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Brasile, Lula prova a rilanciare in vista del ballottaggio: "Per battere Bolsonaro andiamo tra la gente e capiamo di che cosa ha bisogno"

Luiz Inacio Lula da Silva (ansa)
La coalizione che sostiene il leader del Pt riflette sui risultati del voto che hanno disatteso l'ottimismo dei sondaggi che indicavano la possibilità di vincere al primo turno
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SAN PAOLO – Il giorno dopo la vittoria c’è poco da festeggiare. Bisogna rimettersi subito al lavoro, la campagna continua. Ma prima occorre fare un bilancio, aggiustare il tiro, cambiare sicuramente qualcosa per attirare altri voti. Per primo si muove Luiz Inácio Lula da Silva.

Lula chiama tutti gli alleati. Li convoca nella sala di un albergo e li riunisce sotto un grande striscione che promette: “Il Brasile della speranza”. Sopra spicca una sua foto, sorridente ma non troppo, e un numero, il 13: è quello che si deve comporre e poi pigiare sull’urna elettronica con tastiera numerica, per dare il voto al padre della sinistra brasiliana. Dietro un lungo tavolo, tipo presidenza, ci sono i dieci rappresentanti dei dieci partiti che formano la coalizione. Una sorta di segreteria allargata. Per prima parla Gleisi Hoffmann, la storica presidente del Pt, la leader che ha retto la baracca mentre il capo era in carcere e Fernando Haddad aspet…

SAN PAOLO – Il giorno dopo la vittoria c’è poco da festeggiare. Bisogna rimettersi subito al lavoro, la campagna continua. Ma prima occorre fare un bilancio, aggiustare il tiro, cambiare sicuramente qualcosa per attirare altri voti. Per primo si muove Luiz Inácio Lula da Silva.

Lula chiama tutti gli alleati. Li convoca nella sala di un albergo e li riunisce sotto un grande striscione che promette: “Il Brasile della speranza”. Sopra spicca una sua foto, sorridente ma non troppo, e un numero, il 13: è quello che si deve comporre e poi pigiare sull’urna elettronica con tastiera numerica, per dare il voto al padre della sinistra brasiliana. Dietro un lungo tavolo, tipo presidenza, ci sono i dieci rappresentanti dei dieci partiti che formano la coalizione. Una sorta di segreteria allargata. Per prima parla Gleisi Hoffmann, la storica presidente del Pt, la leader che ha retto la baracca mentre il capo era in carcere e Fernando Haddad aspettava di essere ufficialmente candidato al posto di “Calamaro”. L’incarico arrivò tardi, tutti aspettavano il via libera del leader prigioniero che giunse proprio il giorno in cui si chiudevano le candidature. Per Jair Bolsonaro fu una passeggiata. Non perché Haddad non attirava consensi, ma perché sembrava una soluzione di emergenza per cui tutti andarono ai seggi, quelli che votavano Pt, per premere il pulsante indicato sapendo che significava Lula. Il leader dell’estrema destra vinse, benché al secondo turno. Bastò il dato iniziale per dare fuoco alle polveri. Dalle favelas iniziò il crepitio delle armi automatiche mentre nei quartieri bene di Rio e San Paolo salivano le grida che inneggiavano al “mito”.

Hofmann, con quel sorriso stampato sul viso che rasserena, chiarisce subito: “Abbiamo vinto. Adesso bisogna allargare e fortificare questo vantaggio. Perché al ballottaggio vinceremo”. Passa la parola a Lula che inizia in tono dimesso, la voce bassa, sempre più rauca. Sembra abbattuto e forse lo è. Ma è anche uno stile: il suo modo di sceneggiare gli interventi. “È capitato anche in passato di no vincere al primo turno”, ricorda. “Almeno altre tre volte, poi la quarta, ma fu diverso. Noi abbiamo da offrire il programma, che significa difesa dell’ambiente, dell’Amazzonia, ma anche proposte sulla regolamentazione del mondo del lavoro, sulla possibilità per le donne di poter mandare a scuola i propri figli, di essere curati, sostenuti dopo la tragedia della pandemia. Il risultato ci dice che c’è un 60 per cento dei brasiliani che rifiuta questo governo". Adesso alza il tono della voce, quasi grida: "Non bisogna dimenticarlo, va tenuto sempre a mente mentre giriamo per i paesi e le città. E’ gente che non vota per noi. È questa fetta di popolazione che dobbiamo recuperare. Ascoltando, capendo soprattutto. Non possiamo parlare tra di noi e poi andare dagli elettori con la presunzione di essere già informati e preparati. È il popolo che ci deve dire che cosa vuole e noi capire se lo possiamo dare”.

Lula e il potere di San Paolo

“Andrò in tv, mi farò vedere in faccia, dirò quello che devo dire”, annuncia di nuovo con voce rauca Lula. “L’ultimo dibattito non è stato bello. Era difficile, teso, ci sono state solo accuse. Era uno scontro. Chi ci vedeva e ascoltava voleva sapere cosa proponevamo, conoscere il programma. Non bisogna dare per scontato che tutti sappiano ciò che noi sappiamo. Dobbiamo iniziare da qui, come se partissimo da zero. Sin da domani. Solo così vinceremo al secondo turno”. Lula sa che non sarà facile conquistare gli altri tre milioni di voti che servono per vincere al ballottaggio. L’estrema destra si è dimostrata più forte e compatta di quello che si pensava arrivando al 43% contro il 48 % del leader del Pt. Lula Spende le sue ultime parole per lo stato di San Paolo, vero centro del potere economico e finanziario, dove si contendono la carica di governatore Fernando Haddad e l’ex ministro di Bolsonaro, il generale Tarcísio Gomes de Seta. Conquistarla significa gestire una montagna di quattrini, dettare la linea economica del governo. Anche in questo caso i due vanno al ballottaggio. Haddad parte sette punti sotto (42 a 35). Lula vuole il sostegno di tutta la coalizione: chi prende la città raddoppia.

Fuori piove; le nuvole color piombo, basse e minacciose, rendono questo lunedì più cupo. Si parla soprattutto dei sondaggi. Hanno sbagliato in pieno. Non ne hanno azzeccata una. Eppure erano tutti d’accordo. Sbandieravano il distacco di Lula da Bolsonaro come fosse un vero fenomeno statistico: 13 punti. Alla vigilia del voto avevano addirittura detto che tolte le schede bianche e nulle il fondatore del Pt oscillava attorno il 50 per cento. Anzi, in alcuni casi lo superava. Era fatta. Tutti hanno pensato che fosse vero. E quando la realtà ha dimostrato che erano sbagliati, in modo clamoroso, molti hanno pensato al “Data Povo”, il "sondaggio del popolo" che Bolsonaro tirava sempre fuori accusando gli istituti di rilevazione ufficiale, e i media che andavano dietro, di mentire. In modo consapevole. Un simile abbaglio appare inconcepibile, tanto meno una frottola inventata e diffusa per oscuri motivi. Il complotto che ossessiona il presidente in carica. Il nostro “Data Povo”, insisteva, dice cose completamente opposte. Vinciamo noi. Aveva torto, ma neanche tanto.