascesa della leader di Fdi (come l’avrebbe chiamata Bertolt Brecht), e ricorda che Giulio Tremonti continua a correre in tv “con l’aria di sufficienza di sempre” perché spera forse di conquistare il ministero dell’Economia. Ma la SZ ricorda che è lo stesso Tremonti dei governi Berlusconi “che precipitarono l’Italia sull’orlo del baratro”.

Il quotidiano finanziario Handelsblatt ha raccolto invece le voci dei più autorevoli economisti tedeschi per segnalare che la Commissione Ue dovrà bloccare ogni tentativo dell’Italia di rinegoziare le riforme promesse da Mario Draghi in cambio dei 200 miliardi del Recovery Fund. E qualcuno si spinge anche più in là. Per Friedrich Heinemann dello Zew, lo scudo anti-spread deciso di recente dalla Bce “praticamente senza condizionalità, si è rivelato un assegno in bianco per i populisti”.

Sulle colonne di Le Monde, Gilles Gressani, direttore di Grand continent, argomenta invece che Meloni incarnerebbe una nuova forma di “tecno-sovranismo”, e non semplicemente un’ideologia nostalgica. La leader di Fdi ha interiorizzato “le logiche tecnocratiche”, sostiene Gressani, ed esprime posizioni che mostrano “un’accettazione dell’atlantismo e della sua dimensione europea”. Quello che inquieta, però, è la ideologia a difesa dell’”uomo bianco e cristiano”, che ricorda ovviamente leader xenofobi e antisemiti come l’ungherese Viktor Orbán.

In maniera analoga anche il britannico Guardian scommette sul fatto che il governo di centrodestra che emergerà dalle elezioni sarà “ostile con i migranti, con le persone lgbtq e con le donne che vogliono abortire. E la bibbia della City, il Financial Times,  descrive Meloni come l’”opposto di Mario Draghi” (del quale il quotidiano ha ininterrottamente tessuto le lodi). E ricorda che la leader di Fdi presiede al Parlamento europeo il gruppo dei conservatori e riformisti Ecr, dove siedono i polacchi del Pis o i Democratici svedesi. L’Ft teme che il ruolo dell’Italia potrebbe di nuovo indebolirsi, nel consesso europeo. “Sembrano lontani i tempi in cui Draghi architettava la risposta europea all’aggressione della Russia, manteneva un filo diretto e privilegiato con la Segretaria al Tesoro americana Janet Yellen, o scriveva editoriali a quattro mani con il presidente francese Emmanuel Macron”. E sembra anche un’altra Italia, su questo concordano tutti i giornali. Che tentano invariabilmente di rispondere alla domanda da un milione di dollari, al’eterno enigma italiano. Come può un Paese che, stando ai sondaggi, ha amato la pacata determinazione, la competenza e l’autorevolezza internazionale di Draghi votare in massa per l’ennesima figura messianica che promette la miliardesima rivoluzione?