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Elezioni in Bosnia: la leadership serba soffia sul separatismo

Il leader serbo bosniaco Milorad Dodik (afp)
Il clima politico è il più delicato dalla fine della guerra civile. I timori di un nuvo conflitto
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Un voto tra nazionalismo e riformismo. La Bosnia è alle urne per scegliere la nuova presidenza collegiale del paese balcanico, i deputati nazionali, regionali e locali nel più grave contesto politico-economico dalla fine della guerra nei Balcani. Sono passati 32 anni dal primo voto multipartitico (1990) quando la Bosnia faceva ancora parte della Jugoslavia. Ne sono trascorsi 27 dalla drammatica guerra civile (1992-1995), seguita alla disgregazione del regime creato da Tito, che vide in pochi anni nascere sette nuovi Stati indipendenti, considerato fino all’aggressione russa in Ucraina, il conflitto più sanguinoso in Europa dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

I tre principali gruppi etnici (serbi ortodossi orientali, croati cattolici e bosniaci musulmani) da quel conflitto sono stati profondamente segnati. Era stata una guerra civile che si era rapidamente trasformata (per colpa primaria dei serbi di Radovan Karadžic, condannato all'ergastolo …

Un voto tra nazionalismo e riformismo. La Bosnia è alle urne per scegliere la nuova presidenza collegiale del paese balcanico, i deputati nazionali, regionali e locali nel più grave contesto politico-economico dalla fine della guerra nei Balcani. Sono passati 32 anni dal primo voto multipartitico (1990) quando la Bosnia faceva ancora parte della Jugoslavia. Ne sono trascorsi 27 dalla drammatica guerra civile (1992-1995), seguita alla disgregazione del regime creato da Tito, che vide in pochi anni nascere sette nuovi Stati indipendenti, considerato fino all’aggressione russa in Ucraina, il conflitto più sanguinoso in Europa dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

I tre principali gruppi etnici (serbi ortodossi orientali, croati cattolici e bosniaci musulmani) da quel conflitto sono stati profondamente segnati. Era stata una guerra civile che si era rapidamente trasformata (per colpa primaria dei serbi di Radovan Karadžic, condannato all'ergastolo per numerosi crimini di guerra e genocidio dal Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia dell'Aja) in una campagna di pulizia etnica, stupri di massa e campi di concentramento. Con il contorno di aggressioni militari da parte dei vicini Serbia e Croazia, che pretendevano di rappresentare rispettivamente i serbi e i croati bosniaci.

Tre decenni dopo, nonostante il robusto cambio generazionale e i molti aiuti ricevuti dalla comunità internazionale, sono ancora troppi i problemi non risolti - in primis le dichiarate politiche separatiste della leadership serba - che rischiano di scatenare un nuovo conflitto. 

Hanno diritto al voto oltre tre milioni di bosniaci (la guerra ha provocato 100mila  vittime e due milioni di profughi o sfollati interni) ma l’affluenza, tradizionalmente bassa, potrebbe non superare il 50 per cento. Gli accordi di pace di Dayton che hanno messo fine alla guerra hanno creato un complicato labirinto di giurisdizioni che permettono ai tre principali gruppi etnici di dominare la politica interna e di esercitare il controllo sui principali processi decisionali. La Bosnia oggi ha due principali unità amministrative: la Republika Srpska (a maggioranza serba) e la Federazione della Bosnia ed Erzegovina a maggioranza croato-bosniaca. Quest’ultima è ulteriormente suddivisa in dieci cantoni, mentre la città nord-orientale di Brcko è stata designata come distretto autonomo. Il risultato è un sistema con 14 diversi governi per un totale di 136 ministri.
 

La presidenza è tripartita, con ogni membro eletto per un mandato di quattro anni in rappresentanza di uno dei tre gruppi etnici, il parlamento è bicamerale, diviso  tra deputati e la Camera dei Popoli che ha il compito di garantire che qualsiasi proposta di legge non violi il principio dell’interesse “vitale” della Bosnia. Considerato che alle elezioni sono presenti 72 partiti politici, 38 coalizioni e 17 candidati indipendenti (per un totale di 7.257 nomi, che si trovano in una lista comune di 150 pagine), è facile capire come da queste elezioni possa uscire tutto e il contrario di tutto. 

Se nella Republika Srpska la sfida tra i cinque candidati alla presidenza tripartita ha meno rilievo perché l’uomo forte Milorad Dodik, populista e amico di Putin, ha deciso di non ricandidarsi per farsi eleggere presidente della sola RS, la corsa per i rappresentanti bosniaci e croati sarà la più contesa. Un recente sondaggio Ipsos ha mostrato che il candidato bosniaco dell’opposizione Denis Becirovic, ha un leggero vantaggio su Bakir Izetbegovic (figlio di Alija Izetbegovic, il primo presidente del dopoguerra) e potrebbe mettere fine all dinastia che ha governato negli ultimi tre decenni quasi ininterrottamente.

I bosniaci croati potrebbero invece eleggere Borjana Krišto, avvocato e legislatore statale, che potrebbe diventare la prima donna presidente della Bosnia. 

Chiunque vincerà avrà un compito molto difficile. La Bosnia è in fondo alla lista dei paesi europei per disoccupazione, stipendi medi e minimi e percentuale di persone che vivono in povertà relativa o assoluta. La pandemia e la guerra in Ucraina hanno influito sul costo della vita l'inflazione è salita al 17,7 per cento ad agosto, il massimo dalla fine della guerra nel 1995.