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“A tre metri dai caccia russi per difendere i cieli d’Europa”

(ansa)
Intervista al colonnello Salvatore Florio: “Siamo nel Baltico per evitare rischi di escalation”, racconta il comandante degli Eurofighter Nato che sorvegliano i jet di Mosca
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«Alcune volte arriviamo vicinissimo ai caccia russi. Li affianchiamo, volando a una distanza di due-tre metri. Tra piloti ci guardiamo, ma senza saluti. E non c’è assolutamente spazio per gestacci come quelli del film Top Gun. Qui siamo obbligati a una concentrazione massima, perché non si possono rischiare errori o mosse ambigue». Anche se respinge qualsiasi paragone con la pellicola hollywoodiana, il colonnello Salvatore Florio sta vivendo le stesse scene: ogni giorno i suoi Eurofighter vanno ad affrontare i jet di Mosca che sfidano la rete di difesa della Nato nei cieli del Baltico. «Siamo schierati nella base polacca di Malbork, a circa cinquanta chilometri dal confine dell’enclave russa di Kaliningrad. Basta un attimo per raggiungerla», spiega l’ufficiale alla guida della Task Force Air White Eagle, il contingente italiano che contribuisce alla protezione dello spazio aereo polacco.
 
Sono nel cuore della bufera, il p…
«Alcune volte arriviamo vicinissimo ai caccia russi. Li affianchiamo, volando a una distanza di due-tre metri. Tra piloti ci guardiamo, ma senza saluti. E non c’è assolutamente spazio per gestacci come quelli del film Top Gun. Qui siamo obbligati a una concentrazione massima, perché non si possono rischiare errori o mosse ambigue». Anche se respinge qualsiasi paragone con la pellicola hollywoodiana, il colonnello Salvatore Florio sta vivendo le stesse scene: ogni giorno i suoi Eurofighter vanno ad affrontare i jet di Mosca che sfidano la rete di difesa della Nato nei cieli del Baltico. «Siamo schierati nella base polacca di Malbork, a circa cinquanta chilometri dal confine dell’enclave russa di Kaliningrad. Basta un attimo per raggiungerla», spiega l’ufficiale alla guida della Task Force Air White Eagle, il contingente italiano che contribuisce alla protezione dello spazio aereo polacco.
 
Sono nel cuore della bufera, il punto dove la nuova Guerra Fredda sta diventando sempre più calda. E la loro attività scandisce l’aumento vertiginoso della tensione internazionale. Da metà agosto la sirena d’allarme è suonata per ben sedici volte, provocando la partenza immediata degli intercettori dell’Aeronautica militare: si alzano entro tre minuti dall’allerta, diretti verso l’obiettivo da identificare. «A che velocità andiamo? Dipende da dove si vola. Due giorni fa ero ai comandi del mio caccia: abbiamo subito superato il muro del suono per arrivare sul mare».
 
 
Quella di mercoledì è stata una missione complessa. Quattro Sukhoi 30 sono penetrati nella Fir polacca, la zona di spazio aereo di competenza nazionale. Poi hanno deviato, infilandosi in quella svedese. Ma la loro rotta puntava sull’isola danese di Bornholm: esattamente l’area dove la scorsa settimana sono esplosi i gasdotti Nord Stream. «Abbiamo raggiunto i russi in fretta: volavano in formazione, a un centinaio di metri dalle onde per cercare di sfuggire ai radar. I nostri sensori però li hanno inquadrati perfettamente», prosegue il colonnello: «Poi la centrale di coordinamento Nato che si trova in Germania ci ha chiesto di lasciare la gestione dell’operazione agli F-16 danesi e ci siamo fatti da parte. Siamo rimasti a portata di radar, per collaborare all’inseguimento. I Sukhoi dopo poco hanno invertito la rotta: noi siamo rientrati alla base soltanto quando i bogey sono atterrati a Kaliningrad». Bogey è il termine con cui vengono chiamati gli intrusi di Mosca: una parola difficile da tradurre, che indica uno spettro o una presenza maligna e trasmette il senso della situazione che si registra in questo intreccio di frontiere, dove si incastonano i confini aerei di Russia, Polonia, Svezia, Danimarca e Germania.
 
 
Un dedalo di limiti che vanno rispettati anche da chi viaggia a milletrecento chilometri orari. Il colonnello però sottolinea l’entusiasmo e la professionalità degli equipaggi italiani. Il suo curriculum è quello di un vero Top Gun, che dopo l’Accademia di Pozzuoli ha frequentato la scuola texana dell’Us Air Force. Ha ottenuto la qualifica di intercettore su un caccia leggendario, l’F-104 Starfighter: è stato uno degli ultimi alla cloche di questo jet veterano della Guerra Fredda ma capace di superare Mach Due. Dal 2005 è passato sull’Eurofighter, uno dei caccia più moderni in servizio: Florio vanta tremila ore di volo e in passato ha comandato il 18mo gruppo di Trapani. Ai suoi ordini ci sono piloti selezionati tra i quattro stormi che usano l’Eurofighter: uomini e donne che hanno intorno ai trentacinque anni, abituati a condurre vite tranquille tra hangar e famiglia. Nulla a che vedere con gli aviatori spacconi dei film d’azione.
 
«Da un decennio queste missioni Nato all’estero, chiamate Air Policing, sono una routine. Non serve addestramento particolare, perché abbiamo standard di preparazione alti e facciamo le stesse cose in Italia per la protezione dello spazio aereo: ai comandi di un supersonico non sono ammessi sbagli. Come ci ha detto il generale Luca Goretti, il nostro capo di Stato Maggiore, qui i margini di errore devono essere pari a zero ed è richiesta una concentrazione doppia: siamo nel Baltico proprio per evitare rischi di escalation».
 
 
L’allarme è suonato anche ieri mattina. Una coppia di Sukhoi è partita verso la Polonia senza preavviso e senza segnalare la rotta: il primo compito è evitare che disturbino il traffico civile, mettendo in pericolo i velivoli di linea. «I bogey non sono quasi mai soli, arrivano in formazioni di due o più aerei. Pure i ricognitori Ilyushin vengono scortati da caccia. Quando li raggiungiamo seguiamo le procedure internazionali per identificarli. In alcuni casi è facile: sono cooperativi e basta affiancarli. In altri cominciano a compiere manovre per smarcarsi. Non ci sono però mai stati episodi ostili: siamo sempre riusciti a concludere la missione senza incidenti».