✕

La Ong Global Witness: 1.700 ambientalisti assassinati in dieci anni. Brasile e Colombia i Paesi più violenti

(ansa)
Nel solo 2021 i morti sono stati 220. Molti di loro, come Dom Phillips e Bruno Pereira, cercavano di difendere la foresta amazzonica
2 minuti di lettura

RIO DE JANEIRO - Gli ultimi si chiamavano Dom Phillips e Bruno Pereira. Un bianco e un meticcio. Un giornalista britannico da anni corrispondente del Guardian da Rio, appassionato dell'Amazzonia su cui stava preparando un libro di denuncia sulla massiccia deforestazione. E uno storico difensore delle popolazioni indigene, per anni funzionario del Funai, l'agenzia governativa che protegge la foresta pluviale, da cui era stato cacciato perché troppo severo con chi tagliava alberi e scavava miniere illegali nelle aree protette delle tribù.

Li hanno seguiti mentre navigavano su un fiume nel cuore dell'Amazzonia e li hanno poi fatti fuori a fuciliate e colpi di machete in un agguato che ha fatto scalpore in tutto il Brasile, e non solo. Avevano avuto il coraggio di raccontare quello che accadeva nelle regioni più estreme del gigante sudamericano, là dove lo stesso esercito, chiamato a vigilare sullo stuolo di criminali giunti in massa per saccheggia…

RIO DE JANEIRO - Gli ultimi si chiamavano Dom Phillips e Bruno Pereira. Un bianco e un meticcio. Un giornalista britannico da anni corrispondente del Guardian da Rio, appassionato dell'Amazzonia su cui stava preparando un libro di denuncia sulla massiccia deforestazione. E uno storico difensore delle popolazioni indigene, per anni funzionario del Funai, l'agenzia governativa che protegge la foresta pluviale, da cui era stato cacciato perché troppo severo con chi tagliava alberi e scavava miniere illegali nelle aree protette delle tribù.

Li hanno seguiti mentre navigavano su un fiume nel cuore dell'Amazzonia e li hanno poi fatti fuori a fuciliate e colpi di machete in un agguato che ha fatto scalpore in tutto il Brasile, e non solo. Avevano avuto il coraggio di raccontare quello che accadeva nelle regioni più estreme del gigante sudamericano, là dove lo stesso esercito, chiamato a vigilare sullo stuolo di criminali giunti in massa per saccheggiare la foresta di minerali, oro, legna, rare specie di pesci richieste dal mercato asiatico, ha difficoltà a imporre la legge e a multare i predatori. È bastato scattare la foto di una lancia con a bordo cinque pescatori di frodo per emettere una sentenza di morte.

Come Bruno e Dom altri 1.700 attivisti sono stati uccisi in tutto il mondo negli ultimi dieci anni. Un ogni due giorni, quattro a settimana. Lo denuncia la Ong Global Witness che ha appena reso noto il suo ultimo dossier su questa strage silenziosa e quasi sempre impunita. Il Brasile, per la sua posizione geografica e per l'interesse che attirano i tesori dell'Amazzonia, svolge la parte del leone. Il 68 per cento degli agguati mortali è avvenuto qui. Seguono Colombia, Messico e Honduras.

La maggioranza delle vittime era indigena, gente delle tribù più colpite dall'invasione dei "garimpeiros", che cinque anni fa, di fronte all'inerzia delle autorità ufficiali, hanno deciso di organizzare squadre di vigilanza locale note come i "Guardiani della foresta". Armati di fecce e lance possono fare poco quando si trovano di fronte a decine di pistole e fucili automatici. I sicari sono arruolati dai grandi latifondisti, allevatori di bestiame, appaltatori di contratti per la ricerca di minerali e combustibili fossili in territori ancora inesplorati. Terre affidate dalla Costituzione a tribù indigene che spesso vivono lontane dai centri abitati, per evitare contagi e malattie che le sterminerebbero.

Poi ci sono nomi che hanno segnato la storia di paesi come l'Honduras, dove si può morire, di notte, in casa, per mano di una squadra di killer spediti dai proprietari di una multinazionale infastiditi dalle denunce di un'attivista indigena come Berta Cacéres, premio Goldman per l'ambiente, una donna allegra e decisa che si opponeva alla realizzazione di una diga faraonica su un fiume da sempre considerato sacro. Per l'omicidio di questa difensora dell'ambiente alla fine hanno pagato in quattro. Ma ci sono voluti cinque anni di battaglie e altre denunce per ottenere giustizia. La maggioranza delle vittime si deve accontentare solo di sdegno e condanne di circostanza. Gli assassini restano nell'ombra, si arresta qualcuno per attenuare l'orrore; tutto resta immutato come sempre.

Ora la guerra in Ucraina ha aumentato la corsa alla ricerca di fossili. La Russia fornisce meno gas e petrolio e questo si riflette sul Sudamerica, i cui Paesi vedono l'occasione per un rilancio delle proprie economie colpite dalla pandemia e dall'inflazione planetaria colmando le richieste dei mercati. Molti hanno avuto la forza e il coraggio di resistere. Sono coscienti dei guasti, non solo ambientali, che provoca l'assalto alle ricchezze del sottosuolo. La Colombia, con Gustavo Petro, punta sullo sviluppo di un'energia sostenibile, alternativa ai fossili, e questo lo ha premiato con la vittoria alle ultime presidenziali. Stesso impegno, e stesso successo, è avvenuto con Gabriel Boric in Cile. Il Brasile ha seguito la strada opposta negli ultimi quattro anni: Jair Bolsonaro ha dovuto accontentare le richieste dell'agrobusiness e dell'industria petrolifera che lo hanno votato nel 2018.

Scelte diverse con risultati diversi. Se in Colombia gli omicidi degli attivisti sono calati di numero, in Brasile sono aumentati: e l'85 per cento è avvenuto in Amazzonia.

Nel solo 2021 le vittime degli omicidi ambientali nel mondo sono state 220. Oltre che in Sudamerica, dieci nel Parco di Virunga, Repubblica democratica del Congo; 4 omicidi di massa in Messico, 3 in India, e 15 attivisti indigeni dei popoli miskito e mayangna assassinati in Nicaragua.