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Sfida Lula-Bolsonaro: sul voto in Brasile pesa l’incognita militari

(afp)
Riportati dalla destra al governo e in ruoli chiave dell’economia, saranno cruciali nella transizione. Oggi il voto per eleggere il nuovo presidente 
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E, adesso, con Lula dato per vincente e Bolsonaro costretto a rincorrerlo, cosa faranno i militari? Accetteranno il verdetto delle urne? Saranno coinvolti dal loro ex capitano in un rifiuto con una sommossa stile Donald Trump e un assalto al Congresso? Le domande s'impongono da giorni nelle discussioni che animano e dividono fino allo scontro fisico i brasiliani alle prese con la più importante elezione da quando è tornata la democrazia. Non sono domande peregrine. Molti temono una reazione se Lula non vincerà oggi e sarà costretto ad andare al ballottaggio. Ci saranno 4 settimane di attesa, con una campagna sempre più aggressiva. Bolsonaro ha tutto l'interesse a rinviare il finale della partita. Più tempo ha a disposizione, più possibilità di risalire la china e tagliare il traguardo della riconferma. Se perde sarà il primo presidente a non essere rieletto.

 

Il ruolo delle forze armate 

Le Forz…

E, adesso, con Lula dato per vincente e Bolsonaro costretto a rincorrerlo, cosa faranno i militari? Accetteranno il verdetto delle urne? Saranno coinvolti dal loro ex capitano in un rifiuto con una sommossa stile Donald Trump e un assalto al Congresso? Le domande s'impongono da giorni nelle discussioni che animano e dividono fino allo scontro fisico i brasiliani alle prese con la più importante elezione da quando è tornata la democrazia. Non sono domande peregrine. Molti temono una reazione se Lula non vincerà oggi e sarà costretto ad andare al ballottaggio. Ci saranno 4 settimane di attesa, con una campagna sempre più aggressiva. Bolsonaro ha tutto l'interesse a rinviare il finale della partita. Più tempo ha a disposizione, più possibilità di risalire la china e tagliare il traguardo della riconferma. Se perde sarà il primo presidente a non essere rieletto.

 

Il ruolo delle forze armate 

Le Forze Armate, come la Polizia militare e persino il corpo dei Vigili del fuoco, hanno sempre avuto un peso nella storia del gigante sudamericano. La Costituzione varata dopo la fine della dittatura (1964-1980) li ha esclusi dal processo decisionale. Ma quattro anni di presidenza Bolsonaro li ha riportati nell'arena politica con incarichi di primo piano e importanti responsabilità amministrative, anche economiche. Indagini ufficiali, ordinate da membri della Corte Suprema Federale e esponenti politici, dicono che il leader della destra estrema ha aumentato di 10 volte il numero di uomini con le stellette nel settore pubblico. Oggi 1.520, tra ufficiali e sottoufficiali, siedono su poltrone di comando: 10 su 23 come ministri e 16 al vertice delle 46 compagnie statali, tra cui Petrobras e Eletrobras. Almeno 8 mila lavorano nell'amministrazione pubblica e questo consente loro di controllare e gestire una ampia fetta del bilancio federale. Molti altri si sono buttati nella mischia e puntano a un seggio in parlamento o una carica di governatore.

I militari ai vertici di politica e pubblica amministrazione

Tra questi i dieci ministri che all'inizio di agosto, quando sono state depositate le liste, hanno lasciato l'incarico per affrontare la sfida. Il più noto è Walter Braga Netto, già ministro della Casa Civile (premier), poi della Difesa e adesso candidato per il Partito Liberale, quello di Bolsonaro. E' molto probabile che saranno eletti, almeno la maggioranza. Continueranno ad avere un peso sul futuro del Brasile. Luiz Inácio Lula da Silva lo sa bene; per questo ha già annunciato, in caso di vittoria, "la necessità di ridurre al minimo la presenza dei militari negli incarichi pubblici". Gli 8 mila amministratori, dirigenti, alti funzionari, rischiano il posto. Non si faranno da parte facilmente. Ma la loro presenza è un problema. 

Tra le persone che abbiamo incontrato se ne parla poco. E' l'unico tema che hanno difficoltà ad affrontare. Si fanno subito scuri in volto e cambiano argomento. Perché si impone, è un'ombra che pesa sull'immediato futuro. Jair Bolsonaro è cresciuto nel mondo delle stellette. C'è un episodio della sua infanzia che lo ha decisamente orientato verso i militari. Era un ragazzino e un giorno vide Glicério, il paese dove era nato vicino a San Paolo, invaso da drappelli di soldati che davano la caccia a un capitano disertore entrato nella resistenza alla dittatura. Rimase affascinato da quelle divise, dall'azione del commando, dagli spari, le urla. Lo racconta spesso, aggiungendo nuovi dettagli non sempre veri. Fu quello il momento in cui decise di arruolarsi nell'esercito. Ma l'insofferenza della vita di caserma lo ha portato poi a ribellarsi, fino all'espulsione quando minacciò un attentato per far aumentare la paga dei soldati. Oggi, da presidente, difende il "suo" esercito. Hamilton Mourao, ex generale di riserva, si è candidato come vice, ruolo che ha ricoperto finora. 

La battaglia contro il voto elettronico

Jair li ha coinvolti nella battaglia contro il voto elettronico in vigore dal 1996. Molti hanno chiesto di abolirlo, altri si sono proprio ribellati dicendo che favoriva le frodi, rifiutavano il risultato. La tensione era così forte che il Tribunale Supremo Federale è dovuto intervenire con sanzioni e ordini restrittivi ai generali che incitavano al boicottaggio. Ma Bolsonaro ha insistito. Ha attaccato il presidente del Tribunale Superiore Elettorale, Alexandre de Moraes, ribadendo che le urne elettroniche erano una truffa. Si è vagheggiato persino di una "stanza segreta" dove si sarebbero esaminati i voti. Leggende da complotto, una delle ossessioni dell'ex capitano. Tra i due ci sono stati durissimi scontri fino a quando è stata formata una commissione militare che ha posto 100 quesiti sul funzionamento della macchina elettorale. La cosa è stata vista come una conferma sui dubbi sollevati. Ma si trattava appunto di quesiti non di denunce sulle falle del sistema. 

Alexander de Moraes, per allentare la tensione, alla fine ha accettato la presenza dei militari nel processo: verificheranno il funzionamento di 641 urne elettroniche prese a campione. Una presenza inedita: i militari hanno sempre svolto un ruolo logistico, portavano le urne nei villaggi più remoti dell'Amazzonia per dare la possibilità a tutti di votare. Non sono dei controllori. Le voci su possibili golpe si sono così infittite, tanto da costringere 16 alti rappresentanti di tutte le Forze Armate a una smentita ufficiale. Proprio ieri mattina. "Chi vince avrà il titolo di presidente", hanno ribadito in un comunicato. "Lo garantiremo noi". Basterà?