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I finti moderati dell’ultradestra europea: così cambiano il linguaggio per non spaventare gli elettori. E andare al potere

Il leader del partito di ultradestra svedese, Democratici Svedesi, Jimmie Akesson  (afp)

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L'obiettivo: governare ma restando ancorati al loro passato. Non solo in Italia. Viaggio in quattro paesi Europei per tracciare un percorso. Dove la strategia funziona, in Svezia e Francia. E dove no, come in Spagna e Germania
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In Svezia i Democratici passano da neonazisti a possibili partner di governo. In Francia Le Pen ha giocato la carta credibilità diventando prima forza d’opposizione. Dove non dissimula, come in Spagna con Vox e in Germania con Afd, la destra estrema resta ai margini.


Svezia, Akesson rinnega svastiche e Putin e si affida all'ironia

I postfascisti non sono più per la Swexit ma sono estremisti sull'immigrazione. E lo "sdoganamento" non è ancora completo

di Daniele Castellani Perelli 

Un fiorellino nel logo. Al posto di una torcia con la fiamma. Così è iniziata, nel 2006, la trasformazione dei Democratici Svedesi (Sd), partito fondato nel 1988 da un gruppo di neonazisti e oggi alleato di Fratelli d'Italia a Strasburgo. A guidare il movimento in questa lunga marcia verso il potere - alle elezioni dell'11 settembre sono arrivati secondi con il 20,5%, davanti ai Moderati, e ora sono in trattative per capire come sos…

In Svezia i Democratici passano da neonazisti a possibili partner di governo. In Francia Le Pen ha giocato la carta credibilità diventando prima forza d’opposizione. Dove non dissimula, come in Spagna con Vox e in Germania con Afd, la destra estrema resta ai margini.


Svezia, Akesson rinnega svastiche e Putin e si affida all'ironia

I postfascisti non sono più per la Swexit ma sono estremisti sull'immigrazione. E lo "sdoganamento" non è ancora completo

di Daniele Castellani Perelli 

Un fiorellino nel logo. Al posto di una torcia con la fiamma. Così è iniziata, nel 2006, la trasformazione dei Democratici Svedesi (Sd), partito fondato nel 1988 da un gruppo di neonazisti e oggi alleato di Fratelli d'Italia a Strasburgo. A guidare il movimento in questa lunga marcia verso il potere - alle elezioni dell'11 settembre sono arrivati secondi con il 20,5%, davanti ai Moderati, e ora sono in trattative per capire come sostenere il governo dei loro tre alleati di centrodestra - è sempre stato lui, Jimmie Akesson, che ne è diventato leader nel 2005, a 26 anni.

Cresciuto in una cittadina del Sud, Akesson "ha lavorato duro per escludere sistematicamente le figure più estremiste", ci spiega Johan Martinsson, politologo dell'Università di Göteborg, "e il programma del partito ormai non contiene più riferimenti al razzismo "biologico", ma parla più di coesione sociale e lotta al multiculturalismo".

L'"imborghesimento" di Sd - che nel 1995 vedeva sfilare ancora dei naziskin alle sue manifestazioni - ha avuto un'accelerazione nell'ultimo anno, man mano che la prospettiva di un loro definitivo sdoganamento si faceva più concreta. Ecco allora che Sd ha rinnegato la Swexit, il no all'ingresso nella Nato e quelle simpatie putiniane che ancora a fine febbraio facevano esprimere in tv ad Akesson una certa equidistanza tra Biden e il leader del Cremlino.

Solo sull'immigrazione, l'islamofobia e il nazionalismo non c'è stata alcuna "Fiuggi". Sono legati a una cultura romantica vichinga (che si sente anche nelle canzoni della rock band di Akesson, Ultima Thule, con buona pace dell'omonima canzone di Guccini). Sono un partito populista e "etno-nazionalista", che si diletta in slogan trumpiani, vorrebbe azzerare gli arrivi dei richiedenti asilo e incentivare il rimpatrio degli immigrati che non si integrano (e storcono il naso persino davanti a Zlatan Ibrahimovic). E c'è ancora chi, come un loro dipendente, il mese scorso è stato beccato a organizzare una cena in onore dell'invasione nazista della Polonia.

Centrale nel restyling è stato anzitutto il linguaggio. Akesson non urla e preferisce l'ironia alle invettive. A leggere i suoi ultimi post su Facebook colpisce il tono da "moderato": attacca la "guerra vigliacca" di Putin e usa parole di rispetto per le dimissioni dell'arci-nemica centrista Annie Lööf (mentre curiosamente non si è congratulato con Giorgia Meloni, presidente del loro gruppo Ecr a Strasburgo).

