Messico, storia di Blanca uccisa perché non voleva smettere di cercare sua figlia rapita dai trafficanti di donne
di Daniele Mastrogiacomo , di Daniele MastrogiacomoRIO DE JANEIRO – Le hanno sparato sette colpi per metterla a tacere, per chiudere in modo definitivo la ricerca affannosa della figlia scomparsa il 13 gennaio del 2021. Nello stesso posto dove la ragazza era stata rapita: un grande terminal degli autobus che collegano la regione di Puebla, Messico centrale, con la capitale, il Distretto Federale.
Blanca Esmeralda Gallardo, 43 anni, è morta così, poco dopo le 5 del mattino, quando il cielo da scuro inizia a illuminarsi e il viola diventa rosso. Sola, con la sua angoscia che l’avvolgeva da 18 mesi. Aspettava l’autobus. Come sempre. Iniziava il suo viaggio quotidiano verso altri punti dello Stato, seguendo una mappa che ormai conosceva a memoria. Una segnalazione, una voce, la notizia di un nuovo ritrovamento, di una fossa comune scoperta da altre madri e padri che da anni girano come zombie alla ricerca dei propri figli e figlie.
RIO DE JANEIRO – Le hanno sparato sette colpi per metterla a tacere, per chiudere in modo definitivo la ricerca affannosa della figlia scomparsa il 13 gennaio del 2021. Nello stesso posto dove la ragazza era stata rapita: un grande terminal degli autobus che collegano la regione di Puebla, Messico centrale, con la capitale, il Distretto Federale.
Blanca Esmeralda Gallardo, 43 anni, è morta così, poco dopo le 5 del mattino, quando il cielo da scuro inizia a illuminarsi e il viola diventa rosso. Sola, con la sua angoscia che l’avvolgeva da 18 mesi. Aspettava l’autobus. Come sempre. Iniziava il suo viaggio quotidiano verso altri punti dello Stato, seguendo una mappa che ormai conosceva a memoria. Una segnalazione, una voce, la notizia di un nuovo ritrovamento, di una fossa comune scoperta da altre madri e padri che da anni girano come zombie alla ricerca dei propri figli e figlie.
Ce ne sono 90 mila, secondo le cifre ufficiali, che non hanno più fatto ritorno a casa. Le autorità fanno poco o niente, la polizia registra la denuncia dei familiari, apre l’ennesimo fascicolo, lo mettono in fondo alla pila e spiegano: “Faremo le nostre indagini e le faremo sapere”. Nella stragrande maggioranza dei casi, nove su dieci, non accade nulla. Nessuno si fa più sentire. Sparisce anche chi dovrebbe indagare. Tutti sanno perché tanta gente viene inghiottita nel pozzo nero dei desparacecidos, soprattutto donne giovani e giovanissime. Finiscono nei bordelli. Merce fresca da offrire per il sesso a pagamento. Sono prese dalle gang che lavorano per i Cartelli. Prigioniere. Se si ribellano, botte; e se insistono un colpo in testa e finiscono sottoterra.
Betzabé Alvarado, 24 anni, il viso aperto, lo sguardo allegro, quel giorno era in compagnia della sua amica, Fabiola Naruáez, 22 anni. Anche loro aspettavano il bus poco fuori Villa Frontera dove entrambe vivevano. Verso le 3 del pomeriggio sono andate a fare un deposito allo sportello della banca vicina e da quel momento sono sparite. Esmeralda è corsa alla polizia, ha denunciato la scomparsa. Non si è fatta molte illusioni. Non ha perso tempo e ha iniziato a cercare da sola. Ha scoperto che l’ultimo collegamento del cellulare della figlia era proprio davanti alla banca di Villa Frontera. E’ partita da lì. Ha chiesto in giro, nei negozi, agli ambulanti. Qualcuno le ha detto che erano state prese da tre uomini. Ha seguito le orme invisibili lasciate dal gruppo.
Due settimane dopo il telefonino di Betzabé si è riacceso. Il gps indicava la casa di una coppia. Esmeralda è volata dalla polizia, li ha implorati di intervenire. Sono intervenuti. L’uomo è stato ucciso mentre tentava di scappare, la donna è stata arrestata. Ma non sapeva nulla, aveva solo il cellulare che diceva di aver trovato per strada. Esmeralda non si è data per vinta. Si è messa in moto, ha girato in lungo e in largo. Scavato con le unghie la terra dura del deserto, rovistato a mani nude nelle discariche, scrutato i resti di ossa e crani nelle tombe clandestine, bussato a tutti i bordelli dello Stato di Puebla. E’ stata minacciata, insultata, avvertita. L’hanno fatta inginocchiare e con la pistola puntata alla tempia l’hanno intimata di farla finita. “Non cercarla più”, le hanno ordinato. Ma lei, niente. Testarda. È una madre, non smette di cercare sua figlia.
Per fermarla l’hanno dovuta uccidere. In cinque, con sette colpi.
Diecimila donne e uomini vagano tutti i giorni in Messico alla ricerca dei propri figli spariti. Lo fanno da anni. In gruppi, da soli, sostenuti da associazioni. Madri, soprattutto. Ostinate, decise, coraggiose. Sanno che nel sottosuolo del Messico c’è un grande cimitero nascosto. Le fermano solo con il piombo. Lo hanno fatto con Blanca. E’ successo ad altre tre madri in questo 2022. Si chiamavano Rosario Rodríguez, del Sinaloa; Brenda Jazmín Beltran, del Sonora; Ana Luisa Garduño, di Morelos.