È l'ora di pranzo a Teheran, e in un ghaza khori del centro, le piccole trattorie dove gli iraniani si affollano per mangiare un buon pasto a poco prezzo, due ragazze siedono l'una accanto all'altra: ordinano, consumano e vanno via. Senza velo, con i capelli scoperti. "Se ne vedono decine di scene così negli ultimi giorni, e credimi: non succedeva prima", racconta Hossein, che a Teheran studia e lavora.
Da 14 giorni l'Iran è in tumulto, una protesta di piazza e di singoli gesti, disobbedienza civile iniziata il 13 settembre scorso quando Mahsa Amini, una 22enne di origini curde, è stata arrestata dalla polizia morale perché vestiva impropriamente, secondo i rigidi criteri di abbigliamento che la Repubblica Islamica impone alle donne: è spirata dopo due giorni all'ospedale Kasra di Teheran. Nelle ore successive, la polizia ha tentato di accreditare l'idea che fosse morta per un infarto. La rabbia &…
È l'ora di pranzo a Teheran, e in un ghaza khori del centro, le piccole trattorie dove gli iraniani si affollano per mangiare un buon pasto a poco prezzo, due ragazze siedono l'una accanto all'altra: ordinano, consumano e vanno via. Senza velo, con i capelli scoperti. "Se ne vedono decine di scene così negli ultimi giorni, e credimi: non succedeva prima", racconta Hossein, che a Teheran studia e lavora.
Da 14 giorni l'Iran è in tumulto, una protesta di piazza e di singoli gesti, disobbedienza civile iniziata il 13 settembre scorso quando Mahsa Amini, una 22enne di origini curde, è stata arrestata dalla polizia morale perché vestiva impropriamente, secondo i rigidi criteri di abbigliamento che la Repubblica Islamica impone alle donne: è spirata dopo due giorni all'ospedale Kasra di Teheran. Nelle ore successive, la polizia ha tentato di accreditare l'idea che fosse morta per un infarto. La rabbia è esplosa.
A migliaia sono scesi in strada in 80 città del Paese, molti 20enni: "la generazione TikTok", la chiamano, che ha conosciuto solo la Repubblica Islamica ma non se ne cura: le donne sventolano in alto i loro hijab, li bruciano, si tagliano i capelli, gli uomini le affiancano e le proteggono. Ci sono stati anche scontri violenti con le forze di sicurezza, a Teheran e in alcune città curde i manifestanti hanno bruciato auto della polizia e uffici delle banche legate ai Pasdaran, il potente corpo dei Guardiani della Rivoluzione.
Il sostegno degli artisti
"Quando ho sentito che avevano ucciso quella povera ragazza ho pianto per giorni, con mia madre e mia nonna. Ne parlavano tutti, è stato un trauma", racconta Sheryl, 32 anni, da una città del nord dell'Iran dove lavora come guida turistica. Comunicazioni difficili, perché il governo ha isolato l'Internet iraniano dalla rete globale. Amini non faceva politica, era cresciuta in una famiglia religiosa. Avrebbe potuto essere la figlia di "chiunque", dice Sheryl. Molti commercianti, i bazari che nel 1978 furono colonna della rivoluzione islamica, hanno chiuso le serrande o si sono uniti ai cortei animati dagli studenti.
La protesta è cresciuta, contagiando le élite e le professioni. Si sono schierati gli artisti come il regista premio Oscar Asghar Farhadi; i musicisti come Shervin Hajpour: la ballata che ha composto mettendo in musica i tweet della protesta ha avuto 16 milioni di visualizzazioni in 12 ore. Ieri sera si è diffusa la notizia che sia stato arrestato ma non ci sono conferme.
L'attrice Fatemeh Motamed-Arya ha parlato a un funerale pubblico senza il velo obbligatorio. Duecento professori universitari hanno firmato un appello: non terranno più lezioni fino a quando non verranno rilasciati tutti gli studenti arrestati. Persino la nazionale è scesa in campo vestita di nero, in solidarietà con le donne iraniane. "Prenderemo provvedimenticontro le celebrità che hanno soffiato sul fuoco dei disordini", ha dichiarato il governatore provinciale di Teheran Mohsen Mansouri all'agenzia di stampa Isna.
Le università rispondono in un abbraccio virtuale tra ragazzi e ragazze. "Donna, vita, libertà", cantano gli studenti a Shiraz, lo slogan delle proteste. "Uomo, patria, prosperità", rispondono le studentesse.
Un sistema senza legittimità
"Mahsa è diventata il simbolo dell'oppressione. Il fulcro delle manifestazioni è stata la protesta contro l'hijab obbligatorio: questa generazione che non si riconosce nel sistema e non ha leader dice che se il velo è un obbligo religioso, chi non è religioso non dovrebbe essere costretto a fingere di esserlo. Ma non si limitano a questo: le richieste sono una vita normale, prosperità economica, libertà civili, rispetto e pari diritti, tutto quello di cui gli iraniani non hanno goduto in questi anni", dice a Repubblica una nota giornalista di Teheran che accetta di parlare con la garanzia dell'anonimato. La chiameremo Jima. "Ci sono pressioni fortissime sui giornalisti, più di 30 sono stati arrestati e molti sono stati minacciati. I media non possono coprire liberamente le manifestazioni".
A dare la notizia della morte di Amini è stata una donna, la reporter Niloufar Hamedi, e a raccontare il funerale è stata un'altra donna, la giornalista Elahé Mohammadi: entrambe sono in carcere. La repressione è dura e colpisce tutti: 41 i morti, ammette la tv di Stato, la ong Iran Human Right parla invece di almeno 70 vittime civili. Nella sola Teheran sono quasi 3mila gli arresti, secondo il sito Iran Wire.
Ma il messaggio resta dirompente e il governo organizza la risposta. Le autorità accusano i manifestanti di essere la quinta colonna di europei e americani che vogliono destabilizzare la Repubblica Islamica. Migliaia di sostenitori della Repubblica Islamica si radunano a Teheran, a Qom e in altre città contro quelli che definiscono "teppisti e sacrileghi". Dice Jima: "una parte significativa della società sostiene le proteste, ma non partecipa perché ha paura della violenza delle forze di sicurezza". Il presidente Raisi, eletto nelle elezioni con la più bassa affluenza dal 1978, è costretto ad andare in tv: promette trasparenza sulle indagini, ma ribadisce: non saranno tollerati "disordini".
"Ci raduniamo quando arriva la sera"
"Quando arriva la sera usciamo, qualcuna inizia a camminare senza velo e gli altri si uniscono. Se siamo un gruppo consistente non abbiamo paura di affrontare le forze di sicurezza", racconta Parvaneh, 32 anni, dottorato in ingegneria, dal Nord. "I basij sanno cosa hanno fatto, picchiano, uccidono, ma sono i nostri vicini di casa, durante il giorno li incontriamo in fila dal fornaio, devono guardarci in faccia".
Qualcuno scrive: è una rivoluzione. Jima dissente: "Non credo che si possa dire rivoluzione al momento. Queste proteste non porteranno a un cambio di regime o a un cambiamento reale nel comportamento oltraggioso del governo. Ma metteranno in discussione la legittimità del sistema più di prima e porteranno a una maggiore disobbedienza civile". Nella notte iraniana si continua a protestare.