E insomma: c'è da fidarsi oppure no della loro svolta? O siamo di fronte a una forma di "dissimulazione"? "È impossibile dirlo con certezza, perché le intenzioni e i valori sono sempre misteriosi - dice Martinsson - Quel che conta di più è che la loro popolarità deriva anzitutto dal fatto che ormai il pubblico condivide le loro preoccupazioni sul crimine e l'immigrazione". Nel dubbio, però, in Svezia anche gli alleati sembrano intenzionati a fargli saltare un turno. Ovvero a tenerli fuori dall'esecutivo con la formula dell'appoggio esterno a un governo di minoranza. Rimangono un po' impresentabili, insomma - "Sono ancora controversi - spiega Martinsson - e in più i Liberali non li vogliono al governo".

Sembra andare in questo senso anche la decisione di affidare loro, come compensazione, ben 8 delle 16 presidenze di commissione in Parlamento. Mentre il sogno della scalata alla presidenza della Camera si è infranto contro il muro delle polemiche: il loro candidato Björn Söder è stato bocciato, e la loro deputata Julia Kronlid ha ottenuto la vicepresidenza solo al secondo voto. Nel 2018 Söder ha paragonato l'omosessualità alla pedofilia e ha detto che ebrei e indigeni sami "non sono svedesi". Mentre Kronlid è anti-abortista e creazionista. Ma non erano diventati dei moderati?

Francia, Le Pen in Parlamento con la carta credibilità: "Tutti in cravatta"

La leader di estrema destra, che aveva già cacciato il patriarca Jean-Marie, vuole essere chiamata solo "patriota"

dalla nostra corrispondente Anais Ginori

PARIGI - L'ordine ai deputati lepenisti di portare la cravatta in Parlamento è solo uno dei tanti segnali della normalizzazione in corso. Marine Le Pen ha cominciato da tempo il percorso di "dédiabolisation" ma, un decennio dopo aver raccolto l'eredità del padre, la trasformazione non è ancora completa. Certo, la leader di estrema destra (che vuole essere chiamata solo "patriota") ha abbandonato la proposta del Frexit nell'ultima campagna presidenziale e aveva già cacciato il patriarca Jean-Marie con le sue invettive antisemite. Ha cambiato il nome del partito in Rassemblement National, senza abbandonare però la fiamma tricolore ispirata al simbolo del Msi quando venne fondato il Fn 50 anni fa. E ha beneficiato politicamente dell'apparizione di Eric Zemmour, un rivale ancora più radicale di lei nei toni e nei modi che l'ha fatta apparire più moderata e credibile.

La leader del partito francese di estrema destra, Rassemlement National, Marine Le Pen (afp)

Forte dei 13,2 milioni di elettori ottenuti alle presidenziali e degli 89 deputati che è riuscita a far eleggere all'Assemblée Nationale, ora Le Pen deve compiere l'ultima tappa della sua trasformazione. La più difficile: apparire come forza di governo e non solo ricettacolo di paure e proteste. La presenza in Parlamento di un gruppo così numeroso di lepenisti - fatto inedito nella Quinta Repubblica - è lo snodo cruciale con il quale spera di conquistare una nuova rispettabilità, e di mezzo c'è anche il bon ton nell'abbigliamento. Per dedicarsi a questa missione ha deciso di lasciare la presidenza del partito (sono in corsa il suo giovane delfino Jordan Bardella e il suo ex compagno Louis Alliot). Promette una "opposizione costruttiva", ha fatto votare la legge per rafforzare il potere d'acquisto presentata dal governo e per adesso dice di non voler assecondare eventuali mozioni di sfiducia dei melenchonisti, l'altra forza di opposizione nell'Assemblée Nationale dove i macronisti non hanno più una maggioranza assoluta. Uno dei motivi per cui Le Pen non vuole tentare la spallata al governo è proprio il tempo che le serve ancora per compiere la sua metamorfosi.

"L'alternativa a Emmanuel Macron siamo noi", ha ripetuto al raduno del Rn qualche settimana fa. "Ho un gruppo molto più professionale e serio di quanto non lo fosse quello di Macron 5 anni fa. La ragione è semplice: i nostri deputati sono stati prima militanti o rappresentanti locali", ha continuato la leader dell'estrema destra. Il successo in Italia di un "governo patriottico e sovranista", come l'ha definito congratulandosi, è un tassello in più ma non sufficiente. Le Pen è alleata di Matteo Salvini e siede nel gruppo europeo concorrente a quello di Fratelli d'Italia. Il tentativo di riunire le famiglie sovraniste nell'Europarlamento è fallito e i tanti viaggi a Budapest di Le Pen, senza contare quello fatto a Mosca nel 2018, sono diventati un handicap nel posizionamento sulla guerra in Ucraina e per garantire un saldo ancoraggio al fronte atlantico. "Quando parla alla Russia, si rivolge al suo banchiere", aveva detto Macron a Le Pen nel duello tv prima del ballottaggio alle presidenziali, allusione al prestito di 9 milioni di euro ricevuto nel 2014 da una banca russa e ancora in corso.

A frenare l'ascesa al potere del Rassemblement National è anche la mancanza di alleanze. Le Pen ha sinora rifiutato "l'unione delle destre", ovvero un patto con i neogollisti dei Républicains come invece chiedevano Zemmour e la nipote della leader Marion Marechal. Al momento i Républicains sono comunque divisi e non sembrano pronti ad aprire le porte a un partito che a lungo è stato considerato infrequentabile. È forse l'equazione più difficile da risolvere per Le Pen - che potrebbe candidarsi all'Eliseo per la quarta volta nel 2027 - in un sistema elettorale maggioritario a doppio turno come quello delle presidenziali francesi. 


Germania, la deriva dell'Afd verso posizioni sempre più xenofobe

dalla nostra corrispondente Tonia Mastrobuoni

BERLINO - L'Alternative für Deutschland, il partito dell'ultradestra tedesca, nasce quasi dieci anni fa come un partito di "professori", ordoliberale, indignato per i salvataggi della Grecia e intenzionato a dissolvere l'euro. Pochi mesi dopo la fondazione, alle elezioni del 2013, manca per un soffio la soglia di sbarramento, ma la sua ascesa continua. Nel 2015, con la crisi dei profughi, avviene la prima metamorfosi. Il fondatore, Bernd Lucke, lascia il partito perché ritiene che sia diventato troppo xenofobo, anche per colpa della neoleader, Frauke Petry.

Alle elezioni federali successive arriva la seconda cesura: l'Afd entra al Bundestag nel 2017 con un clamoroso 12,6%. Ma poche ore dopo il voto, Frauke Petry getta la spugna. Anche lei lamenta un ulteriore scivolamento a destra del partito, guidato da Alice Weidel e Alexander Gauland. Da allora la deriva su posizioni ancora più xenofobe, islamofobe, di recente no vax e pro-russe, è proseguita. Grazie al traino dell'ala più potente del partito, il "Fluegel", capitanato da Bjoern Hoecke. Una corrente che è stata dichiarata pericolosa dai servizi segreti. Ma che sta mettendo alle strette, per l'ennesima volta, chi tenta di mantenere il partito su una traiettoria più moderata. A cominciare da quella Alice Weidel che aveva fatto scappare cinque anni fa l'ex "moderata" Frauke Petry.


Spagna, Abascal perde appeal: ora deve decidere se guardare al centro

di Alessandro Oppes

Sembra un paradosso, ma oggi il rischio più grande per l'ultradestra spagnola di Vox è quello di essere scavalcata a destra. O comunque di entrare in una competizione distruttiva in cui il partito di Santiago Abascal si dovrà contendere lo spazio radicale con Macarena Olona, fino a poche settimane fa una delle massime dirigenti della stessa formazione.

Il leader del partito spagnolo Vox Santiago Abascal (ansa)

Olona se ne è andata sbattendo la porta e ha minacciato di fondare un nuovo partito "se Vox smette di essere un'alternativa sociale e patriottica". La risposta è stata che, "se dovessimo tradire i nostri seguaci, saremo noi stessi a dare loro la corda perché ci impicchino". Ma dietro l'angolo ci sono le amministrative del 28 maggio, e la tentazione di arrivare a compromessi con la destra moderata del Pp per occupare spazi di potere in comuni e regioni esiste: ne è prova anche l'incontro segreto tra Abascal e il leader popolare Alberto Núñez Feijóo rivelato ieri dai media spagnoli.

Vox, in crisi di consensi (i sondaggi gli attribuiscono ora il 10%, contro il 15 delle ultime legislative), mantiene formalmente invariato il suo discorso: "Il futuro è dei patrioti", ha reagito Abascal alla vittoria di Meloni. Però, anche qui, rischia di essere soppiantato da Olona, grande amica della leader di Fratelli d'Italia: "Giorgia, sei ispirazione", è il titolo in italiano di un articolo in cui commenta il successo di Meloni.